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domenica 21 marzo 2010

L'Aquila...“Ringraziare Berlusconi? Non ci pensiamo proprio”...

  GLI AQUILANI RISPONDONO COSÌ AL COORDINATORE PDL VERDINI, CHE LI INVITAVA AL RADUNO AZZURRO IN PIAZZA SAN GIOVANNI...
  di Chiara Paolin
  “Noi aquilani abbiamo la testa dura e una dignità infinita. Ce ne vuole prima di infilarci nei pullman per andare a ringraziare Berlusconi, come buoi con l’anello al naso attaccati al carro dell’imperatore”. Michele Fina, assessore provinciale all’Ambiente, non ha gradito la lettera in cui il coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini, si meravigliava dello scarso entusiasmo dimostrato dagli abruzzesi nel partecipare al raduno azzurro di ieri a Roma. Ma come, si chiedeva il Verdini: noi gli abbiamo dato le case e loro neanche vengono a ringraziare? Caro governatore Chiodi, illustri onorevoli e consiglieri regionali, questa la sostanza della missiva,  prendete un bel megafono, girate le new towns e portateci in corteo almeno cinquemila persone, perché se non risponde l’Abruzzo, non vale niente governare!. E anche il premier dal palco di San Giovanni ha ricordato “il miracolo Abruzzo”, ovvero “case eleganti dotate di ogni confort” elargite ai terremotati come in un sogno, ma solo grazie al duro lavoro di   persone “intellettualmente oneste” come Guido Bertolaso. Basita la presidente provinciale, Stefania Pezzo-pane: “'Verdini non conosce la differenza tra Stato e partito. Dimentica che il progetto Case è stato pagato dagli italiani, non certo dal suo partito. Oltretutto si sta accertando se lo stesso Verdini sia coinvolto nel giro degli sciacalli che hanno fatto affari sul terremoto: in attesa della verità, è allucinante che si permetta di offendere i terremotati con pretese di risarcimento elettorale per un intervento che era nei doveri istituzionali del governo”. Ma oggi è un altro giorno tosto per L’Aquila. Perché il popolo delle carriole vuole tornare in piazza a spalare le macerie nonostante la zona rossa sia tornata invalicabile: adesso ci pensa l’esercito. Dopo tre domeniche di raccolta volontaria, giovedì sono spuntati in piazza Palazzo camion, muletti e militari. Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha fatto sapere che il problema dei 4,5 milioni di metri cubi di macerie è praticamente risolto: “É partita la rimozione, in pochi mesi libereremo il   centro della città”. Caustica la risposta di Fina: “É una presa in giro totale. Nonostante lo scarso interesse della Protezione civile per l’argomento, abbiamo lavorato mesi e mesi a un progetto organico, sperando che prima o poi saremmo riusciti a metterlo nell’agenda della ricostruzione. Invece col passaggio di consegne a Chiodi si è ripartiti da zero. Il nuovo referente è diventata la Prestigiacomo, abbiamo dovuto riprendere in mano tutto e alla fine ci siamo ritrovati sul tavolo una nota striminzita, firmata da Chiodi, in cui si parla di rimuovere e posizionare il materiale in depositi temporanei, cioè al massimo per tre mesi. E poi? Come saranno recuperate e inviate a riciclo le macerie? Con quali risorse economiche? Qui la priorità è rubare la scena alle carriole, buttare tutto in un angolo e poi, dopo le elezioni, dire che mancano i soldi per fare il resto: un recupero preliminare attento, il riciclaggio del materiale inerte per destinarlo a usi industriali o ambientali corretti. Ma servono tempo e denaro, qui invece si vuole fare in fretta e spendere niente”. Intanto quelli dei comitati non mollano   la presa. Alessio Di Giannantonio, del comitato 3.32: “Il primo giorno sono arrivate le ruspe, tiravano su tutto, abbiamo subito protestato. Allora è venuto Chiodi, ha detto che bisogna fare attenzione, ci hanno permesso gentilmente di entrare nel cantiere. C’erano pure dei funzionari delle Belle Arti, ce li hanno presentati come i custodi degli stucchi, dei pezzi pregiati. Benissimo. Solo che   siamo tornati la mattina dopo: Vigili del Fuoco e ruspe lavoravano grossolanamente, i funzionari erano spariti”. Al 3.32 i volontari hanno pale e secchi pronti per una nuova giornata di lavoro, e anche un cruccio: “L’altra sera aspettavamo Bertolaso per la riapertura della chiesa di Santa Maria del Suffragio, doveva essere il suo grande rientro in città. Ha sempre seguito con grande devozione i lavori, nella sua recente visita in Vaticano ha persino regalato al Papa la miniatura della   campana che tornerà a suonare qui. Visto che ci ha criticato volevamo rispondergli di persona, ma non s’è visto. Strano”. Forse si stava preparando per la prossima missione, cioè il summit sulla gestione del terremoto di Haiti che si terrà da domani a Miami sotto la direzione di Hillary Clinton. Bertolaso spiegherà ai colleghi di tutto il mondo cos’è stato fatto in Abruzzo e qual è il modello d’intervento made in Italy. Verdini incluso? (Il Fatto Quotidiano del 21 Marzo 2010)  
  I cittadini de L’Aquila muniti di carriole (FOTO ANSA) 

mercoledì 9 dicembre 2009

Dal druido all’imam - I PADANI PAGANI

di Beatrice Borromeo
  “A Pontida Roberto annunciò che ci saremmo sposati con rito celtico. E’ stata una sua idea, per me una sorpresa – ricorda la moglie del ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, Sabina Negri – e Formentini, che doveva celebrare, venne da me e mi chiese: ma come si sposano i celti?”. Le prime vere nozze padane – e pagane – le ha celebrate il 20 settembre del 1998 l’ex sindaco di Milano Marco Formentini, druido per l’occasione, nel nordico castello di Gianluca Vialli a Cremona. Sulle note verdiane di “Va pensiero”, suonata al pianoforte dal senatur (e ospite d’onore) Umberto Bossi, sfilava col suo abito bianco dai contorni rigorosamente verdi la Negri, diventando la bionda consorte dell’allora segretario nazionale della Lega lombarda, Calderoli. Ci tenevano a rispettare le tradizioni, ma gli ostacoli, racconta Sabina, erano tanti. Perché quelle tradizioni nessuno le conosceva: “I   Celti non hanno lasciato nulla di scritto. Sapevamo solo che dovevamo scambiarci i bracciali al posto degli anelli e che dovevamo avere tanti testimoni. Io e Roberto ne avevamo quattro ciascuno, tra i miei c’era anche un ex fidanzato. Poi Formentini si è arrampicato sull’albero per raccogliere il sacro vischio”. Non è mancato il sidro, offerto dal druido agli sposi, ma per Sabina "non era affatto buono, un saporaccio". Pensavo non avessero lucidato bene il calice, Roberto credeva che ci fosse rimasto dentro il disinfettante”. Poi il “giuramento davanti al fuoco che purifica” e il tentativo, fallito, di fondere due monete in segno d’unione. Tutti commossi, a partire da Bossi che annuncia: “Non siamo latini, fummo sconfitti dai Latini”.   Nei giorni dell’attacco della Lega al cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi, risalta l’evoluzione leghista, dal neopaganesimo alla difesa dei valori cristiani. Perfino contro chi, come il prelato, è considerato troppo morbido con il multiculturalismo che assedia   la cristianità padana. Quello del Carroccio è il partito timorato di Dio, legato alle tradizioni della Chiesa tanto da dare lezioni agli stessi cardinali oppure è un movimento che inneggia ai Celti e che celebra matrimoni al cospetto del druido? “Quando ci siamo sposati – ricorda Sabina – era il periodo in cui Bossi urlava contro i ‘vescovoni traditori’ e i rapporti col Vaticano non erano ottimi”. Stessi toni, oggi, con obiettivi diversi. Calderoli si chiede se Tettamanzi sia “un vescovo o un imam”, e dice che “con il suo territorio Tettamanzi non c’entra proprio nulla. Sarebbe come mettere un prete mafioso in Sicilia”. Se Tettamanzi porge l’altra guancia, non manca chi lo difende: un attacco "rozzo e volgare" – commenta il presidente della commissione Antimafia, ed ex ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu – impartito da un esperto di matrimoni celtici che dà lezioni di pastorale cristiana”. La Negri ripercorre gli anni di matrimonio, prima della separazione: “Noi in chiesa non   ci siamo mai andati – ammette – poi di colpo questi della Lega sono diventati cattolici e osservanti, anche se in molti erano divorziati e con figli a carico. Hai idea di quante prediche mi sono dovuta sorbire su casa e famiglia, all’improvviso, da un giorno all’altro?”. Un giorno che ha una data precisa, l’11 settembre 2001, quando “la gente chiedeva   un partito cattolico da votare”, racconta Sabina, contro l’islam che faceva paura.    Sempre nel 1998, sempre con rito celtico, si è sposato il vice-ministro Roberto Castelli. Nozze poi “regolarizzate” in comune, come quelle di Calderoli, poi celebrate anche in Chiesa. Per rispettare le nuove origini ancestrali del partito. (Il Fatto Quotidiano del 09/12/09)  


  Il matrimonio celtico del ministro leghista Roberto Calderoli (FOTO ANSA)

TRASMISSIONI ITALIANE - LA MAFIA E BERLUSCONI: 25 ANNI DOPO DICONO LE STESSE COSE....

  di Loris Mazzetti
  È il momento del senatore Marcello Dell’Utri, non solo per la sua presenza nelle aule dei tribunali, ma soprattutto per le apparizioni in tv, dove difendersi è un po’ più facile soprattutto quando il salotto è accogliente e amico come quello di “Porta a porta”. Sono rimasto attratto dal titolo della trasmissione: “Appesi ad un killer pentito” e dalla presentazione fatta da BrunoVespa che, dopo aver raccontato l’onorata carriera di Gaspare Spatuzza (40 omicidi e 7 stragi), si è chiesto: “…ci si può ricordare, 16 anni dopo, di aver sentito, 16 anni prima, da un’altra   persona che il senatore Dell’Utri insieme a quello di Canale 5, Silvio Berlusconi, che stavano per fondare un partito, che erano già i nuovi referenti della mafia?”. Se questo è l’inizio, mi sono detto, “il vestitino su misura”, va visto. Chi erano i giornalisti ospiti della trasmissione? Travaglio, Bolzoni, Gomez, Lodato, La Licata, Abbate? No, loro se ne occupano quotidianamente e qualche domanda inopportuna avrebbero potuto farla, meglio l’onnipresente Belpietro e il garantista Sansonetti. Poi, in difesa Fabrizio Cicchitto, in attacco Andrea Orlando (responsabile Giustizia del Pd), troppo perbene, non in grado di praticare il gioco duro . Tutti gli argomenti sono stati toccati: l’attendibilità dei pentiti; la necessità di modificare la legge   che li gestisce; la testimonianza di Spatuzza (devastante per la politica interna e per l’opinione pubblica internazionale); il comportamento anomalo della stampa che interferisce e condiziona il lavoro della magistratura, ecc. Premesso che alle parole dei pentiti devono sempre corrispondere fatti, a “Porta a porta” si è capito che, quando questi smettono di parlare della mafia di strada e fanno nomi eccellenti, immediatamente scattano i pregiudizi: Spatuzza è attendibile quando racconta dell’attentato di via D’Amelio, invece, quando parla di Dell’Utri e Berlusconi, no. Lo fa per uscire dal carcere, per avere una nuova vita, un lavoro per sé e la famiglia e anche un volto nuovo. Vespa si è ben guardato dal citare le frasi che recentemente il Cavaliere ha detto contro certi giornalisti e scrittori che scrivono di criminalità organizzata, in particolare gli autori della “Piovra”, che “dovrebbero essere strozzati perché hanno fatto conoscere nel mondo la mafia”. Il conduttore ha fatto rimpiangere la Rai del lontano 1984, purtroppo scomparsa, che faceva discutere tutta l’Italia, in famiglia, dentro i bar, nelle piazze. La “Piovra”, una fiction che ebbe la forza di mettere sotto accusa l’alta società siciliana, avvocati, banchieri e politici, parlò del riciclaggio di denaro sporco fatto dalle banche, di traffici di droga che solo con la trasformazione dell’eroina portava nelle casse della mafia circa 800 miliardi di lire. La criminalità organizzata venne raccontata non più come un fenomeno solo locale ma nazionale   , se non addirittura internazionale. In occasione dell’ultima puntata, il 19 marzo 1984 (15 milioni di telespettatori), Alberto La Volpe, giornalista del Tg1, realizzò uno speciale dal titolo “La mafia dal film alla realtà”. In studio con lui, oltre al regista Damiani, rappresentanti delle forze dell’ordine, del Csm, della politica, più vari collegamenti. Il momento più interessante fu quando le telecamere entrarono, per la prima volta, in uno dei luoghi della Palermo bene: il circolo sportivo “Lauria”, pieno di imprenditori, professionisti, rappresentanti della vecchia nobiltà, dell’economia e della finanza. Nel circolo “Lauria”, nel 1982, avvenne il debutto in società del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, da poco nominato prefetto di Palermo.      I soci in diretta tv, 25 anni prima, pronunciarono le stesse parole di Berlusconi. Fatto sconvolgente e significativo allo stesso tempo. Questo fatto è la dimostrazione che da allora nulla è cambiato. In particolare l’avvocato Paolo Seminara, presidente dei penalisti di Palermo e difensore di mafiosi, disse: “La letteratura ha creato un’atmosfera di sospetto nel rapporto tra il processo e il difensore”. E a proposito dell’esistenza del terzo livello della mafia, composto da insospettabili, aggiunse: “Il terzo livello si legge in una letteratura giornalistica che produce riflessi nell’ambito giudiziario. Una tesi che per me è soltanto il frutto di scelte politiche ideologiche che non hanno corrispettivo nella nostra società. L’illecito esiste dappertutto, se verrà scoperto sarà un caso isolato e non può essere generalizzato e teorizzato”. I giudici Falcone e Borsellino, come ha ricordato recentemente il procuratore Gian Carlo Caselli, che oggi sono ricordati come eroi, qualche anno prima della loro morte stavano per sconfiggere la mafia, nel momento in cui cominciarono ad occuparsi del sindaco di Palermo Vito Ciancimino, di Salvo Lima, dei fratelli Costanzo (i costruttori di Catania), dei cugini Salvo, cioè di mafia e politica, mafia e affari,   mafia e istituzioni, iniziarono i guai perché furono lasciati soli. “Nessuno come me ha fatto tanto contro la mafia”, ha detto Berlusconi. Nel frattempo, in Procura a Palermo, non c’è la carta per le fotocopie e si ricicla quella usata da Falcone per gli ordini di servizio. Gli arresti di questi giorni dimostrano l’impegno delle forze dell’ordine e della magistratura, il governo, invece, cosa fa? (Il Fatto Quotidiano del 09 Dic. 2009)

lunedì 30 novembre 2009

A DOMANDA RISPONDO IN MEMORIA DELL’ANTIBERLUSCONISMO...

  Furio Colombo
   
Caro Colombo, ancora una volta si risente il vecchio invito: “Abbassare i toni”. Questa volta lo dicono Nicola Mancino, vicepresidente del Csm – dunque una raccomandazione ai giudici – e Renato Schifani, presidente del Senato e, Dio non voglia, seconda carica dello Stato. Dunque una ammonizione a tutti gli italiani. Prima domanda: che cosa vuole dire, visto che in giro non c’è nessuno che grida? Seconda domanda: come si realizza il capolavoro che riesce sempre a far dire la stessa sorprendente frase da uno di qua e uno di là, purché siano voci autorevoli?      Salvatore 


RISPOSTA alla prima domanda. La frase “adesso abbassiamo i toni” ha un significato molto diverso. Detta “di qua” (che vuol dire cultura estranea alla maggioranza governativa), vuol dire scegliere come strumento di opposizione, o comunque di differenziazione, la pazienza piuttosto che la resistenza. E’ una scelta legittima, ormai radicata nei quindici anni di egemonia berlusconiana, ma, occorre dire, una scelta sempre perdente. Tu taci. I cittadini non ti notano, e non ti votano. Essi governano. Detto “di là” (dalla parte della maggioranza di potere) significa “ragazzini lasciateci lavorare. Noi siamo i migliori, perché qualcuno dovrebbe farci perdere tempo?”. Come si vede, quando la raccomandazione è comune, i toni bassi sono una invocazione che deprime l’opposizione e dà autorevolezza a chi governa. Le frasi sono identiche ma il significato è opposto. E’ utile a una parte sola. Risposta alla seconda domanda.   “Abbassare i toni” è un ammonimento unicamente italiano, che non potreste ascoltare in alcun altro paese democratico. Se andate a verificare, simili raccomandazioni erano estranee anche alla vita politica italiana prima di Berlusconi. L’espressione “legge truffa” nata nei primi anni Cinquanta per definire, con estrema energia, una sgradita ma legittima proposta elettorale del governo di allora, non ha indotto nessuno a invocare toni bassi. L’invenzione dei toni bassi risale al Berlusconismo. Sono stati subito catalogati come “toni troppo alti” e poi “eversivi” e poi “criminogeni” e poi “omicidi” e poi “terroristici” tutti gli argomenti sollevati contro il discusso primo ministro (che pure si è sempre espresso a voce molto alta), persino quando erano presi dalle carte giudiziarie, dalla stampa internazionale o da dichiarazioni, ripetute alla lettera, dello stesso primo ministro. Il fatto è che il sistema politico Berlusconi non è una ideologia, non è un sistema di idee o una visione del mondo. E’ esclusivamente la persona, la vita, le avventure e gli affari di Silvio Berlusconi. L’uomo di Arcore è cosciente della sua vulnerabilità, che è documentata e certificata in molte inchieste e tribunali, perciò ha inventato, come male   intollerabile e inaccettabile, l’antiberlusconismo. E’ una bieca macchina fondata sul complotto giudiziario. E il gossip giornalistico. Per non si sa quale decisione, l’opposizione italiana, in tutte le sue incarnazioni, ha condiviso un sincero orrore per l’antiberlusconismo. Evitando di toccare il cuore del problema, purtroppo, continua a perdere.    Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano 00193 Roma, via Orazio n. 10  lettere@ilfattoquotidiano.it  

IL FATTOdi ieri 29 Novembre 1938.....nessun commento da parte mia...

  C’è aria minacciosa di razzismo, in giro. Di xenofobia proterva. Di apartheid strisciante. Anche nelle nostre scuole, per le quali ci sono odiose proposte di classi-ghetto. Qualcosa che ci ricorda leggi vergogna come quella “Per la difesa della razza nella scuola italiana” pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 29 novembre 1938 e di cui riportiamo, senza commento, alcuni aberranti stralci.

“Art. 3 A qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, frequentate da alunni italiani, non possono essere ammessi alunni di razza ebraica… 

Art. 4 Nelle scuole d’istruzione media frequentate da alunni italiani è vietata l’adozione di libri di testo di autori di razza ebraica. Il divieto si estende anche ai libri che siano frutto della collaborazione di più autori, uno dei quali sia di razza ebraica nonché alle opere che siano commentate o rivedute da persone di razza ebraica… 

Art. 5 Per i fanciulli di razza ebraica sono istituite, a spese dello Stato, speciali sezioni di scuola elementare nelle località in cui il numero di essi non sia inferiore a dieci… 

Art. 8 Dalla data di entrata in vigore del presente decreto i liberi docenti di razza ebraica decadono dall’abilitazione”.     

di: Giovanna Gabrielli

venerdì 27 novembre 2009

MARRAZZO Chi lo voleva rovinare? .......

  Una regia dietro l’affaire del Governatore: iniziano a parlarne i difensori dei carabinieri in carcere
  di Rita Di Giovacchino
  Alla fine la tesi del complotto fa capolino in questa sarabanda di presunti delitti e cadaveri veri, pusher, cocaina, trailer di film porno e telecamere nascoste nelle alcove di via Due Ponti. Investigatori dell’una e dell’altra sponda minimizzano, ma al primo piano della Procura sullo sfondo del caso Marrazzo qualcuno comincia a intravedere la trama di una ‘struttura deviata’.    L’ambiente degradato della periferia nord di Roma, crocevia di ogni sorta di traffico, offre generosi spunti per estorsioni, ricatti e, se il ruolo politico ricoperto dalla vittima è importante, forse complotti. Definizione che sottende un intervento subdolo teso ad alterare gli equilibri politici. Proprio come è accaduto con il governatore del Lazio. Ipotesi ancora “metaprocessuale”. Così la definisce un pm. Ma che è stata del tutto respinta da Marrazzo che si è limitato a denunciare   una “rapina” compiuta da pubblici ufficiali, ma ha negato con forza ogni ipotesi di ricatto.    Invece, a sorpresa, di complotto cominciano a parlarne i difensori dei carabinieri in carcere. “Ho la sensazione che i carabinieri coinvolti nell' affaire Marrazzo siano stati strumentalizzati da una regia diversa. Insomma si sono ritrovati all'interno di un complotto che aveva come obiettivo politico Piero Marrazzo”, ha detto in un'intervista al La Stampa l'avvocato Bruno Von Arx che difende Luciano Simeone, il più giovane dei militari coinvolti in questa faccenda. Pensa davvero   che ci troviamo di fronte a uno scenario degno di Le Carré? “Le mie parole sono state un po' enfatizzate, penso quello che pensano tutti”, cerca di minimizzare Von Arx penalista napoletano con ascendenze asburgiche che in realtà non smentisce affatto. “Una qualche regia c'è stata, credo piuttosto all'insaputa dei carabinieri intervenuti a via Gradoli”.    In particolare del suo assistito, che lavorava alla compagnia Trionfale da pochi mesi. Molti dei quali trascorsi in malattia per un tumore linfatico. Era tornato in servizio alla fine di maggio e il 3 luglio è incappato nell'operazione Marrazzo. Spiega Von Arx: “Erano Tagliente e Testini, trasferiti al Trionfale dalla caserma Tomba di Nerone, che opera nella zona Cassia e Flaminia ad avere consuetudine a trattare i trans. Non a caso erano stati avvertiti da Cafasso, un loro confidente.   Non stia a sentire Natalie in televisione: la droga era lì nel piatto e il pusher ora morto si è imbucato nell'appartamento e ha girato il video”. Ovvero Cafasso, un confidente dei carabinieri molto intimo sia di Brenda che di Natalie, amico del maresciallo Tagliente, uno che navigava tra i viados come un pesce nell'acqua. E in possesso di segreti che potevano “rovinare mezza Roma”. Segreti che puntualmente riferiva ai carabinieri. Siamo in presenza di schedature? “Inevitabile, questo è   l'humus del caso Marrazzo”, ribadisce l'avvocato Von Arx.    Il fatto è che nessuno dei protagonisti di questa storia racconta la verità. Secondo un alto ufficiale dei carabinieri, che ha avuto un ruolo importante nell'indagine che ha portato all’arresto degli ‘infedeli’, la chiave di tutta la vicenda sta nella rivalità tra Brenda e Natalie. Erano state grandi amiche, poi avevano litigato. A causa di Marrazzo? Forse. Tra loro c'era una vera guerra dietro la quale s'intravede ancora Cafasso che continuava a frequentare entrambe. Un triangolo lacerato da interessi e segreti che finora è costata la vita a due persone e la carriera politica all'ex Governatore.    Secondo le amiche di Brenda è stata Natalie, che ora si comporta da vera amica, a tirare il tiro mancino a Marrazzo. D'accordo con Cafasso, con i carabinieri e una certa Giois, un   trans molto legato a un maresciallo della compagnia Trionfale. Un sospetto non del tutto infondato, dice l'ufficiale, che apre però la strada a nuovi veleni. Ipotesi su cui soffia un vecchio amico di Brenda, anzi un ex fidanzato come ammette lui stesso in un’intervista a Novella 2000. Si chiama Giorgio T. e descrive la sua ex come la pedina di un gioco più grande di lei o, se preferite, di lui: ricattato e ricattatore, Brenda aveva collocato una piccola telecamera sopra il letto e filmava in casa i propri clienti. A dirlo è un ex spacciatore, finito più volte in carcere, ma che conosce il mercato del sesso proibito e i forti legami tra viados e carabinieri.   Una testimonianza da prendere con le molle visto che ad arrestarlo un paio di volte sono stati proprio Tagliente e Testini. E che si è visto soffiare il ruolo pusher da Cafasso. Lui dice che Brenda era un confidente già dal 2006: a loro passava i filmati con i clienti importanti. Tra questi avvocati, medici e politici. Ma nella casa di via Due Ponti la telecamera non è stata trovata.  
  (Da Il Fatto) Brenda e la sua casa in via Due Ponti (FOTO ANSA)
 

L’ITALIA? È FRITTA ..!!.........


Antonio Tabucchi parla di stampa libera (e non) Ai giornalisti italiani dice: fatevi sentire in Europa

di Silvia Truzzi
 
Rumori francesi, italici echi. Come si fa a far parlare la stampa italiana di un caso italiano con protagonisti italiani? Se ne scrive Oltralpe, naturalmente e nient’affatto lapalissianamente. Il tam tam è partito dalla terra di Montesquieu, dove in questi giorni ci si occupa di una maxi richiesta di risarcimento danni indirizzata ad Antonio Tabucchi. Mittente: Renato Schifani, offeso da un pezzo firmato dallo scrittore e apparso sull’Unità. L’appello – lanciato dall’editore Gallimard su Le Monde e sottoscritto da intellettuali, premi Nobel e giornalisti di tutto il mondo – s’intitola “Nous soutenons Antonio Tabucchi”. Beffardo destino o lungimirante profezia dell’autore di “Sostiene Pereira”.   Professor Tabucchi, perché questo appello dalla Francia? Lo chiedo  io a voi. Perché non l’ha fatto prima la stampa italiana? E’ un problema non mio.Si sarà fatto almeno un’idea. Ripeto: la questione non riguarda me, riguarda la stampa e gli editori italiani. È stato fatto da un editore francese in Francia. Evidentemente c’era un vuoto in Italia. È un vuoto che riguarda solo questo caso o è generale? La Commissione europea, il Parlamento europeo, il Consiglio d’Europa hanno adottato una direttiva con cui invitano l’eventuale querelante a portare in tribunale non   soltanto il nome e la persona che lo ha criticato, ma anche il giornale sul quale il testo in questione è apparso.
Il giornale è persona giuridica. In America non è possibile citare un giornalista o uno scrittore escludendo la testata su cui è uscito l’articolo oggetto del contendere. Motivo: se un giornalista che ha criticato un politico molto importante – o un miliardario o l’amico di un miliardario – venisse portato in giudizio come se fosse un privato cittadino, sarebbe massacrato dalla potenza della persona criticata. Quindi la direttiva europea, fatta a somiglianza della legge americana, è pensata per difendere la libertà di parola, la libertà di espressione dalla quale discende la libertà di stampa. Perché la libertà di stampa è una conseguenza della libertà di parola.      Sono libertà sorelle.    Vero. Ma se si isola una persona e la si porta davanti a un giudice, il potente scoraggia fortemente ogni suo eventuale futuro critico. È un sistema intimidatorio: i giovani non si permetteranno mai di fare una cosa simile, con un precedente così pesante. Corrisponde allo schema maoista, quando Mao diceva: colpirne uno per educarne cento. 
L’Italia è maoista? Non so se maoista, fascista, mafiosa o piduista. Dicevo semplicemente: in un paese civile si cita in giudizio anche il giornale.Non è accaduto nel caso del suo pezzo su Schifani apparso sull’Unità.Per questo la Francia – che è ancora un paese civile – ha   pensato di farlo sapere. Perché tutto questo era ignoto in Italia.L’appello francese nasce per far conoscere il caso agli italiani. Altrimenti il senatore Schifani aveva buon gioco: escludendo l’iniziativa dell’Unità, ha ottenuto l’effetto migliore. Quello del silenzio stampa. Nessuno in Italia aveva dato notizia che uno scrittore aveva ricevuto una richiesta di risarcimento danni di un milione e trecentomila euro per un articolo di giornale. La morale è che abbiamo bisogno di una tutela sovranazionale? 
È solo una constatazione. L’appello francese è servito a far sì che in Italia si sapesse.   E’ successo anche per altre vicende italiane. La stampa internazionale ci guarda con un certo stupore per il modo che abbiamo di dare, o non dare, le notizie. Di fare, o non fare, le domande. Come stampa italiana dovreste farvi voi delle domande. E poi farne alcune anche all’Europa. L’Europa fa finta che questa anomalia italiana non esista: sostiene che la libertà di stampa nei paesi membri è   garantita. Vi sembra normale? Forse dipende dal fatto che non esiste praticamente più un editore puro. E dal legame tra politica, imprenditoria e stampa. Se voi – voi giornalisti, dico – credete che sia anormale è vostro dovere andare a Bruxelles – non è nemmeno tanto lontana – e chiedere conto di questa situazione. Spetta a voi muovervi. Non potete pretendere che i cittadini-lettori   prendano un treno e vadano a protestare. Quel treno lo devono prendere i direttori dei giornali che si sentono lesi nella possibilità di svolgere liberamente il loro lavoro.Torniamo a Schifani. Il nostro giornale ha pubblicato la storia di un palazzo costruito da un imprenditore mafioso nel quale hanno trascorso la latitanza boss di prima grandezza. Schifani, prima che quell’imprenditore fosse arrestato lo aveva difeso contro due signore, riconosciute poi come vittime della prepotenza dell’imprenditore. Nessuno ha chiesto conto, in nessun modo e in nessuna sede, di questo fatto. 
Non è un reato, ma è un dato rilevante: politicamente e sotto il profilo dell’opportunità per la seconda carica dello Stato. La stampa indipendente non   l’ha ripresa. Quindi la notizia è falsa. Non è stata smentita nemmeno da Schifani. Insisto: è falsa. E aggiungo: se non è falsa la vostra notizia, sono falsi gli organi di informazione. Questa storia sarebbe una bomba in qualunque altro paese. In Italia no. Allora? Allora chiedo: che senso hanno le manifestazioni che sono state fatte sul pericolo che corre la libertà di stampa? A cosa servono? Ma perché i giornalisti indipendenti convocano una manifestazione sulla libertà di stampa che corre il pericolo di essere soffocata, se si soffoca con le sue stesse mani?    Che fare, quindi ? Se le cose stanno così e se voi non fate niente, lasciamo andare l’Italia dove deve andare. Perché l’Italia, se nemmeno c’è più una stampa a far la guardia al potere, è fritta. Si ricostruirà sulle macerie, come dopo la Seconda guerra mondiale. Nemmeno un consiglio su quale possibile resistenza, sperando di scongiurare le macerie?   Gli italiani, non solo giornalisti, che ritengono violata o diminuita la loro libertà di essere informati, possono assumere un giurista internazionale che difenda la loro causa di fronte all’Europa. Potete essere rappresentati da un avvocato che documenti come, per esempio, una certa percentuale della stampa e delle televisioni italiane appartenga a un’unica persona – supponiamo che sia il 70 o 80 per cento – e con questa documentazione vi presentate come se foste davanti a un tribunale. 
Dopodiché l’Ue deve anche assumersi le proprie responsabilità. Ma se non lo fate l’Europa lascia correre. Il laissez-faire forse ha anche convenienze. Oggi c’è un referente, non vedo perché non interpellarlo. C’è un circolo vizioso in questo paese che deve essere rotto.   Diamo per presupposto che i margini di libertà dell’informazione sono stati progressivamente ridotti. C’è un problema di democrazia: il consenso   dei cittadini si forma attraverso i media. Certo che c’è, ma il Parlamento italiano non lo risolve. L’unica possibilità è un’istanza superiore. L’Europa ha precise regole. Scusi, ma l’Europa non ci potrebbe dire “sbavagliatevi” da soli? No: c’è una Carta europea. Perché non si accoglie la Turchia? La Ue ha anche un compito di sorveglianza. Non è soltanto la moneta unica. Lei vive in Portogallo. Ci tornerebbe in Italia? Vivo in Portogallo per ragioni personali. Ma comunque sì, anche se non mi piacciono affatto tutte le leggi ad personam che si sono susseguite in questi anni. Preferisco non doverle subire. Anzi, a proposito di leggi. Faccio io ora una domanda. Sono lontano, ma leggo i giornali italiani. Ciampi è stato di nuovo eletto presidente   della Repubblica? No. Il presidente è Napolitano. Mi stupisco, ho avuto una specie di déjà vu. Su Repubblica di qualche giorno fa ho letto un pezzo su Ciampi. Ciampi: no alle leggi ad personam. Ma Ciampi ha avuto il suo settennato per fare quello che credeva. Ha firmato le leggi che desiderava. Il lodo Schifani era una legge ad personam e lui l’ha firmata. E poi, ai tempi, su Repubblica si ripeteva che non bisognava tirare Ciampi per la giacca. E che succede ora? Sempre su Repubblica Ciampi tira per la giacca Napolitano. Ma queste cose dovrebbe dirle Napolitano. È un consiglio al presidente?No,un’osservazione. Mi provoca confusione. Sui giornali italiani si dibatte di Ciampi che dà consigli su leggi che lui avrebbe potuto non firmare. Ma che diavolo capita in Italia?...(
(Il Fatto Quotidiano 27 Nov.09)


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Che capita in Italia..? Succede che, per la stupidità o l'ignoranza di molti (troppi) italiani, ci ritroviamo con un burattinaio che, con mani abili, muove le sue marionette (noi).!Dopo il 20tennio fascista di peggio non poteva capitarci, anzi, ora è molto peggio perchè,
con il suo appoggio, le cosche mafiose si stanno impadronendo dell'Italia e degli italiani. "  Dalla padella siamo cascati nella brace".  Auguro a tutti, un lieto fine settimana.
Maseghepensu (Ma se ci penso)   


sabato 21 novembre 2009

STRANE ANALOGIE QUELLE MINACCE ALLA D’ADDARIO.....

  diAntonio Massari
     
Finti carabinieri dietro la porta di casa, furti sospetti, auto incendiate. Anche la storia di Patrizia D’Addario, l’escort che registrò su cassetta l’intimità vissuta con Silvio Berlusconi, è ricca di retroscena oscuri. “Avevo confidato a un amico che ero in possesso delle registrazioni”, ha detto la D’Addario in più interviste, “e pochi giorni dopo avvenne uno stranissimo furto”. Un mese dopo, a scandalo ormai pubblico, qualcuno incendia l’auto di Barbara Montereale, che aveva trascorso una serata a Palazzo Grazioli con Patrizia e il premier. “Non sono una escort” ha sempre dichiarato, e la sua auto, pochi giorni dopo un interrogatorio in procura, fu data alle fiamme. Infine, un episodio sul quale si vocifera da mesi, ma del quale non abbiamo conferme investigative: qualcuno bussò alla porta della D’Addario spacciandosi per carabiniere. E carabiniere non era.

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Analogie, è vero, perchè la tattica è sempre la stessa e inizia un 'pò a stancare. Delle vere fotocopie. Tutti coloro che, in un modo o in un altro, erano coinvolti, sono passati o passeranno a miglior vita. Il manovratore ha paura che parlino o dicano troppo. Un sistema classico mafioso. Non penso si debba aggiungere altro. Buon fine settimana da.....
 Masaghepensu
(Ma se ci penso)   

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Non più giovane ma non (ancora)decrepito, sono soddisfatto della mia Vita e non domando altro

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