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mercoledì 9 dicembre 2009

TRASMISSIONI ITALIANE - LA MAFIA E BERLUSCONI: 25 ANNI DOPO DICONO LE STESSE COSE....

  di Loris Mazzetti
  È il momento del senatore Marcello Dell’Utri, non solo per la sua presenza nelle aule dei tribunali, ma soprattutto per le apparizioni in tv, dove difendersi è un po’ più facile soprattutto quando il salotto è accogliente e amico come quello di “Porta a porta”. Sono rimasto attratto dal titolo della trasmissione: “Appesi ad un killer pentito” e dalla presentazione fatta da BrunoVespa che, dopo aver raccontato l’onorata carriera di Gaspare Spatuzza (40 omicidi e 7 stragi), si è chiesto: “…ci si può ricordare, 16 anni dopo, di aver sentito, 16 anni prima, da un’altra   persona che il senatore Dell’Utri insieme a quello di Canale 5, Silvio Berlusconi, che stavano per fondare un partito, che erano già i nuovi referenti della mafia?”. Se questo è l’inizio, mi sono detto, “il vestitino su misura”, va visto. Chi erano i giornalisti ospiti della trasmissione? Travaglio, Bolzoni, Gomez, Lodato, La Licata, Abbate? No, loro se ne occupano quotidianamente e qualche domanda inopportuna avrebbero potuto farla, meglio l’onnipresente Belpietro e il garantista Sansonetti. Poi, in difesa Fabrizio Cicchitto, in attacco Andrea Orlando (responsabile Giustizia del Pd), troppo perbene, non in grado di praticare il gioco duro . Tutti gli argomenti sono stati toccati: l’attendibilità dei pentiti; la necessità di modificare la legge   che li gestisce; la testimonianza di Spatuzza (devastante per la politica interna e per l’opinione pubblica internazionale); il comportamento anomalo della stampa che interferisce e condiziona il lavoro della magistratura, ecc. Premesso che alle parole dei pentiti devono sempre corrispondere fatti, a “Porta a porta” si è capito che, quando questi smettono di parlare della mafia di strada e fanno nomi eccellenti, immediatamente scattano i pregiudizi: Spatuzza è attendibile quando racconta dell’attentato di via D’Amelio, invece, quando parla di Dell’Utri e Berlusconi, no. Lo fa per uscire dal carcere, per avere una nuova vita, un lavoro per sé e la famiglia e anche un volto nuovo. Vespa si è ben guardato dal citare le frasi che recentemente il Cavaliere ha detto contro certi giornalisti e scrittori che scrivono di criminalità organizzata, in particolare gli autori della “Piovra”, che “dovrebbero essere strozzati perché hanno fatto conoscere nel mondo la mafia”. Il conduttore ha fatto rimpiangere la Rai del lontano 1984, purtroppo scomparsa, che faceva discutere tutta l’Italia, in famiglia, dentro i bar, nelle piazze. La “Piovra”, una fiction che ebbe la forza di mettere sotto accusa l’alta società siciliana, avvocati, banchieri e politici, parlò del riciclaggio di denaro sporco fatto dalle banche, di traffici di droga che solo con la trasformazione dell’eroina portava nelle casse della mafia circa 800 miliardi di lire. La criminalità organizzata venne raccontata non più come un fenomeno solo locale ma nazionale   , se non addirittura internazionale. In occasione dell’ultima puntata, il 19 marzo 1984 (15 milioni di telespettatori), Alberto La Volpe, giornalista del Tg1, realizzò uno speciale dal titolo “La mafia dal film alla realtà”. In studio con lui, oltre al regista Damiani, rappresentanti delle forze dell’ordine, del Csm, della politica, più vari collegamenti. Il momento più interessante fu quando le telecamere entrarono, per la prima volta, in uno dei luoghi della Palermo bene: il circolo sportivo “Lauria”, pieno di imprenditori, professionisti, rappresentanti della vecchia nobiltà, dell’economia e della finanza. Nel circolo “Lauria”, nel 1982, avvenne il debutto in società del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, da poco nominato prefetto di Palermo.      I soci in diretta tv, 25 anni prima, pronunciarono le stesse parole di Berlusconi. Fatto sconvolgente e significativo allo stesso tempo. Questo fatto è la dimostrazione che da allora nulla è cambiato. In particolare l’avvocato Paolo Seminara, presidente dei penalisti di Palermo e difensore di mafiosi, disse: “La letteratura ha creato un’atmosfera di sospetto nel rapporto tra il processo e il difensore”. E a proposito dell’esistenza del terzo livello della mafia, composto da insospettabili, aggiunse: “Il terzo livello si legge in una letteratura giornalistica che produce riflessi nell’ambito giudiziario. Una tesi che per me è soltanto il frutto di scelte politiche ideologiche che non hanno corrispettivo nella nostra società. L’illecito esiste dappertutto, se verrà scoperto sarà un caso isolato e non può essere generalizzato e teorizzato”. I giudici Falcone e Borsellino, come ha ricordato recentemente il procuratore Gian Carlo Caselli, che oggi sono ricordati come eroi, qualche anno prima della loro morte stavano per sconfiggere la mafia, nel momento in cui cominciarono ad occuparsi del sindaco di Palermo Vito Ciancimino, di Salvo Lima, dei fratelli Costanzo (i costruttori di Catania), dei cugini Salvo, cioè di mafia e politica, mafia e affari,   mafia e istituzioni, iniziarono i guai perché furono lasciati soli. “Nessuno come me ha fatto tanto contro la mafia”, ha detto Berlusconi. Nel frattempo, in Procura a Palermo, non c’è la carta per le fotocopie e si ricicla quella usata da Falcone per gli ordini di servizio. Gli arresti di questi giorni dimostrano l’impegno delle forze dell’ordine e della magistratura, il governo, invece, cosa fa? (Il Fatto Quotidiano del 09 Dic. 2009)

martedì 10 novembre 2009

Processo G8 di Genova...un vero scandalo...all'italiana..!!

Tribunale italiano provoca indignazione per l’assoluzione di 16 ufficiali di polizia nel processo per il caso del G8 di Genova

[The Telegraph]
Il tribunale italiano ha assolto 16 ufficiali di polizia accusati di aver progettato una brutale repressione dei manifestanti no-global al summit del G8 del 2001.
Il giornalista Mark Covell, che era presente durante gli scontri, reagisce alla sentenza dei giudici. Dopo gli attacchi aveva dichiarato alla BBC: “Pensavo che sarei morto. Potevo sentire il rumore delle mie ossa rompersi all’interno del corpo”.
Ci sono state urla di “Vergogna, vergogna” da parte di attivisti indignati in aula quando la sentenza è stata annunciata dal giudice dopo un processo durato quattro anni.
Tra gli assolti a Genova c’erano i tre principali ufficiali responsabili di mantenere l’ordine al summit nella storica città portuale nel nord-ovest dell’Italia.
Altri tredici agenti di grado inferiore sono stati giudicati colpevoli di accuse che vanno dall’aver inventato false prove, comprese bottiglie molotov, all’aver aggredito i manifestanti e fatto perquisizioni arbitrarie durante una irruzione prima dell’alba in una scuola dove i manifestanti, compresi alcuni attivisti britannici, stavano alloggiando durante l’incontro del G8.
Grazie alla lunghezza dei processi di appello italiani e alla prescrizione probabilmente nessuno degli imputati trascorrerà un solo attimo in prigione.
Attivisti italiani e stranieri alla scuola Diaz hanno dichiarato di essere stati attaccati mentre dormivano e hanno descritto atti di estrema brutalità da parte dei Carabinieri. Ottantadue dimostranti, tra i quali britannici, irlandesi, italiani e polacchi, sono stati feriti durante l’irruzione nella scuola nella notte tra il 21 e il 22 Luglio del 2001 e 63 sono stati ricoverati in ospedale. I britannici coinvolti nelle violenze hanno descritto pestaggi indiscriminati messi in atto dalla polizia con i manganelli. Un centro di detenzione è stato paragonato a un “ospedale da campo della guerra di Crimea”, pieno di gente con ossa rotte e ferite alla testa.
La polizia inizialmente ha accusato i manifestanti di aver attaccato le linee di sicurezza e ha dichiarato di aver rinvenuto alcune armi nella scuola. Tuttavia successive indagini hanno mostrato che i manifestanti erano disarmati e che non reagirono violentemente.
Il giornalista britannico freelance Mark Covell dopo l’attacco ha dichiarato alla BBC : “Pensavo che sarei morto. Potevo sentire il rumore delle mie ossa rompersi all’interno del corpo. Il mio polmone è collassato. Quasi tutte le costole della parte sinistra sono fracassate. La mia milza è spappolata. Quello è stato solo il primo attacco. Poi è arrivato il secondo. Mi hanno colpito ancora, solo perché mi muovevo un po’. Ho solo mosso il braccio e mi hanno colpito ancora, di seguito per circa cinque, dieci minuti.”
Immagini del sangue che ricopriva pareti e pavimenti della scuola hanno causato indignazione in Italia e all’estero. Uno degli agenti condannati, Michelangelo Fournier, ha negato la tesi ufficiale nel 2007. Ha dichiarato che dopo il passaggio della polizia la scuola sembrava una “macelleria.”
Fournier dovrà scontare una condanna di due anni. Il resto dei poliziotti condannati hanno avuto condanne che vanno da un mese a quattro anni e sono stati condannati a pagare risarcimenti alle vittime.
Durante il summit, nel corso delle manifestazioni degli attivisti no-global, un manifestante è stato ucciso da un colpo di pistola da un carabiniere, più di 200 persone sono state ferite e 240 sono state arrestate.
Molti dei poliziotti processati sono ancora in servizio e alcuni sono stati nel frattempo promossi. Due sono attualmente ufficiali dell’unità antiterrorismo italiana e dei servizi segreti. L’accusa aveva chiesto condanne molto più severe.
“Oggi è uno dei giorni più tristi nella storia della Repubblica dal dopoguerra” ha dichiarato Vittorio Agnoletto, uno degli organizzatori del movimento no-global, ora membro del Parlamento Europeo per il Partito Rifondazione Comunista.
“Da ora in poi i capi della polizia che permetteranno ai loro uomini di spaccare la testa e la schiena della gente che dorme pacificamente potranno essere sicuri dell’impunità e avere la garanzia di una brillante carriera”. Ma il sottosegretario al ministero degli Interni Alfredo Mantovano, del partito di destra Alleanza Nazionale, ha dichiarato che la sentenza ha mostrato che le forze di polizia italiane sono “sane e meritano la gratitudine di tutti”.
A luglio di quest’anno, in un altro processo, un’altra corte aveva condannato 15 agenti italiani di aver abusato dei dimostranti che si trovavano agli arresti alla Polizia di Genova. In tribunale le vittime hanno dichiarato di aver subito percosse, calci e pestaggi ed essere state costrette a inneggiare slogan in onore di Mussolini.
L’anno scorso, i giudici hanno condannato 24 manifestanti per vandalismo e saccheggio, con condanne dai 5 mesi agli 11 anni di prigione.
[ traduzione di ItaliaDallEstero.info ]

Berluskoni, come lo vedono fuori dai Confini Made in Italy.....


I processi di Berlusconi

[NRC Handelsblad]
Una scorsa ai più importanti processi in cui è stato coinvolto Berlusconi:
All Iberian
Accusa: accusato di aver spostato fondi della Fininvest, holding di famiglia, verso una società offshore chiamata All Iberian. Soldi che avrebbe utilizzato tra il 1991 e il 1995 per finanziamento illecito ai partiti.
Sentenza: colpevole a luglio 1998. Condannato a 2 anni e 4 mesi di prigione.

Appello: sentenza ritirata nel 2000 dopo che il Consiglio Superiore della Magistratura aveva dichiarato la prescrizione.
Fininvest
Accusa: imputato per corruzione degli ispettori della Guardia di Finanza in tre diverse occasioni tra il 1989 e il 1993. Riguardava la banca Mediolanum e la casa editrice Mondadori di cui Berlusconi ha la maggioranza azionaria.

Sentenza: colpevole, condannato a due anni e nove mesi di prigione.
Appello: prosciolto nel maggio 2000 per due dei tre capi d’imputazione. Il terzo capo d’imputazione finì in prescrizione. Più tardi fu prosciolto definitivamente per tutti e tre i capi d’imputazione.
Fininvest II
Accusa: Berlusconi e altri dipendenti Fininvest sono imputati per la gestione di fondi neri destinati alla corruzione, in cui sarebbero transitati tra il 1989 e il 1996 più di un miliardo di dollari.

Sentenza: l’accusa fu ritirata nel febbraio 2003 dopo che un giudice dichiarò la prescrizione in conseguenza di una legge emanata dal governo Berlusconi.
Medusa
Accusa: falso in bilancio nell’acquisto dell’impresa di produzione cinematografica Medusa nel 1988.
Sentenza: colpevole e condannato nel 1997 ad un anno e quattro mesi di prigione. La sentenza fu subito accantonata in conseguenza di un’amnistia per reati simili avvenuti prima del 1990.
Appello: prosciolto completamente nel 2000

Lentini
Accusa: falso in bilancio durante l’acquisto da parte della associazione calcistica AC Milan, di proprietà di Berlusconi, del calciatore Gianluigi Lentini nel 1992.
Sentenza: prosciolto nel novembre 1992 in conseguenza della nuova legge sulla prescrizione introdotta dal nuovo governo Berlusconi.

SME
Accusa: corruzione di giudici per evitare la vendita della catena di alimentari SME da parte dell’ex holding statale IRI all’industriale Carlo De Benedetti.

Sentenza: l’accusa è stata ritirata l’anno scorso a causa di una controversa legge sull’immunità che proteggeva il premier dalle imputazioni. Dopo che la legge è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale all’inizio di quest’anno, il processo è ricominciato davanti a nuovi giudici. Il suo amico e avvocato senatore Cesare Previti è già stato condannato a cinque anni per avere corrotto i giudici per influenzarne il giudizio nei confronti di Fininvest.
[ traduzione di ItaliaDallEstero.info ]

Piano B: non finire in carcere...Passaparola del 09/11/2009

sabato 31 ottobre 2009

Nucleare: il governo decidera' da solo

28 Ottobre 2009




Oggi alle ore 15:00 abbiamo rivolto un'interrogazione parlamentare in tema di localizzazione dei siti per la costruzione di impianti nucleari e per lo smaltimento delle scorie radioattive. Riporto di seguito la domanda, posta dall'Onorevole Anita Di Giuseppe, la risposta del Ministro Elio Vito e la mia replica.
 




La domanda
 

Anita Di Giuseppe :Signor Presidente, la legge 23 luglio 2009, n. 99, prevede il ripristino dell'intera produzione di energia nucleare e delega solo il Governo a decidere i criteri per l'individuazione dei siti delle future centrali nucleari, in intesa solo con la Conferenza unificata. Sebbene il Governo smentisca l'esistenza ad oggi di una mappa già definita dove ubicare gli impianti nucleari e di smaltimento delle scorie, si è diffusa la notizia di una lista stilata da incaricati del Governo che conterrebbe il nome di dieci siti ospitanti, vale a dire Monfalcone, Scanzano Jonico, Termoli, Palma, Oristano, Chioggia, Caorso, Trino Vercellese, Montalto di Castro e Termini Imerese.
Il gruppo dell'Italia dei Valori intende sapere se il Governo possa confermare o smentire questa notizia, visto che tra i criteri di esclusione ai fini dell'individuazione dei siti dovrebbero, peraltro, essere tenute in debita considerazione sia la vocazione turistica di una determinata area, sia l'eventuale presenza sullo stesso territorio di industrie o di impianti di produzione energetica.
Inoltre, vogliamo sapere attraverso quali procedure si prevede di coinvolgere, nella massima trasparenza, le popolazioni e gli enti locali interessati su un argomento così rilevante.


La risposta

Elio Vito :Signor Presidente, ringrazio il gruppo dell'Italia dei Valori che consente al Governo di fornire alcuni chiarimenti, spero esaustivi, su una questione di grande interesse per l'opinione pubblica. L'interrogazione, infatti, riguarda i criteri di localizzazione dei siti ospitanti impianti nucleari e per lo stoccaggio delle scorie radioattive. A tal proposito, preciso che la delega contenuta all'articolo 25 della cosiddetta legge sviluppo, un importante provvedimento varato recentemente dal Parlamento, definisce principi e criteri direttivi per l'emanazione dei decreti che definiranno i dettagli relativi alle diverse fasi del programma nucleare del nostro Paese. Il Governo, pertanto, è delegato a definire i criteri per la localizzazione degli impianti e non già a stilare elenchi di alcun tipo. Questo credo che sia importante da precisare rispetto alla prima richiesta dell'onorevole.
La specifica definizione di siti è competenza di una successiva attività, di tipo anche autorizzativo, che sarà sviluppata nel rigoroso rispetto delle modalità fissate dalla legge, previa verifica della strettissima rispondenza delle caratteristiche tecniche dello specifico progetto ai requisiti di sicurezza prefissati. La richiamata delega del Governo sarà esercitata, tra l'altro, attraverso la determinazione di elevati livelli di sicurezza dei siti, anche al fine di tutelare la salute della popolazione e l'ambiente. A tal proposito, si può assicurare che le decisioni in merito - e questo è il secondo aspetto del quesito posto - saranno assunte attraverso il previsto coinvolgimento e il necessario consenso anche dei soggetti interessati a livello territoriale. Il Governo, infatti, è consapevole che una mancata e larga condivisione delle scelte può comportare seri ostacoli al cammino del programma nucleare nazionale.
D'altro canto, i richiamati decreti legislativi dovranno essere adottati previa acquisizione non solo del parere della competenti Commissioni parlamentari ma, come è stato ricordato, anche del parere della Conferenza unificata. Infatti, è la stessa «legge sviluppo» a stabilire espressamente che tale autorizzazione sia rilasciata su istanza del soggetto richiedente, previa intesa con la Conferenza unificata. La Conferenza unificata, è bene ricordarlo, rappresenta la sede istituzionale idonea per affrontare le problematiche territoriali specifiche. In essa infatti, come è ben noto agli onorevoli interroganti, trovano rappresentanza non solo le regioni ma anche le province e i comuni che saranno eventualmente ed evidentemente interessati dalle procedure autorizzatorie che ho richiamato dalla legge.


La replica

Antonio Di Pietro :Signor Ministro, mi meraviglio di lei! Anche lei ci si mette a dire bugie come il suo Presidente del Consiglio? L'articolo 25 prevede il semplice parere della Conferenza unificata che dirà quel che gli pare e piace, ma il provvedimento non ha bisogno del parere obbligatorio e vincolante della Conferenza unificata. Quindi, di fatto il Governo deciderà da solo, tant'è vero che più della metà delle regioni hanno già fatto ricorso alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione (tanto per chiarire i fatti).
In secondo luogo, noi dell'Italia dei Valori denunciamo la scelta scellerata ed omicida di questo Governo di riprendere la costruzione delle centrali nucleari. Perché? È omicida in quanto attenta alla salute, attenta all'ambiente, attenta ai territori, ed è scellerata perché è costosa. Costa troppo e, per quando sarà fatta, le centrali di terza generazione saranno obsolete rispetto agli studi che stanno portando a quelle di quarta generazione. Inoltre, l'uranio è talmente ridotto a poca quantità che costerà sempre di più e quindi il costo sarà sempre maggiore. Inoltre, è contro la volontà popolare perché nel 1987 il popolo italiano ha detto che non vuole le centrali nucleari.
La nostra proposta è di utilizzare quelle risorse e quel tempo per sviluppare energie alternative e tra queste l'energia solare, l'energia eolica, le biomasse, la geotermica, insomma tutte quelle energie che possono fare meglio, a minor costo e a minor rischio salute. Ma questo comporterebbe meno guadagni per le solite lobby che questo Governo sta tutelando (Applausi dei deputati del gruppo Italia dei Valori).


Postato da Antonio Di Pietro in | Commenti (70)

mercoledì 28 ottobre 2009

La Svizzera convoca l'ambasciatore italiano ....

28 Ottobre 2009

Roma

L'ambasciatore italiano a Berna sarà convocato dalle autorità svizzere che hanno reagito oggi alle perquisizioni condotte ieri in Italia da agenti della Guardia di Finanza e dell'Agenzia delle Entrate in 76 filiali di istituti finanziari svizzeri.

Il ministro degli Interni elvetico, Pascal Couchepin, ha definito l'operazione "un atto discriminatorio" e una "razzia" nei confronti delle banche elvetiche. La situazione "ci preoccupa", ha aggiunto citato dall'agenzia di stampa svizzera Ats.

La Svizzera - ha annunciato il portavoce del governo elvetico - convocherà l'ambasciatore italiano a Berna, dovrà fornire spiegazioni "su un'azione percepita come discriminatoria dal Consiglio federale (governo)".

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Questo cavaliere che "cavaliere" non è, continua a litigare con tutti. Dopo il fatto di ieri sera a Ballarò, se la sta prendendo con le Banche svizzere. Prima gli facevano comodo, ma ora, con la speranza di ragrannellare qualche soldino (i suoi senza dubbio avranno preso il volo versi lidi più propizi) si mette contro anche il Governo svizzero. Vuole forse isolare l'Italia dal resto dell'Europa..?Molto probabilmente è il suo fine, più isolata è l'Italia, in modo maggiore potrà fare quel che desidera, gli Italioti intanto non si ribelleranno mai. Il benessere avuto in tanti anni trascorsi, li ha rincoglioniti completamente e, abbassato l'indice della loro intelligenza (non è successo a tutti grazie a Dio ma, al 50%+1/2 o 3 della popolazione italica si, senzaltro). Non sarà per noi una grande soddisfazione che l'altra metà (circa) si sia salvata ma, allevia un poco il dolore. Un saluto.....

Masaghepensu . (Ma se ci penso)

venerdì 11 settembre 2009

Il carcere parla col ponentino...

11/9/2009

IL VECCHIO CRONISTA




IGOR MAN
La callaccia, un mix di scirocco e di nuvole basse, è stata sconfitta dal ponentino, un vento antico che concilia la pennichella. Ma il ponentino per i romani che gravitano nell’ampio spazio occupato dalla struttura ottocentesca del carcere di Regina Coeli, è un mezzo di comunicazione affidato, nel pomeriggio, al vento che viene di lontano, giustappunto il ponentino. Dall’alto del Gianicolo i parenti dei carcerati affidano al vento messaggi ma anche tenerezze destinati ai famigliari o agli amici in prigione. Sapendo ben raccogliere l’ala del vento, Marcello dichiara il suo amore a Patrizia che a sua volta, con vetusta tecnica eolica, dichiara amore e fedeltà «all’omo mio». Nei vicoli stravecchi di Trastevere i bambini sfortunati (come pietosamente li chiamano) imparano presto come, in che modo, quando è possibile colloquiare coi propri cari reclusi in quel carnaio che in fatto è l’ottocentesco carcere. I detenuti di Regina Coeli, costruito nel 1891, affidano al vento notizie importanti: l’ultima è la morte terribile d’un detenuto del carcere di Pavia; sì, Pavia: il ponentino sfida per celerità ogni distanza - c’è un «comitato ad hoc» che seleziona le notizie del giorno e le diffonde, in grazia del ponentino.

Nelle carceri c’è la tv, non mancano le radio e dunque le notizie, tutte le notizie, arrivano sicché diremo tranquillamente che il ponentino è «un telefono a due sensi - andata e ritorno» per citare Giuseppe Adinolfi, medico penitenziario di Regina Coeli. «Adinolfi coniugava la competenza dello storico e la passione per la medicina e per questo ricorda alcuni ricercatori ottocenteschi che univano il sapere scientifico e quello umanistico, sorretti da un reale interesse per l’essere umano» (cfr. A. Borzacchiello). Al tempo di «Mani pulite» mi fu concessa una full immersion in San Vittore. Un’esperienza dura come l’ossidiana: le carceri sono un luogo di pena, questo non va dimenticato - quegli accadimenti ci dicono però che c’è una sola «medicina», la speranza. I detenuti sono uomini, anche i più trucidi, questo non va dimenticato ancorché non sia facile. Il discorso che mi fece, allora, il direttore di San Vittore Luigi Pagano, è tragicamente «attuale». In breve: il tunisino Sami Mbarka Ben Gargi, chiuso nel carcere di Pavia, si è suicidato. Con un’arma insolita: lo sciopero della fame. Si è lasciato morire giorno dopo giorno. Sembra che tutti gli sforzi per fargli accettare il cibo siano stati vani. La mia, ha detto il tunisino, è la protesta di un innocente, di un uomo derubato nel suo unico bene: l’onore.

Appresa la notizia della morte-suicidio del tunisino Ben Gargi i carcerati hanno protestato vigorosamente ma, dicono i responsabili, una volta chiarito che quello del tunisino è un suicidio, insomma che non ha subìto violenze, l’ordine è tornato dietro le sbarre. Ora il vecchio cronista si chiede se e quando il ministro Alfano riuscirà a dare più spazio ai detenuti, se il pianeta galera conoscerà infine una pena severa ma non infame.

Oggi le carceri scoppiano: la capienza complessiva ammonta a 45 mila reclusi. Le carceri ne ospitano oltre 63 mila. 20 mila sono gli stranieri. Che fare?
(La Stampa - Torino)

mercoledì 8 luglio 2009

Silvio e la mafia: la lettera.

Silvio e la mafia: la lettera

di Peter Gomez, da L'espresso

Adesso c'è la prova documentale. Davvero, secondo la procura di Palermo, Silvio Berlusconi era in contatto con i vertici di Cosa Nostra anche dopo la sua "discesa in campo", come era stato già stato raccontato da molti collaboratori di giustizia.

I corleonesi di Bernardo Provenzano, infatti, scrivevano al premier per minacciarlo, blandirlo, chiedere il suo appoggio e offrirgli il loro. Lo si può leggere, qui, nero su bianco, in questa lettera da tre giorni depositata a Palermo gli atti del processo d'appello per riciclaggio contro Massimo Ciancimino, uno dei figli di don Vito, l'ex sindaco mafioso di Palermo, morto nel 2002.

Una lettera che "L'Espresso" online pubblica in esclusiva. Si tratta della seconda parte di una missiva (quella iniziale sembra essere stata stracciata e comunque è andata per il momento smarrita) in cui in corsivo sono state scritte le seguenti frasi: "... posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi.Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive".

Chi abbia vergato quelle parole, lo stabilirà una perizia calligrafica. Ai periti verrà infatti dato il compito di confrontare la lettera con altri scritti di uomini legati a Provenzano. I primi esami hanno comunque già permesso di escludere che gli autori siano don Vito, o suo figlio Massimo, che dopo una condanna in primo grado a cinque anni e tre mesi, collabora con la magistratura.

Tanto che finora le sue parole hanno, tra l'altro, portato all'apertura di un'inchiesta per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento mafioso contro il senatore del Pdl Carlo Vizzini, i senatori dell'Udc Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintole, e il deputato dell'Udc e segretario regionale del partito in Sicilia, Saverio Romano. Con i magistrati Massimo Ciancimino ha parlato a lungo della lettera, che lui ricorda di aver visto tra le carte del padre quando era ancora intera.

Ma tutte le sue dichiarazioni sono state secretate. Le poche indiscrezioni che trapelano da questa costola d'indagine, già in fase molto avanzata e nata dagli accertamenti sul patrimonio milionario lasciato da don Vito agli eredi, dicono comunque due cose. La prima: la procura ritiene di aver in mano elementi tali per attribuire il messaggio a dei mafiosi corleonesi vicinissimi a Bernardo Provenzano, il boss che per tutti gli anni Novanta ha continuato ad incontrarsi con Vito Ciancimino.

Anche quando l'ex sindaco, dopo una condanna a 13 anni per mafia, si trovava detenuto ai domiciliari nel suo appartamento nel centro di Roma. La seconda: i magistrati sono convinti che la lettera dei corleonesi sia arrivata a destinazione. Il documento è stato trovato tra le carte personali di don Vito. A sequestrarlo erano stati, già nel 2005, i carabinieri: "Parte di Foglio A4 manoscritto, contenente richieste all'On. Berlusconi per mettere a disposizione una delle sue reti televisive", si legge un verbale a uso tempo redatto da un capitano dell'Arma.

Incredibilmente però la lettera era rimasta per quattro anni nei cassetti della Procura e, all'epoca, non era mai stata contestata a Ciancimino junior nei vari interrogatori. L'unico accenno a Berlusconi che si trova in quei vecchi verbali riguarda infatti una domanda sulla copia di un assegno da 35 milioni di lire forse versato negli anni '70-'80 dall'allora giovane Cavaliere al leader della corrente degli andreottiani siciliani. Dell'assegno si parla a lungo in una telefonata intercettata tra Massimo e sua sorella Luciana il 6 marzo del 2004.

Venti giorni dopo si sarebbe tenuta a Palermo la manifestazione per celebrare i dieci anni di Forza Italia. Luciana dice al fratello di essere stata chiamata da Gianfranco (probabilmente Micciché, in quel periodo assiduo frequentatore dei Ciancimino) che l'aveva invitata alla riunione perché voleva presentarle Berlusconi.

Luciana: "Minchia, mi telefonò Gianfranco.. ah, ti conto questa? all'una meno venti mi arriva un messaggio?"
Massimo: L'altra volta l'ho incontrato in aereo"
Luciana: "Eh... il 27 marzo, a Palermo... per i dieci anni di vittoria di Forza Italia, viene Silvio Berlusconi. È stata scelta Palermo perché è la sede più sicura... eh... previsione... In previsione saremo 15 mila..."
Massimo: "Ah"
Luciana "...eh allora io dissi minchia sbaglia, e ci scrivo stu messaggio: "rincoglionito, a chi lo dovevi mandare questo messaggio, sucunnu mia sbagliasti" ...in dialetto, eh... eh (ride) e mi risponde: "suca" ...eh (ride) ...mezz'ora fa mi chiama e mi fa: "Minchia ma sei una merda" e allora ci dissi "perché sono una merda".

Dice, hai potuto pensare che io ho sbagliato a mandare? io l'ho mandato a te siccome so che tu lo vuoi conoscere [Berlusconi, nda] ? io ti sto dicendo che il 27 marzo" Massimo: "E digli che c'abbiamo un assegno suo, se lo vuole indietro..."
Luciana "(ride) Chi, il Berlusconi?
Massimo: "Si, ce l'abbiamo ancora nella vecchia carpetta di papà?"
Luciana: "Ma che cazzo dici"
Massimo : "Certo"
Luciana: "Del Berlusca?"
Massimo: "Si, di 35 milioni, se si può glielo diamo..."

Ma nella perquisizione a casa Ciancimino, la polizia giudiziaria l'assegno non lo trova. Interrogato il 3 marzo 2005, Ciancimino jr. conferma solo che gliene parlò suo padre, ma non dice dove sia finito: "Sì, me lo raccontò mio padre? Ma poi era una polemica tra me e mia sorella, perché io l'indomani invece sono andato alla manifestazione di Fassino".

Adesso, invece, dopo la decisione di collaborare con i pm, sarebbe stato più preciso. Ma non basta. Perché Ingroia e Di Matteo, dopo aver scoperto per caso la lettera nell'archivio della procura, hanno anche acquisito agli atti della nuova indagine il cosiddetto rapporto Gran Oriente, redatto sulla base delle confidenze ( spesso registrate) del boss mafioso Lugi Ilardo, all'allora colonnello dei carabinieri, Michele Riccio.

Ilardo è stato ucciso in circostanze misteriose alla vigilia dell'inizio della sua collaborazione ufficiale con la giustizia. Ma già nel febbraio del ?94 aveveva confidato all'investigatore come Cosa Nostra, per le elezioni di marzo, avesse deciso di appoggiare il neonato movimento di Berlusconi. Un fatto di cui hanno poi parlato dozzine di pentiti e storicamente accertato in varie sentenze. Ilardo il 24 febbraio aveva spiegato a Riccio come qualche settimana prima "i palermitani" avessero indetto una "riunione ristretta" a Caltanissetta con alcuni capofamiglia del nisseno e del catanese.

Nell'incontro "era stato deciso che tutti gli appartenenti alle varie organizzazioni mafiose del territorio nazionale avrebbero dovuto votare "Forza Italia". In seguito ogni famiglia avrebbe ricevuto le indicazioni del candidato su cui sarebbero dovuti confluire i voti di preferenza... (inoltre) i vertici "palermitani" avevano stabilito un contatto con un esponente insospettabile di alto livello appartenente all'entourage di Berlusconi. Questi, in cambio del loro appoggio, aveva garantito normative di legge a favore degli inquisiti appartenenti alle varie "famiglie mafiose" nonché future coperture per lo sviluppo dei loro interessi economici..". Una delle ipotesi, ma non la sola, è che si tratti dell'ideatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri, già condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.

La procura di Palermo, sospetta dunque, che la lettera ritrovata nell'archivio di Ciancimino si inserisca all'interno di questa presunta trattativa. Nel ?94, infatti, Berlusconi governò per soli sette mesi e anche le norme contenute all'interno del cosiddetto decreto salvaladri di luglio, approvato per consentire a molti dei protagonisti di tangentopoli di uscire di galera, che avrebbero in teoria potuto favorire i boss, alla fine non vennero immediatamente ratificate.

Da qui, è la pista seguita dagli investigatori, le apparenti minacce al Cavaliere ("il luttuoso evento"), la richiesta della messa a disposizione di una rete televisiva e i successivi sviluppi politici che portarono all'approvazione di leggi certamente gradite anche alla mafia, ma spesso approvate con il consenso bipartisan del centro-sinistra.

(8 luglio 2009)

mercoledì 1 luglio 2009

Il significato degli scarabocchi .


Fiorellini, frecce, spirali, casette, facce, stelline, parallelepipedi… ma anche parole e numeri. Chi non lo ha mai fatto? Ebbene sembrerebbe non essere un banale passatempo, o comunque è un passatempo con un significato


Gli scarabocchi che ognuno di noi fa mentre pensa o ascolta qualcuno che parla sono una modalità espressiva che usa un linguaggio oscuro e bizzarro, ma sicuramente denso di significati di difficile lettura.
Tutto accade a nostra insaputa. E' un gesto istintivo, involontario: si lascia scorrere in piena libertà la penna sul foglio e si incomincia ad "imbrattare" dove capita, senza estetismi, senza organizzazione formale o di significato
Si scarabocchia di tutto: fiorellini, frecce, spirali, casette, facce, stelline parallelepipedi di svariate forme e simili. Alcuni ripetono più volte la stessa parola o un numero di telefono. Altri anneriscono gli occhielli delle lettere o incorniciano qualche cosa già stampata sul foglio.
C'è poi chi scarabocchia sempre la stessa cosa e chi cambia.
Per alcuni studiosi, chi disegna sempre la stessa cosa mette in atto una sorta di stereotipia che potrebbe provocare un effetto rassicurante: come la stessa fiaba che si racconta ogni sera al bambino, lo scarabocchio ripetitivo riconduce al noto, al solito, al familiare. Di solito è un disegno che si sa fare bene e che, per questo, diventa un esercizio di competenza che gratifica chi lo fa.
Chi disegna cose differenti farebbe più pensare ad una persona che, aperta verso il mondo, cerca di tradurre in un automatico codice di simboli personali, gli stimoli che gli vengono da fuori.
Scarabocchiare aiuta a pensare perché rende il pensiero più fluido, meno concentrato e per questo più attento (si dice, per esempio, che sia più affidabile un autista che guidando conversa rispetto ad un altro che fissa concentratissimo la strada).
Qualcuno negli USA ha raccolto gli scarabocchi dei giudici della Corte Suprema: la grande maggioranza di questi magistrati affermava che questa abitudine li aiutava ad ascoltare meglio.

Gli scarabocchi hanno sicuramente un grande fascino, il fascino del misterioso e dell'incomprensibile. Un fascino che stuzzica e incuriosisce, come una sorta di sibilla portatrice di messaggi e informazioni preziose. E’ difficile però interpretarli, capire ciò che celano: gli scarabocchi parlano una lingua non familiare e hanno una logica tutta loro… Certo un disegno non ci farà capire il carattere di una persona, ma qualche indicazione la può dare e sicuramente è un test divertente da fare.
Croce - esprime spirito di sacrificio e tendenza a negare i propri desideri.
Cuore – chi lo disegna ha un animo pieno di sentimento e vorrebbe vivere romanticamente ogni situazione. Se ne deduce bisogno di tenerezza e sogni ad occhi aperti.
Casa - simboleggia bisogno di sicurezza e protezione. Una casa con molte finestre può testimoniare socialità e comunicativa, al contrario senza finestre o con finestre chiuse sensazione di isolamento o disagio in famiglia.
Persona - esprime il desiderio di trovare un partner, se la figura disegnata è di sesso diverso. Desiderio di migliorare la propria immagine se la figura è del proprio sesso.
Frecce, oggetti che terminano a punta - indicano la necessità di colpire il bersaglio, di affermare se stesso e realizzarsi nel concreto. Chi le disegna ha ambizione e aggressività più o meno repressa, determinata dal tratto del disegno.
Grate, reticolati – indice di una mente logica che classifica ogni cosa, quasi volesse ingabbiare la realtà per renderla inoffensiva.
Fiore - espressione di gentilezza, delicatezza, femminilità, il fiore indica una persona sensibile, disponibile e di conseguenza particolarmente aperta al rapporto con gli altri.
Nave, aereo, treno, mezzi di locomozione in genere - indicano desiderio di viaggiare, voglia di vacanza e di cambiamento, disponibilità al cambiamento, coraggio.
Stelle, luna, e altri pianeti - indicano ottimismo, ambizione. Ma stelle, stelline indicano sentimentalismo e sono tipiche di chi sta poco con i piedi per terra ma in compenso è dotato di grande fantasia.
Triangolo, quadrato o figure geometriche in genere – le forme geometriche sono espressione di razionalità, solidità interiore, poca fantasia. Simboleggiano il bisogno di porre ordine, di organizzare idee e pensieri.
Sole - indica adattabilità, sensibilità e desiderio di azione. Ma mette anche in evidenza il bisogno di calore, di affetto e di riconoscimento.
Farfalle, barchette di carta e figure fragili in genere - voglia di sognare, immaginazione, intuizione ma anche insicurezza.
Cerchio -figura perfetta in tutte le culture,è simbolo di eternità: chi disegna cerchi è dunque persona integra, sincera e leale.
Linee curve - sono associate alla tenerezza, emotività, capacità di adattamento.
Linee angolose - indicano tensione, aggressività.
Linee tratteggiate e indecise- indicano insicurezza, indecisione, ansietà.
Linee che partono a raggiera da un punto - estroversione, bisogno di espandersi, di emergere, di misurarsi di continuo con la realtà. Sotto c'è grinta e ambizione con il pericolo di disperdersi dietro a troppi obiettivi.
Scale, gradini - indicano desiderio di arrivare alla meta, ambizione, bisogno di farcela.
Figure tridimensionali quali cubi o altri solidi - tendenza ad affrontare razionalmente le difficoltà senza farsi influenzare da emozioni o sentimenti. Chi fa questi disegni è solitamente una persona organizzata e pianificatrice, dotata di stabilità, e buon equilibrio nell'affrontare la realtà. La preferenza per il disegno dei cubi indica qualità di realismo e praticità.
Spirale - rappresenterebbe uno stato di stress, la necessità di staccare la spina; e il bisogno di tempo per riflettere, mentre una matassa aggrovigliata esprime un momento di stanchezza, di confusione e la voglia di uscire da una situazione difficile e non chiara.
Linee parallele - significano fermezza e capacità di concentrazione, che diventa desiderio di supremazia se le linee sono tracciate in diagonale.

Inoltre, se continuate a riempire la pagina che avete di fronte con il vostro autografo, probabilmente
sentite l'esigenza di affermare la vostra personalità con chi vi sta attorno e magari vi sottovaluta.
Fate un disegno e poi subito lo annerite tutto? C'è qualcosa che non va: o vi state molto annoiando oppure siete molto ansiosi.

Tania Pedini Llavina

(Italia Online)

martedì 23 giugno 2009

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lunedì 22 giugno 2009

Appello di donne alle first ladies: “Non venite al G8 italiano”


Riceviamo e pubblichiamo.


Siamo profondamente indignate, come donne impegnate nel mondo dell’università e della cultura, per il modo in cui il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, tratta le donne sulla scena pubblica e privata.

Non ci riferiamo solo alle vicende relazionali del premier, che trascendono la sfera personale e assumono un significato pubblico, ma soprattutto alle modalità di reclutamento del personale politico e ai comportamenti e discorsi sessisti che delegittimano con perversa e ilare sistematicità la presenza femminile sulla scena sociale e istituzionale. Questi comportamenti, gravi sul piano morale, civile, culturale, minano la dignità delle donne e incidono negativamente sui percorsi di autonomia e affermazione femminili.

Il controllo che Berlusconi esercita sulla grande maggioranza dei media italiani, in spregio a ogni regola democratica, limita pesantemente le possibilità di esprimere dissenso e critica. Risulta difficile, quindi, far emergere l’insofferenza di tante donne che non si riconoscono nell’immagine femminile trasmessa dal premier e da chi gli sta intorno.

Come cittadine italiane, europee e del mondo, rivolgiamo un appello alle first ladies dei paesi coinvolti nel prossimo G8 dell’Aquila perché disertino l’appuntamento italiano, per affermare con forza che la delegittimazione della donna in un paese offende e colpisce le donne di tutti i paesi.


Chiara Volpato (Professore Ordinario – Università di Milano-Bicocca)
Angelica Mucchi Faina (Professore Ordinario – Università di Perugia)
Anne Maass (Professore Ordinario – Università di Padova)
Marcella Ravenna (Professore Ordinario – Università di Ferrara)


(21 giugno 2009)
(MicroMega)

venerdì 19 giugno 2009

Senza la profezia rimane la complicità.

Altrachiesa

Lettera aperta al cardinale Angelo Bagnasco

di don Paolo Farinella

Egregio sig. Cardinale,

viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E’ il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città.

Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato – o meglio non ha trattato – la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica.

Lei e il segretario della Cei avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe: la moglie accusa pubblicamente il marito presidente del consiglio di «frequentare minorenni», dichiara che deve essere trattato «come un malato», lo descrive come il «drago al quale vanno offerte vergini in sacrificio». Le interviste pubblicate da un solo (sic!) quotidiano italiano nel deserto dell’omertà di tutti gli altri e da quasi tutta la stampa estera, hanno confermato, oltre ogni dubbio, che il presidente del consiglio ha mentito spudoratamente alla Nazione e continua a mentire sui suoi processi giudiziari, sull’inazione del suo governo e sulla sua pedofilia. Una sentenza di tribunale di 1° grado ha certificato che egli è corruttore di testimoni chiamati in giudizio e usa la bugia come strumento ordinario di vita e di governo. Eppure si fa vanto della morale cattolica: Dio, Patria, Famiglia. In una tv compiacente ha trasformato in suo privato in un affaire pubblico per utilizzarlo a scopi elettorali, senza alcun ritegno etico e istituzionale.

Lei, sig. Cardinale, presenta il magistero dei vescovi (e del papa) come garante della Morale, centrata sulla persona e sui valori della famiglia, eppure né lei né i vescovi avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale, valorizzando gli istinti di seduzione, di forza/furbizia e di egoismo individuale. I vescovi assistono allo sfacelo morale del Paese ciechi e muti, afoni, sepolti in una cortina di incenso che impedisce loro di vedere la «verità» che è la nuda «realtà». Il vostro atteggiamento è recidivo perché avete usato lo stesso innocuo linguaggio con i respingimenti degli immigrati in violazione di tutti i dettami del diritto e dell’Etica e della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, con cui il governo è solito fare i gargarismi a vostro compiacimento e per vostra presa in giro. Avete fatto il diavolo a quattro contro le convivenze (Dico) e le tutele annesse, avete fatto fallire un referendum in nome dei supremi «principi non negoziabili» e ora non avete altro da dire se non che le vostre paroline sono «per tutti», cioè per nessuno.

Il popolo credente e diversamente credente si divide in due categorie: i disorientati e i rassegnati. I primi non capiscono perché non avete lesinato bacchettate all’integerrimo e cattolico praticante, Prof. Romano Prodi, mentre assolvete ogni immoralità di Berlusconi. Non date forse un’assoluzione previa, quando vi sforzate di precisare che in campo etico voi «parlate per tutti»? Questa espressione vuota vi permette di non nominare individualmente alcuno e di salvare la capra della morale generica (cioè l’immoralità) e i cavoli degli interessi cospicui in cui siete coinvolti: nella stessa intervista lei ha avanzato la richiesta di maggiori finanziamenti per le scuole private, ponendo da sé in relazione i due fatti. E’ forse un avvertimento che se non arrivano i finanziamenti, voi siete già pronti a scaricare il governo e l’attuale maggioranza che sta in piedi in forza del voto dei cattolici atei? Molti cominciano a lasciare la Chiesa e a devolvere l’8xmille ad altre confessioni religiose: lei sicuramente sa che le offerte alla Chiesa cattolica continuano a diminuire; deve, però, sapere che è una conseguenza diretta dell’inesistente magistero della Cei che ha mutato la profezia in diplomazia e la verità in servilismo.

I cattolici rassegnati stanno ancora peggio perché concludono che se i vescovi non condannano Berlusconi e il berlusconismo, significa che non è grave e passano sopra all’accusa di pedofilia, stili di vita sessuale con harem incorporato, metodo di governo fondato sulla falsità, sulla bugia e sull’odio dell’avversario pur di vincere a tutti i costi. I cattolici lo votano e le donne cattoliche stravedono per un modello di corruttela, le cui tv e giornali senza scrupoli deformano moralmente il nostro popolo con «modelli televisivi» ignobili, rissosi e immorali.

Agli occhi della nostra gente voi, vescovi taciturni, siete corresponsabili e complici, sia che tacciate sia che, ancora più grave, tentiate di sminuire la portata delle responsabilità personali. Il popolo ha codificato questo reato con il detto: è tanto ladro chi ruba quanto chi para il sacco. Perché parate il sacco a Berlusconi e alla sua sconcia maggioranza? Perché non alzate la voce per dire che il nostro popolo è un popolo drogato dalla tv, al 50% di proprietà personale e per l’altro 50% sotto l’influenza diretta del presidente del consiglio? Perché non dite una parola sul conflitto d’interessi che sta schiacciando la legalità e i fondamentali etici del nostro Paese? Perché continuate a fornicare con un uomo immorale che predica i valori cattolici della famiglia e poi divorzia, si risposa, divorzia ancora e si circonda di minorenni per sollazzare la sua senile svirilità? Perché non dite che con uomini simili non avete nulla da spartire come credenti, come pastori e come garanti della morale cattolica? Perché non lo avete sconfessato quando ha respinto gli immigrati, consegnandoli a morte certa? Non è lo stesso uomo che ha fatto un decreto per salvare ad ogni costo la vita vegetale di Eluana Englaro? Non siete voi gli stessi che difendete la vita «dal suo sorgere fino al suo concludersi naturale»? La vita dei neri vale meno di quella di una bianca? Fino a questo punto siete stati contaminati dall’eresia della Lega e del berlusconismo? Perché non dite che i cattolici che lo sostengono in qualsiasi modo, sono corresponsabili e complici dei suoi delitti che anche l’etica naturale condanna? Come sono lontani i tempi di Sant’Ambrogio che nel 390 impedì a Teodosio di entrare nel duomo di Milano perché «anche l'imperatore é nella Chiesa, non al disopra della Chiesa». Voi onorate un vitello d’oro.

Io e, mi creda, molti altri credenti pensiamo che lei e i vescovi avete perduto la vostra autorità e avete rinnegato il vostro magistero perché agite per interesse e non per verità. Per opportunismo, non per vangelo. Un governo dissipatore e una maggioranza, schiavi di un padrone che dispone di ingenti capitali provenienti da «mammona iniquitatis», si è reso disposto a saldarvi qualsiasi richiesta economica in base al principio che ogni uomo e istituzione hanno il loro prezzo. La promessa prevede il vostro silenzio che – è il caso di dirlo – è un silenzio d’oro? Quando il vostro silenzio non regge l’evidenza dell’ignominia dei fatti, voi, da esperti, pesate le parole e parlate a suocera perché nuora intenda, ma senza disturbarla troppo: «troncare, sopire … sopire, troncare».

Sig. Cardinale, ricorda il conte zio dei Promessi Sposi? «Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo ... si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti... A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire» (A. Manzoni, Promessi Sposi, cap. IX). Dobbiamo pensare che le accuse di pedofilia al presidente del consiglio e le bugie provate al Paese siano una «bagatella» per il cui perdono bastano «cinque Pater, Ave e Gloria»? La situazione è stata descritta in modo feroce e offensivo per voi dall’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che voi non avete smentito: «Alla Chiesa molto importa dei comportamenti privati. Ma tra un devoto monogamo [leggi: Prodi] che contesta certe sue direttive e uno sciupa femmine che invece dà una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupa femmine. Ecclesia casta et meretrix» (La Stampa, 8-5-2009).

Mi permetta di richiamare alla sua memoria, un passo di un Padre della Chiesa, l’integerrimo sant’Ilario di Poitier, che già nel sec. IV metteva in guardia dalle lusinghe e dai regali dell’imperatore Costanzo, il Berlusconi cesarista di turno: «Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro» (Ilario di Poitiers, Contro l’imperatore Costanzo 5).

Egregio sig. Cardinale, in nome di quel Dio che lei dice di rappresentare, ci dia un saggio di profezia, un sussurro di vangelo, un lampo estivo di coerenza di fede e di credibilità. Se non può farlo il 50% di pertinenza del presidente della Cei «per interessi superiori», lo faccia almeno il 50% di competenza del vescovo di una città dove tanta, tantissima gente si sta allontanando dalla vita della Chiesa a motivo della morale elastica dei vescovi italiani, basata sul principio di opportunismo che è la negazione della verità e del tessuto connettivo della convivenza civile.

Lei ha parlato di «emergenza educativa» che è anche il tema proposto per il prossimo decennio e si è lamentato dei «modelli negativi della tv». Suppongo che lei sappia che le tv non nascono sotto l’arco di Tito, ma hanno un proprietario che è capo del governo e nella duplice veste condiziona programmi, pubblicità, economia, modelli e stili di vita, etica e comportamenti dei giovani ai quali non sa offrire altro che la prospettiva del «velinismo» o in subordine di parlamentare alle dirette dipendenze del capo che elargisce posti al parlamento come premi di fedeltà a chi si dimostra più servizievole, specialmente se donne. Dicono le cronache che il sultano abbia gongolato di fronte alla sua reazione perché temeva peggio e, se lo dice lui che è un esperto, possiamo credergli. Ora con la benedizione del vostro solletico, può continuare nella sua lasciva intraprendenza e nella tratta delle minorenni da immolare sull’altare del tempio del suo narcisismo paranoico, a beneficio del paese di Berlusconistan, come la stampa inglese ha definito l’Italia.

Egregio sig. Cardinale, possiamo sperare ancora che i vescovi esercitino il servizio della loro autorità con autorevolezza, senza alchimie a copertura dei ricchi potenti e a danno della limpidezza delle verità come insegna Giovanni Battista che all’Erode di turno grida senza paura per la sua stessa vita: «Non licet»? Al Precursore la sua parola di condanna costò la vita, mentre a voi il vostro «tacere» porta fortuna.

In attesa di un suo riscontro porgo distinti saluti.


Paolo Farinella, prete

(5 giugno 2009)
(MicroMega)

mercoledì 10 giugno 2009

La sicurezza? Per qualcuno è un optional

10/6/2009
La sicurezza? Per qualcuno è un optional


GIAN CARLO CASELLI
Caro Direttore,
sicurezza. Sicurezza. Sicurezza... Un bene primario, non c’è dubbio. Da tempo lo si invoca, nel nostro Paese, con toni sempre più forti. In campagna elettorale spesso esagitati. Ma la propaganda e le strumentalizzazioni possono giocare brutti scherzi. Per esempio possono spingere a scelte illogiche, incoerenti al limite della schizofrenia. Penso a chi per tutelare la sicurezza ha previsto persino l’impiego dell’esercito nelle strade. Penso a chi ordina alla flotta di respingere in Libia dei disgraziati in cerca di sopravvivenza. Penso a chi vorrebbe pattugliare le strade delle nostre città con ronde di salute pubblica. Attenzione: non voglio discutere (in questa sede) il merito dei provvedimenti. Mi chiedo invece come si possa mettere in campo, su alcuni versanti, tutto e di più (esercito, flotta e ronde), quando quel che funziona su altri - ancor più decisivi - versanti viene disinvoltamente smantellato. Mi riferisco alla nuova disciplina delle intercettazioni, che della sicurezza sembra farsi carico poco o nulla, dal momento che si ostacolano o si condannano ad esiti infausti le indagini su delitti anche gravissimi, indagini che proprio della sicurezza sono il primo e più solido baluardo. Con buona pace, appunto, della logica e della coerenza nelle scelte.

L’esperienza di una qualunque Procura offre ogni giorno un elenco interminabile di casi risolti grazie alle intercettazioni telefoniche o ambientali. Ogni giorno fior di colpevoli vengono individuati, e persone innocenti sono scagionate da false accuse, grazie a questo insostituibile strumento di indagine, fonte di certezze processuali. La nuova disciplina ne riduce drasticamente le potenzialità, di fatto lega le mani agli investigatori. Ciò significa (non c’è trucco che possa cancellare questa verità) garantire impunità o quasi a fior di delinquenti che non siano mafiosi o terroristi ma «soltanto» assassini, rapinatori, estortori, stupratori, pedofili, bancarottieri, corruttori, usurai, sfruttatori di prostitute, trafficanti di droga e via elencando. Semplicemente assurdo. Ancor più assurdo se a pretendere o a sostenere la riforma, accettando una sicura catastrofe per la loro e la nostra sicurezza, sono proprio coloro che continuamente strillano di «tolleranza zero».

Per cogliere meglio tale assurdità, supponiamo che un portavoce del Governo si presenti all’ordine dei medici per dire: «voi avete a disposizione radiografie, tac, risonanze magnetiche e altre cosucce del genere. Bene, da domani si cambia. Tornate alle sanguisughe e accontentatevi. Vuolsi così colà dove si puote...». Se mai questo paradosso (proposizione formulata in contraddizione con i principi elementari della logica) diventasse realtà, si ribellerebbero all’istante non solo i medici, ma tutti i cittadini italiani. Nessuno, uomo o donna, vecchio o bambino, leghista o democratico di sinistra, berlusconiano o finiano, consentirebbe a chicchessia di giocare con la sua pelle. Ci sarebbero tumulti di piazza in ogni dove, per difendere il sacrosanto diritto alla salute.

Spostiamoci ora dal settore della sicurezza sanitaria a quello della sicurezza sociale. Le intercettazioni sono vere e proprie «radiografie giudiziarie» che consentono di vedere in profondità, dentro i fatti da punire, scoprendone i responsabili. Bene: la riforma delle intercettazioni su cui il Governo intende mettere la fiducia equivale al discorso ipotizzato per i medici. E come se ai magistrati e alle forze dell’ordine si dicesse: scordatevi le intercettazioni, rinunziate a questi strumenti di indagine; troppo moderni; tornate alle «soffiate» di qualche confidente. Difatti, consentire le intercettazioni soltanto quando vi sono indizi di colpevolezza «gravi» (la sostanza non cambia scrivendo «obiettivi» o «rilevanti») significa che in sostanza le intercettazioni potranno essere date soltanto in rari casi e che un bel numero di delinquenti (molti, molti più di oggi) riusciranno a farla franca. Forse che quando si tratta di intercettazioni ci si può consentire il lusso di ridurre la sicurezza ad un optional? Fino a che punto i cittadini si rendono conto che con una mano si alzano muri (magari di cartapesta) e con l’altra si smantellano i veri bastioni della sicurezza, cioè le intercettazioni? Sembrerebbe che i cittadini siano vittime di un qualche sortilegio, perché se ne stanno buoni, mentre se si trattasse di sicurezza sanitaria protesterebbero, eccome!

Nessuno nega che vi sia il problema di impedire l’uso processuale e più ancora la divulgazione delle intercettazioni relative a soggetti, fatti o circostanze che sono estranei all’oggetto del processo. Al riguardo il progetto di riforma fissa dei paletti rigorosi e merita approvazione. Ma al di là di questo perimetro le potenzialità investigative delle intercettazioni vanno garantite, nell’interesse dei cittadini comuni. Anche se qualche «potente» la pensa diversamente. Perché da sempre gli «arcana imperii» segnano le barriere con cui il potere cerca di proteggere le sue deviazioni. Le intercettazioni violano queste barriere, mettono a nudo il potere. Per cui ben si spiega l’ostilità di certa politica per gli incisivi controlli che le intercettazioni consentono. Ma questa ostilità non è certo un buon motivo per scagliare un siluro sotto la linea di galleggiamento della sicurezza di tutti gli altri italiani.

martedì 2 giugno 2009

Papi, Letizia e i Clan

Caso Noemi

di Rosita Praga, da La Voce delle Voci

A Napoli gli investigatori della Direzione Antimafia stanno indagando sui possibili collegamenti fra Elio Benedetto Letizia, il padre dell'ormai celebre Noemi, e il ceppo che a Casal di Principe ha visto per anni egemone il clan capitanato da Armando, Giovanni e Franco Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola, area Bidognetti. Tutti alleati degli Scissionisti di Secondigliano. Qui, nell'attesa di sviluppi giudiziari, proviamo a mettere in fila alcune impressionanti coincidenze, con le tessere di un puzzle che vanno al loro posto una dopo l'altra. Ed un Paese che, se le ipotesi investigative fossero confermate, si troverebbe a dover raccogliere la sfida finale.

Potrebbe suonare solo come un'omonimia, un cognome strano, uguale al nome di una donna. E che ricorre. Poi il cerchio delle coincidenze comincia a stringersi. E prende corpo l'ipotesi che Benedetto Letizia detto Elio, padre dell'aspirante starlette Noemi, lungi dall'essere mai stato autista di Craxi o militante di Forza Italia o qualsiasi altra boutade messa in circolazione, sia originario dello stesso ceppo di Casal di Principe dal quale provengono Franco e Giovanni Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola. Lo stesso commando capace di sparare in fronte ed ammazzare sei extracomunitari in un colpo solo per avvertire gli altri che, se si intende trafficare droga in zona, bisogna sottostare alle "regole". E pagare.

Ma chi è veramente Benedetto-Elio Letizia? Da Castelvolturno all'Agro Aversano fino a Secondigliano, molti lo sanno fin dall'inizio di questa storia. Ma non parlano. Tacciono di fronte ai tanti cronisti venuti da ogni parte del mondo. Però a Enrico Fierro, inviato dell'Unità, qualcuno ha detto: lascia stare, su questa storia meglio non metterci le mani. Bolle, scotta. Il cinquantenne Benedetto Letizia, noto finora al Comune di Napoli (dove è in servizio) più che altro per un vecchio inciampo giudiziario - fu arrestato nel '93 nell'ambito di un'inchiesta sulle compravendite di licenze commerciali - per tutti è un uomo tranquillo. E anche la gazzarra di visure camerali e catastali messa su dai giornali, non ha potuto scoprire altro che modesti immobili intestati a Noemi e un paio di società dedite al commercio di profumi. Solo una bufala, allora, la storia della parentela? "Non dimentichiamo - dice un attento osservatore di queste dinamiche - che molto spesso i clan si servono proprio di personaggi 'puliti', o quasi, per tenere i contatti con esponenti delle istituzioni".

A gettare benzina sul fuoco, realizzando la classica "excusatio non petita", sono poche settimane fa alcuni giornalisti del casertano. Ventiquattr'ore di fuoco, quel 19 maggio. Dopo la cattura in Spagna del boss Raffaele Amato, a Secondigliano un blitz porta in manette quasi cento persone ritenute affiliate agli Scissionisti. In nottata arriva l'arresto a San Cipriano d'Aversa del boss Franco Letizia, uno fra i cento latitanti più ricercati d'Italia. E siamo proprio negli stessi giorni in cui, fra gossip e cronaca, i giornali, le tv e il web sono letteralmente invasi da quel nome: Letizia. Alle 12 e 18 in punto nelle redazioni arriva un lancio Ansa. E' firmato dalla giovane corrispondente casertana Rosanna Pugliese: nessuna parentela - si legge - tra l'arrestato Franco Letizia ed il papà di Noemi, lo affermano "gli inquirenti che operano nel casertano". Che bisogno c'era di quella perentoria smentita, a fronte di una notizia mai data? E soprattutto, perche' rifarsi ad un termine generico come "gli inquirenti", senza precisare se si tratta della squadra mobile, della Procura (di Napoli o di Caserta?) oppure di altre forze dell'ordine? Un sito locale, Caserta Sette, non perde l'occasione per rilanciare la non-notizia. E con tono stizzito se la prende con chiunque osi pensare che esista quella parentela.

Mentre scriviamo, alla Voce risulta invece che sono in corso indagini top secret alla Procura di Napoli proprio per accertare il possibile collegamento fra i Letizia di Secondigliano (Benedetto detto Elio, ma anche altri suoi stretti congiunti) e il clan Letizia affiliato ai Casalesi. Un legame che, se fosse accertato, nella "vicenda Papi", spiegherebbe tutto. O quasi. Qualcuno, in Campania ed oltre, sa bene da tempo cosa significa pronunciare alcuni grossi nomi. E perchè, se telefona uno con quel nome, se si spinge fino a chiedere a un leader politico di mostrarsi alla nazione intera, intervenendo ad una festa di paese, lui potrebbe essere costretto ad acconsentire. Ma in ossequio alla ragion di stato sarebbe obbligato a far credere - perfino alla moglie e ai figli - che si tratti d'una storia di corna e minorenni, piuttosto che rivelare al Paese e al mondo la verità.

Scrive Fierro sull'Unità del 22 maggio: "La camorra, soggetto da maneggiare con cura in questa storia. Anche se i tanti set di questo reality non aiutano a tenerla a debita distanza. Secondigliano (il quartiere monstre dove i Letizia hanno alcune loro attività); Portici, la città-quartiere dove vivono Noemi e sua madre, e Casoria, il paesone della festa. In ognuno di questi luoghi i clan hanno un controllo ferreo del territorio. Sanno tutto. Di tutti". In attesa delle conclusioni alle quali giungeranno i pm della Dda, noi qui proviamo a mettere insieme le tessere del puzzle. Che cominciano a combaciare in maniera impressionante. Se risultasse provato il collegamento fra i Letizia, sarebbe allora più realistico immaginare quale sia stato il vero motivo di quell'appuntamento cui il premier, suo malgrado, non poteva mancare, pur avendo cercato con ogni mezzo fin dalla mattina - e poi nelle frenetiche telefonate fatte in quei misteriosi 50 minuti di sosta dentro l'aereo, a Capodichino - di sottrarsi. Alla fine va. E resta per quasi un'ora a colloquio "riservato" - dice chi c'era - con Elio Benedetto Letizia, prima di darsi in pasto ai fotografi.

IL POTERE DI GOMORRA

Troppo forte, il potere d'intimidazione di quella holding multinazionale che, come ci ha raccontato Gomorra, comunica i suoi messaggi attraverso i simboli. L'uomo accusato di essersi portato via la donna di un boss, per esempio, viene crivellato non alla testa o al cuore, ma "mmiez 'e palle"; quello che ha tradito gli accordi, facendo catturare uno del clan, dovrà essere "incaprettato", legato come un capretto sul banco della macelleria, e fatto ritrovare nella posa piu' grottesca e mostruosa che si possa immaginare per un essere umano. Così anche la presenza fisica di una personalità, in certi luoghi ed occasioni, vale più di cento rassicurazioni verbali. Magari arriva a suggello di un condizionamento che durava gia' da mesi. E del quale la bella - e quasi certamente ignara - Noemi non era che un altro "segnale". La sua presenza al fianco del primo ministro (come nell'ormai famoso ricevimento di fine anno a Villa Madama) serviva per affermare all'esterno che il rapporto con gli uomini del napoletano e del casertano stava andando avanti.

Del resto, lo strapotere finanziario raggiunto dalle imprese dei clan camorristici - anche attraverso la presenza di loro vertici nelle logge massoniche coperte - praticamente non ha uguali. Lo ha spiegato poche settimane fa Roberto Saviano agli studenti della Normale di Pisa nel corso di una lezione: nessuna, fra le altre mafie del mondo (russa, cinese o slava che sia) è autonoma rispetto alle cosche italiane. Tutte hanno come modello di partenza Cosa Nostra, 'Ndrine e Camorra. Ma i gruppi esteri non si sono mai del tutto affrancati: sullo scacchiere internazionale, nei paradisi fiscali, per muovere da un capo all'altro dei contimenti denaro, armi, stupefacenti, organi ed esseri umani, devono sempre e ancora in qualche modo "dare conto" ai clan italiani.

Dal punto di vista dell'economia criminale, poi, che interi pezzi dell'Italia siano ormai ricattabili da parte dei clan camorristici, non e' una novita'. Una holding multinazionale, ma pur sempre malavitosa; forze strutturate e uomini che, pur trovandosi ormai a gestire le leve del potere finanziario (il giro di affari delle mafie, secondo uno studio recente di Confesercenti, e' pari a 125 miliardi di dollari l'anno, circa il 7% del Pil nazionale), non rinunciano ai vecchi e collaudati metodi per affermare il loro potere. Un commando di fuoco pronto a sequestrare, a sparare in faccia, tenere in ostaggio magari i figli di un alto esponente politico. Ed e' cosi' che possono maturare, per i posti chiave di governo - ad esempio la presidenza di una strategica Provincia o un sottosegretariato - le nomine di personaggi ritenuti gia' nelle lore stesse zone di origine impresentabili, per i legami con la camorra dei loro uomini più stretti.

MARONI ALLA CARICA

Come s'inscrive, nello scenario che stiamo ipotizzando, l'autentica impennata nella lotta ai clan camorristici impressa nelle ultime settimane da Roberto Maroni, ministro degli Interni, e da Antonio Manganelli, capo della Polizia? "Berlusconi - dice un esperto di intelligence che preferisce restare anonimo - probabilmente sarà presto lasciato al suo destino. Lo dimostra il livello di fibrillazione da cui è stato colto dopo l'episodio di Casoria, gli errori a raffica, le dichiarazioni avventate. A reggere saldamente il timone dello Stato che non si arrende è ora il Viminale, da cui non a caso negli ultimi mesi è partito un pressing senza precedenti nel contrasto ai Casalesi e ai loro alleati, gli Scissionisti di Secondigliano. Operazioni che hanno liquidato quasi interamente il clan Letizia".

L'escalation nella lotta alla malavita organizzata del casertano ha inizio esattamente dopo la strage di Castelvolturno, il 19 settembre dello scorso anno, quando sei nordafricani residenti nella vasta area a rischio della Domiziana, sul litorale di Caserta, vengono massacrati in un raid di camorra teso - si capirà in seguito - a riaffermare il predominio sulla zona del boss dei Casalesi Giuseppe Setola, al cui clan sono affiliati i Letizia.
Appena dieci giorni dopo, il 30 settembre, i Carabinieri del comando di Caserta arrestano gli artefici dell'eccidio. Sono Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo ed il ventottenne Giovanni Letizia, già ricercato per un altro omicidio collegato alla connection politica-rifiuti: quello dell'imprenditore Michele Orsi. I militari li sorprendono in due villini di villeggiatura a Quarto, sempre in zona domizia. "Secondo il pentito Oreste Spagnuolo - scriverà Roberto Saviano - Giovanni Letizia quando uccise Michele Orsi indossava una parrucca e ai piedi aveva un paio di Hogan di tela. Poi gli venne fame e andarono a mangiare con Letizia che aveva ancora le scarpe sporche di sangue ma preferiva pulirle con la spugnetta anziche' buttarle. Quando il suo capo chiese perchè perdesse tempo a lavarle rischiando di essere beccato, Giovanni Letizia gli rispose che Orsi non valeva le sue scarpe".
14 gennaio 2009. In un edificio diroccato di Trentula Ducenta, al confine con il Lazio, finisce la latitanza del boss Giuseppe Setola. Con lui viene fermata la moglie, Stefania Martinelli. Fra il 9 e l'11 marzo la Dda partenopea mette a segno un altro colpo mortale per i Casalesi con l'arresto di altri uomini legati a Franco Letizia, cugino di Giovanni, considerato il reggente del clan. Fra loro anche il trentatreenne Vincenzo Letizia detto 'o schizzato.
3 aprile 2009. La Mobile di Caserta arresta Armando Letizia, 56 anni. Considerato elemento di spicco del clan, Armando e' zio di Giovanni Letizia e padre del latitante Franco. Il cerchio si stringe intorno a quest'ultimo, che sara' tratto in manette il 19 maggio. Ma quella domenica 26 aprile, il giorno dell'arrivo di Berlusconi a Casoria per il compleanno di Noemi, un'altra e più rilevante cattura forse è già nell'aria. All'alba del 29 aprile la Direzione Investigativa Antimafia di Napoli sorprende Michele Bidognetti, fratello del boss Francesco Bidognetti (detenuto al 41 bis eppure ancora in grado - secondo gli inquirenti - di impartire ordini), ma soprattutto parente del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti.

Un gruppo criminale strettamente collegato a quello dei Setola e, quindi, ai Letizia. "Una storia - fanno notare in ambienti giudiziari del casertano - che puzza lontano un miglio di rifiuti. Non va dimenticato che per i Bidognetti questa è stata sempre una fra le più lucrose attività. E che molte operazioni messe a segno recentemente dalle forze dell'ordine nascono dalle rivelazioni su quel maleodorante business rese da una gola profonda del settore come Gaetano Vassallo". Senza contare, su tutto, la presenza degli imprenditori-camorristi del settore rifiuti Michele e Sergio Orsi: il primo ucciso proprio per mano del clan Letizia quando era in procinto di collaborare con la magistratura. Il secondo, arrestato nell'ambito di un'operazione anticamorra di febbraio scorso, era invece stato prosciolto nel 2007 da analoghe accuse. Al suo fianco, come penalista, c'era l'avvocato Ferdinando Letizia dello studio Stellato di Santa Maria Capua Vetere. Casertano, 35 anni, Ferdinando Letizia è anche consigliere comunale a Castelvolturno e capogruppo della lista "Liberamente", sul cui sito internet si esaltano le gesta del leader Silvio Berlusconi. Il colpo inferto ai trafficanti di rifiuti con l'apertura dell'inceneritore di Acerra, il timore di perdere gli appalti da milioni di euro che ruotano intorno all'affare munnezza, potrebbero insomma essere fattori non del tutto estranei al clima rovente delle ultime settimane.

IL MILAN? ALL'OLIMPIA

Ma torniamo ai segnali. A quegli avvenimenti forse solo in apparenza "curiosi" che avevano preceduto la famosa sera del 26 aprile. Quella domenica a giocare sul campo del San Paolo c'era stata l'Inter. Ma il 22 marzo a Napoli per una sfida di campionato era sbarcato il Milan. Che per la prima volta aveva abbandonato i consueti, sfavillanti hotel del lungomare partenopeo con vista sul golfo, per andare ad alloggiare in una delle più desolate periferie dell'hinterland: Sant'Antimo, Hotel Olimpia. Terra di inceneritori, ecoballe e Cdr. Al confine col triangolo della morte Nola-Marigliano-Acerra. Comune, Sant'Antimo, due volte sciolto per infiltrazioni camorristiche. Area infestata da sversamenti illegali di materiali tossici. E non lontana da quell'Agro Aversano da cui trae le sue origini il gruppo Setola-Bidognetti-Letizia.

L'Hotel Olimpia rientra nell'impero economico della famiglia Cesaro, che in zona possiede anche l'unico presidio sanitario disponibile per uno fra i territori piu' densamente popolati d'Italia, il Centro Igea, ed una serie di altre lucrose attivita'. Leader della famiglia è Luigi Cesaro, deputato Pdl, candidato in pole position per la presidenza della Provincia di Napoli. Sui suoi pregressi legami coi clan della zona si soffermava a lungo (come la Voce ha ricordato nel numero di maggio scorso) la relazione di fuoco redatta dai commissari prefettizi inviati a Sant'Antimo dopo lo scioglimento per camorra del 1991.

Ecco i passaggi chiave. "I collegamenti di taluni degli amministratori con la malavita organizzata - clan Puca e Verde - si estrinsecano attraverso rapporti di parentela e/o cointeressi in attivita' economiche e patrimoniali". "La cointeressenza in attività economiche si coglie soffermandosi sugli accordi in materia di appalti fra i clan di Pasquale Puca ed il clan Verde, che operano rispettivamente attraverso le cooperative 'La Paola' e 'Raggio di Sole', addivenendo in tal modo ad una spartizione dei settori dell'economia locale. Della Cooperativa 'Raggio di Sole' è socio il consigliere comunale Antimo Cesaro unitamente ai fratelli Raffaele (legale rappresentante) e Luigi". Ancora: "Lo stesso consigliere Aniello Cesaro risulta citato a comparire dalla Autorità Giudiziaria in ordine a molteplici attivita' estorsive messe in atto da Pasquale Puca, capo dell'omonimo clan camorristico operante in Sant'Antimo e Casandrino; risulta avere in atto procedimenti per truffa, interesse privato in atti d'ufficio, omissione in atti d'ufficio e peculato". Diciannove anni dopo, di Luigi Cesaro (e del suo "gemello" politico Nicola Cosentino, sottosegretario all'Economia), parla Gaetano Vassallo, come ricorda l'Espresso in un'inchiesta di settembre 2008. E qui tornano le coincidenze. Perchè se le verbalizzazioni del pentito dovessero trovare conferma, a favorire l'attivita' imprenditoriale dei Cesaro non sarebbe stato un clan qualsiasi. Ma il gruppo di Francesco Bidognetti, alias Cicciotto 'e mezzanotte.

IL BOOMERANG

"Sto pensando di riferire in aula sul caso Letizia. Ma ci devo riflettere". 23 maggio. E' appena scoppiato il caso Mills (la condanna per corruzione dell'avvocato David Mills, che tira il ballo lo stesso premier) e siamo a poche ore da un altro storico annuncio di analogo tenore: "riferirò alla Camera sulla vicenda Mills". Perchè, allora, mentre tutti parlano di Mills, lo stesso Cavaliere torna a porre l'accento sulla storia dei suoi rapporti con Noemi Letizia e la sua famiglia? La risposta potrebbe stare tutta in una ricostruzione dei fatti che comincia a circolare a Napoli. E che trae spunto da quelle mezze frasi dette "col cuore in mano" prima dal papà di Noemi ("il mio rapporto con Berlusconi? Preferisco non approfondire, siamo legati da un segreto"), poi dalla mamma Anna Palumbo: "non chiedetecelo, non possiamo dire di più...". Dopo la valanga di stridenti contraddizioni abbattutasi sul resoconto che lo stesso Cavaliere aveva voluto rendere negli studi di Porta a Porta (dalla bufala del Benedetto Letizia autista di Craxi, subito sbugiardata dal figlio dell'ex leader socialista Bobo, alle secche smentite di Franco Malvano e Fulvio Martusciello che addirittura - aveva detto il premier a Bruno Vespa - gli erano stati segnalati quella sera da Letizia), ora lo staff del presidente deve mettere a punto una versione inattaccabile. E se colpisse anche i sentimenti, se saltasse fuori una storia di buona sanità, meglio. E' partita così la caccia di alcuni cronisti alle notizie d'agenzia di quel maledetto 29 luglio 2001 quando l'appena diciannovenne Yuri Letizia, fratello di Noemi che in quel periodo prestava servizio militare, perse tragicamente la vita a bordo di una Fiat punto andatasi a schiantare contro gli alberi sulla Salaria. E' stato un articolo di Francesco Lo Sardo sul quotidiano Europa a gettare in campo l'ipotesi: "pare sia stato dopo questa tragica morte - scrive il 15 maggio - che, in qualche modo e per qualche speciale ragione, si sia cementato il legame tra il signor Elio Letizia e Silvio Berlusconi". La ricostruzione potrebbe essere già pronta: "Prima - fa sapere il premier - li lascio andare avanti, perchè così si mostrano per quello che sono. E sarà un boomerang tale che si vergogneranno, e perderanno consenso e la stima degli elettori, perchè in questa vicenda tutto è più che pulito".

(31 maggio 2009)
(micromega)
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Gli avvenimenti si ripetono con personaggi differenti. Prima la Mafia e ora la Camorra.
Prima Dell'Utri e ora Letizia. Un'Italia governata da mafiosi, manca ancora la 'ndragheta
e poi siamo a posto. Grazie "popolo della libertà".
Masaghepensu
(Ma se ci penso)

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Masaghepensu (Ma se ci penso)

appello fini travaglio


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Non più giovane ma non (ancora)decrepito, sono soddisfatto della mia Vita e non domando altro

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