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martedì 1 dicembre 2009

SCENDILETTA di Marco Travaglio....

L’elettore del Pd, si sa, è nato per soffrire. Ma non è dato sapere quale peccato mortale, o addirittura originale, debba espiare per meritarsi questo martirio quotidiano. Martedì scorso è costretto a sorbirsi a Ballarò le elucubrazioni di Luciano Violante, responsabile Istituzioni del Pd: i processi a Berlusconi creano un conflitto insanabile fra “democrazia e legalità”, ergo bisogna regalargli uno scudo costituzionale in cambio del ritiro del “processo breve” (così il Cavaliere eviterà di andare a sbattere con l’ennesima legge incostituzionale e godrà di un’impunità a prova di bomba, prevista addirittura in Costituzione). I cinque giorni di silenzio di Bersani fanno ben sperare il povero elettore. Invece domenica, intervistato da Repubblica, Bersani sposa la linea Violante: “Il governo ritiri il provvedimento che cancella i processi e si apra un confronto parlamentare a partire dalla bozza Violante… In quel contesto si possono affrontare anche le questioni del rapporto sistemico tra esecutivo, Parlamento e magistratura. Il problema della magistratura c’è e non ha trovato un punto di equilibrio in tutti questi anni”. La legge è uguale per tutti, un bel guaio, occorre rimediare.   Quanto al NoBDay di sabato, bontà sua, Bersani autorizza “militanti e dirigenti” a partecipare. Magari mascherati da Arlecchino, Brighella e Colombina. Intanto il premier accusa i magistrati di volere la “guerra civile” e Napolitano zittisce i magistrati. Violante, demolito da Barbara Spinelli sulla Stampa, risponde che, “mentre tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”, qualcuno è più uguale degli altri: “Gli eletti alle massime cariche dello Stato possono essere esentati dalla responsabilità penale o, in modo assoluto, per determinati reati, o, a tempo, sino a quando rivestono una carica politica. E’ la prevalenza del principio democratico sul principio di legalità”. Siccome nessuno chiama l’ambulanza per portarlo via, l’elettore comincia a domandarsi che differenza passi fra Pdl e Pd, a parte la elle. La risposta la dà ieri il vicesegretario Pd Enrico Letta al Corriere della Sera. L’organo dell’inciucio, che spende un capitale per reclamizzare la propria indipendenza mentre pubblica editoriali degni del Giornale e del Predellino, chiede per la penna di Sergio Romano una nuova “forma di immunità” per Berlusconi. Le accuse di mafia sembrano (a Sergio e a Silvio) “poco plausibili” e tanto basta: chissenefrega se sono vere o false. Mettiamoci una pietra sopra e lasciamoci governare da un possibile amico della mafia visto che “ha una consistente maggioranza”. Anziché domandare a Romano se gli capiti mai di arrossire mentre scrive certe scempiaggini, il piccolo Letta dice che “il grido d’allarme di Romano è condivisibile” e che “mai le forze politiche sono state tanto vicine a un’intesa sul merito delle riforme” con il noto statista che accusa i giudici di “guerra civile”. Dopodiché il Lettino giura che il Pd si guarda bene dal “cercare scorciatoie per far cadere il governo e liberarsi di un Berlusconi che non è un ‘ingombro’”. Quella è roba da oppositori e lui, modestamente, non lo nacque. Poi spiega che, dopo un colloquio al Quirinale con Bersani e Napolitano, “il Pd non opporrà obiezioni al ricorso al legittimo impedimento”. Anzi, dice Enrico scavalcando lo zio Gianni, “consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo”. Insomma “l’opposizione si attiene a quanto detto dal capo dello Stato”. Notiziona: il Pd delega a Napolitano la guida dell’opposizione e, dopo averlo incontrato, autorizza il premier a fuggire illegalmente dai processi “come ogni imputato” (è noto infatti che ogni imputato, tipo i marocchini imputati di spaccio di hashish, possono sottrarsi alle udienze, impegnati come sono a Dubai o al Consiglio dei ministri). A questo punto ben si comprende la riluttanza dei vertici Pd a partecipare al NoBDay. Gli elettori potrebbero riconoscerli.  

giovedì 26 novembre 2009

IL FATTO POLITICO Le rese dei conti....



  di Stefano Feltri
 
L’ipotesi di elezioni anticipate è scomparsa da ogni orizzonte, ma le tensioni dentro la maggioranza sembrano molto maggiori rispetto a qualche giorno fa, quando Silvio Berlusconi sembrava così tentato dal voto da suggerire a Renato Schifani di invocare le elezioni in caso di uno sfaldamento della maggioranza. Ricapitolando le ultime: lo scontro tra le due anime del Pdl in economia è sempre più forte. Ieri la guerra tra Giulio Tremonti e Renato Brunetta, ormai anche su un piano personale, ha assunto nuovi toni, con il ministro della Funzione pubblica che ricorda a tutti che il collega dell’Economia non è un economista (poi cerca di ridimensionare, spigando che non c’era polemica). E alla fine del percorso parlamentare   della Finanziaria sarà chiaro chi ha vinto: il rigore di Tremonti o la voglia di misure che sostengano la ripresa di Brunetta e del senatore Mario Baldassarri.    Poi c’è Gianfranco Fini. Il presidente della Camera è già impegnato su un test delicato, quello della candidatura di Nicola Cosentino alla guida della Campania a cui si è opposto. C’è la vicenda – secondaria ma non troppo – della contrarietà alla norma che permette di mettere all’asta i beni confiscati ai mafiosi (battaglia affidata al deputato finiano Fabio Granata) e la nuova tensione con la Lega di Umberto Bossi seguita al discorso sull’insulto (“stronzi”) da rivolgere a chi tiene comportamenti razzisti con gli immigrati. E da ieri un altro impegno: no   a una Finanziaria blindata in cui tutte le modifiche sono in un maxiemendamento impossibile da discutere in parlamento perché protetto da un voto di fiducia.    Tutti questi nodi verranno sciolti entro poche settimane. E visto che gli impegni presi dai diversi soggetti in campo sono espliciti e verificabili, comincia a circolare l’impressione che presto si arriverà a una verifica. Tremonti può accettare una Finanziaria diversa da quella che ha progettato da ministro delle Finanze? E Fini, come reagirebbe se alla fine il maxiemendamento blindato ci fosse? E se Cosentino alla fine si   candidasse, visto che ieri la giunta della Camera ha respinto la richiesta di arresto per le presunte continguità con la Camorra? Lo si capirà in tempi molto brevi.

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Ma guarda che bel casino..madama Dorè...ma guarda che bel casinoooo....E che altro si può dire...!?   
  Masaghepensu  
(Ma se ci penso)


mercoledì 18 novembre 2009

GOVERNO - VENTI DI CRISI..Berlusconi: "Mai pensato alle elezioni Fini? L'ho già visto, nulla da chiarire"...

18/11/2009


Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi



Il premier: se la maggioranza cadesse
non potremmo fare un altro governo.
Maroni: se siamo divisi meglio votare
Ma Bossi tranquillizza: intesa vicina

ROMA
Silvio Berlusconi ripone nel cassetto la minaccia di tornare alle urne. Lo fa con una nota, in cui precisa di «non aver mai pensato a elezioni anticipate», diffusa a meno di 24 ore dall’ultimatum spedito da Renato Schifani a Gianfranco Fini. Una scelta dettata da diverse ragioni: la prima è che il Cavaliere per primo non desidera interrompere prematuramente la legislatura, sia perchè sarebbe difficile spiegarlo ai suoi elettori, sia perchè ben consapevole dei rischi di una simile scelta. Inoltre, ciò che ha detto il presidente del Senato è perfino «ovvio», visto che «se cade il governo, non si può pensare a una maggioranza diversa da quella votata dagli italiani».

La precisazione del presidente del Consiglio è anche frutto delle pressioni di Umberto Bossi che, in una lunga telefonata, gli chiede di abbassare i toni dello scontro con il presidente della Camera. Al leader leghista Berlusconi dà ampie garanzie (ribadite poi nello stesso comunicato) sul fatto che è sua intenzione portare a termine la legislatura, varando quelle riforme tanto care al Carroccio. Il Cavaliere si sarebbe detto anche pronto a ristabilire un rapporto politico (su quello personale non si sarebbe pronunciato) con l’alleato, ma avrebbe anche ricordato che per farlo occorre che Fini dimostri maggiore fedeltà alla coalizione. Parole che devono aver convinto il Senatur che poco dopo infatti ostenta tranquillità: «Berlusconi e Fini si troveranno le soluzioni; il governo non rischia e noi non rischiamo», dice il ministro delle Riforme.

Ma quella nota, in cui si parla anche di una maggioranza «solida» al di là di quella che viene definita «dialettica interna», è anche il segno che qualcosa, dopo l’affondo di Schifani, si è mosso: i pontieri del Pdl (da Gianni Letta a Ignazio La Russa, passando per Giulio Tremonti) lavorano sodo per cercare di riallacciare un filo ormai spezzato. Solo quella di Maroni sembra una voce fuori dal coro: «Se siamo divisi, meglio andare al voto».

Il sottosegretario e consigliere del premier lo fa con una telefonata in cui preannuncia l’idea del comunicato. Dall’altra parte del filo trova un presidente della Camera disposto a ascoltare. Anche perchè, almeno stando ad alcuni interlocutori, Fini appare molto preoccupato dal livello dello Scontro. Resta convinto che la minaccia delle elezioni sia una «pistola scarica», ma riconosce che la tensione è salita tanto che niente si può escludere. Per questo, secondo qualcuno, è possibile che con Letta l’inquilino di Montecitorio non chiuda al dialogo. Quel che è certo è che a fare il primo passo è Berlusconi. Che poco dopo, infatti, diffonde il comunicato.

Il lavoro dei pontieri però non si ferma. Anzi, prosegue tutto il giorno. La Russa, approfittando della presenza di Berlusconi a Montecitorio, fa da spola fra la stanza del governo e lo studio di Fini. Una mediazione che, però, è solo all’inizio. Fra i due infatti non vi è alcun contatto diretto. Berlusconi nega frizioni con l’alleato: «L’ho già incontrato e secondo me non c’è nulla da chiarire», dice senza toni polemici. Parlarsi ora, spiega del resto un suo consigliere, sarebbe «prematuro» visti i rapporti ancora tesissimi. Il gelo, dunque, per ora resta. Ma almeno i falchi hanno lasciato spazio alle colombe. Come sembrano dimostrare le parole di Italo Bocchino, che promette il voto dei finiani sul ddl sul processo breve. La giustizia, infatti, è il vero motivo dello scontro fra il Cavaliere e l’ex ministro degli Esteri.

Infine, ferme restando le altre motivazioni, lo stop all’idea di urne anticipate deriva soprattutto dalla necessità di Berlusconi di rassicurare il suo elettorato: i sondaggi che ha sul tavolo evidenziano un calo di consensi del Pdl proprio a causa delle divisioni interne alla maggioranza. Berlusconi lo dice chiaramente: «Le contorsioni della politica politicante non mi appartengono e spiace che sui giornali venga fuori questo e non invece di un governo che continua a lavorare». (La Stampa-Torino)

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Sono tutti nel "  pallone"  , un giorno dicono una cosa e quello dopo lo sconfessano. Hanno persino paura di ciò che dicono per mutare le parole dette,pensano alla reazione della Gente comune e temono eventuali contraccolpi. Sarà questa lo voöta buona per cacciarli fuori dalle palle..!? Eppure, vanno in controffensiva,basta leggere certo commenti postati sul Blog di Beppe Grillo. E fanno bene ad aver paura, se va male si trovano tutti dentro sia i ladri che quelli che tenevano il sacco e anche chi faveva ca "  palo"  . Brutte prospettive, molto brutte.
 Masaghepensu
(Ma se ci penso) 

martedì 17 novembre 2009

Il ritorno de “L’odore dei soldi” ,,,Meditate Gente, meditate....


  QUELLA PUNTATA DI “SATYRICON” E L’EDITTO BULGARO      

Torna in libreria, con tutti gli aggiornamenti rispetto agli ultimi processi e alle ultime sentenze, “L’odore dei soldi”, di Elio Veltri e Marco Travaglio (Editori Riuniti), il bestseller che nel 2001 ha venduto 350 mila copie, provocando, pochi mesi dopo, l’epurazione dalla Rai di Biagi, Santoro e Luttazzi. Pubblichiamo uno stralcio della prefazione.

  di Marco Travaglio
      
Nelle prime due settimane “L’odore dei soldi” ha venduto 18 mila copie (merito anche di misteriosi personaggi che si presentano nelle librerie più in vista, come quella dell’aeroporto di Fiumicino, a fare incetta di tutte le copie disponibili, come mi viene riferito dal mio direttore di allora, Ezio Mauro, che l’ha saputo dall’editore Carlo De Benedetti). Della presentazione alla Camera, riferiscono soltanto la Lucca sul “Manifesto” e un articolo di “Liberazione”. Ma la recensione del Manifesto viene notata da Daniele Luttazzi, attore satirico che lavora per Raidue diretta da Carlo Freccero. Luttazzi si procura “L’odore dei soldi” e comincia a leggerlo. Resta colpito dall’ultima vera intervista di Paolo Borsellino prima di morire (rifiutata da tutti i tg Rai e trasmessa nottetempo da RaiNews24 il 19 settembre 2000), in cui il giudice antimafia parla di indagini sui rapporti fra Berlusconi, Marcello Dell’Utri e il cosiddetto “stalliere di Arcore”, il boss mafioso Vittorio Mangano.   Scorre gli stralci della requisitoria del pm di Caltanissetta Luca Tescaroli, che parla anche delle indagini in corso su Berlusconi e Dell’Utri come possibili “mandanti a volto coperto” delle stragi politico-mafiose del 1992-‘93 (indagini all’epoca ancora aperte: saranno archiviate fra mille polemiche soltanto nel 2002). Legge le sintesi dei rapporti dei consulenti tecnici della procura di Palermo sui finanziamenti alle società – le “Holding Italiane” numerate dalla 1 alla 37 – che controllano la Fininvest, imbottite fra il 1978 e il 1983 di oltre 500 miliardi di lire al valore attuale di origine misteriosa e mai spiegata. Non crede ai suoi occhi dinanzi agli esilaranti interrogatori di Berlusconi e Dell’Utri nel processo Publitalia, in cui Dell’Utri è stato appena condannato in via definitiva a 2 anni di carcere per false fatture e frode fiscale.   Luttazzi divora il libro in un paio di giorni. Trova strano che nessuno ne parli: il materiale è incandescente.     

L’attore conduce su Raidue un programma “Satyricon”, dichiaratamente ispirato al “David Letterman Show” e di grande successo, vicino al 15 per cento di share, con un pubblico (sopra i 2 milioni di persone) addirittura superiore alla “Piovra 10” e a “Porta a Porta”, ma soprattutto alla concorrenza di Mediaset, che in prima serata strapazza la Rai col “Grande Fratello”. Ogni settimana Luttazzi intervista personaggi della politica, della cultura, dello spettacolo, dello sport. Decide di invitarmi per parlare de “L’odore dei soldi”, che intanto sta scalando le classifiche (il 10 marzo, la settimana precedente la trasmissione, è secondo nella saggistica davanti a “L’Italia che ho in mente”, cioè alla raccolta dei discorsi di Silvio Berlusconi pubblicata da Mondadori). Il suo accordo con Carlo Freccero, direttore di Raidue, gli permette la più ampia libertà nella scelta degli ospiti e degli argomenti.      L’addetta al casting Raffaella Fioretta mi telefona per concordare la data della registrazione: sarà il martedì 13 marzo, la puntata andrà in onda l’indomani, cioè mercoledì 14. Chiedo di poter incontrare Luttazzi qualche   minuto prima della registrazione. Non ci siamo mai visti né conosciuti, e, vista la delicatezza e la complessità dei temi trattati nel libro, voglio capire fin dove Daniele intende spingersi con le domande. Mi dicono di presentarmi in studio alle 20, un’ora prima della registrazione. Lì, nel backstage, incontro David Zard, il produttore che è venuto ad accompagnare un altro ospite, Riccardo Cocciante. Conosco Freccero e la sua assistente Enza Gentile. 

I ragazzi della produzione Ballandi mi sottopongono al rito che tocca a tutti gli ospiti di “Satyricon”: devo posare per una Polaroid istantanea, sulla quale mi viene chiesto di scrivere a pennarello una dedica al conduttore. La mia, improvvisata sul momento in preda all’emozione, è questa: “Ecco un teppista (quasi) paragonabile a te. Uno che, con quel che dirà, anticiperà la chiusura di Satyricon”. Ancora non posso credere che Luttazzi vorrà rovinarsi la carriera facendomi parlare di un libro del genere in un momento del genere. Lui intanto, bloccato nel traffico romano, non si vede. Io intanto vengo presentato alle   ragazze della scuderia di Schicchi, che “assistono” Luttazzi in studio. Una, Edelweiss, è vestita (si fa per dire) con un paio di francobolli di carta stagnola. Mentre sto per perdere i sensi, arriva Daniele. Qualche minuto dopo le 20,30. Appena in tempo per cambiarsi, incontrare la regista Franza Di Rosa per gli ultimi dettagli, salutare di corsa noi ospiti e infilarsi in studio. Mi sfreccia davanti alla velocità della luce, riesco a malapena a stringergli la mano, senza poter concordare nulla. “Ci vediamo dentro”, mi sibila parlando più veloce di quanto cammini. Quando tocca a me, dunque, non ho la più pallida idea di quel che mi chiederà. Nessuna prova, nessuna domanda concordata, tutto improvvisato, senza rete. Anche il distacco improvviso di un pezzo di scenografia che provoca un botto in studio, facendo sussultare tutti visto che in quel momento stiamo parlando delle bombe del 1992-’93.      Luttazzi mi fa domande su tutto quanto ha letto nel libro: la mafia, le stragi, lo “stalliere” mafioso, i soldi di dubbia origine, la nascita di Forza Italia. Il pubblico ascolta ammutolito i 26 minuti dell’intervista, interrompendo più volte con applausi. 

Alla fine Daniele mi dice: “A questo punto mi chiedo in che paese viviamo. Comunque volevo ringraziarti perché, scrivendo questo libro e parlando come fai, dimostri di essere un uomo libero. E non è facile trovare uomini liberi in quest’Italia   di merda”. Io ricambio: “Sai chi mi ricordi? Quel governatore della Pennsylvania che un giorno si presentò in televisione, si infilò la canna di una pistola in bocca, e si sparò”. Mentre torno dietro le quinte, mi viene incontro un Freccero molto emozionato: “Sei stato efficacissimo. Se potessi, ti darei subito un programma. Ma, da domani sera, non avrò più una rete...”. La registrazione con gli altri ospiti va a rilento, e a un certo punto lascio gli studi Rai per andare a cena. Ho appuntamento al ristorante con Curzio Maltese e il giovane regista Paolo Sorrentino, che diverrà celebre per “Il Divo”. Racconto quel che è appena successo, ci domandiamo se la Rai oserà mai trasmettere quell’intervista.    Luttazzi mi racconterà che, finita la registrazione, domandò a Freccero: “L’intervista a Travaglio può andare in onda?”. E il direttore lo rassicurò: “Certamente. Travaglio non ha fatto altro che raccontare i documenti del suo libro”. Luttazzi è un sorvegliato speciale da un bel po’. In quell’edizione di “Satyricon” ne ha già combinate di tutti i colori. Ha annusato      gli slip rossi di Anna Falchi infilandoseli nel taschino come pochette. Ha mangiato una finta cacca di cioccolato in risposta al consigliere Rai Alberto Contri che gliel’aveva suggerita come   l’ultima cosa disgustosa che gli restava da fare. Ha intervistato Marco Pannella che ha attaccato la Chiesa per la sua posizione sulla droga, la pillola del giorno dopo e il preservativo (“un brutale attacco al Papa”, per l’Osservatore Romano). E poi il direttore di MicroMega, Paolo Flores d’Arcais, che ha rincarato la dose sul cardinale Camillo Ruini e su Massimo D’Alema. Visti i precedenti, ogni mercoledì mattina il consiglio d’amministrazione Rai convoca Freccero per conoscere in anticipo il menu di “Satyricon”.    Il mattino del 14 marzo il direttore ha rassicurato i consiglieri: “Stasera niente sesso né coprofagia”. 

Quelli, visibilmente sollevati, si sono dimenticati di informarsi su cos’era invece previsto. Saprò più tardi che Silvio Berlusconi era stato informato in extremis da qualche spia interna a Raidue di ciò che quella sera sarebbe stato mandato in onda, e che aveva telefonato personalmente a Freccero per chiedergli di non farlo. Ma   Freccero gli aveva opposto un cortese, ma netto rifiuto di ogni censura preventiva. Giocandosi, così, la carriera. La sera della messa in onda, mercoledì 14 marzo 2001, me la ricorderò finché campo. Rientrato a Torino (dove lavoro nella redazione di Repubblica), ho tenuto d’occhio le agenzie di stampa per tutto il giorno, nell’attesa dell’annuncio che do per scontato: i vertici Rai hanno visto la registrazione e hanno cancellato “Satyricon”. Invece le ore passano e non accade nulla. Alle 22.30 o giù di lì parte regolarmente la sigla del programma luttazziano. Poi, a un certo punto, parte la mia intervista. Integrale. Nemmeno un secondo tagliato. Il primo a chiamarmi è Curzio Maltese: ci domandiamo quale sarà la reazione di Berlusconi & C, conveniamo che forse, furbi ed esperti in comunicazione come sono, abbozzeranno per non amplificare le notizie contenute nella mia intervista.    Non sappiamo che, in quegli stessi minuti, Maurizio Gasparri è negli studi di Raitre per partecipare a una puntata di “Mediamente”, il programma   di Carlo Massarini sulle nuove tecnologie informatiche. In attesa di andare in onda, fa zapping e s’imbatte in “Satyricon”. 

Pochi minuti dopo, quando Massarini comincia a interrogarlo sui problemi di Internet, il deputato ex missino esplode: “Ma quale Internet, su Raidue stanno dando del mafioso a Berlusconi! Questa Rai è una vergogna!”. Altro che incassare in silenzio: la sparata di Gasparri innesca la corsa allo stracciamento di vesti, la gara alla dichiarazione più indignata nella cosiddetta Casa delle libertà. Alle 23,57 l’Ansa dirama quella di Mario Landolfi (An pure lui), presidente della commissione di Vigilanza: “La misura è colma. Quello che è andato in onda stasera non ha precedenti nella storia della tv. Il programma di Luttazzi va chiuso e Freccero deve essere allontanato. Zaccaria e tutto il vertice Rai devono dare le dimissioni”.    Gli fa eco, per non esser da meno, Paolo Romani, responsabile per l’informazione di Forza Italia: “È stato   un attacco proditorio, vergognoso, senza precedenti contro il presidente Berlusconi sul servizio pubblico. Richiediamo una riunione immediata della commissione di Vigilanza per chiedere le dimissioni dell’attuale vertice Rai e dei suoi direttori. Un’azienda totalmente allo sbando non è più in grado di gestire il servizio pubblico nella prossima campagna elettorale”. Tra i tanti amici che mi telefonano eccitatissimi, c’è Franca Rame, con la solita voce da moribonda: “Marco, era da non so quanti anni che non avevo un orgasmo…”. Alle due del mattino, mi chiama Freccero con voce cavernosa e vagamente cospiratoria: “Ho riacceso ora il cellulare che avevo spento all’inizio di ‘Satyricon’. Meglio che non ti dica chi mi ha lasciato messaggi sulla segreteria telefonica e cosa ha lasciato detto…”. Freccero e Zaccaria (che non sapeva nulla della mia intervista) difenderanno a spada tratta la libertà di “Satyricon”. E pagheranno prezzi altissimi per averlo fatto. Così come Franza Di Rosa, la regista, che verrà letteralmente ostracizzata dalla Rai. Quella sera   Bruno Vespa, sempre molto informato sul ménage di casa Berlusconi, in uno dei suoi libri-marchetta – il Cavaliere è nella sua villa di Macherio, appena rientrato dopo una riunione ad Arcore. 

Un suo vecchio collaboratore lo chiama al telefono: “Dottore, guardi Raidue”. “Accesi e vidi quello spettacolo che ci portava ai limiti della convivenza democratica”, piagnucolerà il Cavaliere sulla spalla del fido Bruno, che troverà disdicevole l’assenza di “contraddittorio” a “Satyricon”, lui che da anni lascia parlare Berlusconi per due o tre ore a sera in beata solitudine.    Quel “Satyricon” lo vede una media di 2 milioni 332 mila telespettatori: data l’ora, un esercito, pari a uno share del 16,92 per cento (contro   il 15,66 della settimana precedente). Ma la mia intervista parte sotto i 3 milioni e finisce con un picco di 3 milioni e mezzo. L’indomani si scatena il putiferio. Nei Palazzi della politica e dell’informazione non si parla d’altro. Berlusconi parte   per Roma all’alba e alle 9 già incontra il suo portavoce Paolo Bonaiuti nella reggia-ufficio di via del Plebiscito. Chiama Fini e Bossi, trovandoli – riferisce sempre Vespa – “entrambi indignati. Il Senatùr in particolare usò espressioni più forti dello stesso Berlusconi”. (...) Il Cavaliere riunisce a pranzo il consiglio di guerra: Casini, Letta, Bonaiuti, Buttiglione, Pisanu, La Loggia, Scajola e Tremonti. Casini lancia l’idea che gli uomini della Cdl disertino i programmi della Rai. 

Tutti accettano entusiasti l’Aventino (un paio di giorni, non di più). Poi, mentre Landolfi si appella nientemeno che al capo dello Stato e Francesco Cossiga parla di “crimine politico alla Rai”, Berlusconi incontra con Pisanu il presidente della Camera Violante. Annuncia azioni legali pesantissime, manipolando a suo piacimento le cose scritte nel libro e dette a “Satyricon”: “Davanti all’accusa di essere tra i mandanti occulti delle stragi di Capaci, di via d’Amelio, degli Uffizi, non mi abbasso a rispondere. Dovranno invece renderne conto l’autore del libercolo, il conduttore della trasmissione e   i vertici della Rai”. Berlusconi e i suoi cari presenteranno otto denunce in altrettante cause civili per 140 miliardi di lire di danni. E le perderanno tutte e otto.

 

 

  L’intervista di Daniele Luttazzi a Marco Travaglio durante la trasmissione “Satyricon” (FOTO ANSA)



venerdì 13 novembre 2009

LIBERO ANZI OCCUPATO ....

EDITORI IMPURI
  di Marco Lillo
      
Maurizio Belpietro ieri ha rivendicato l’indipendenza di Libero dall’editore, Angelucci, proprietario di cliniche pagate dalle regioni. “Nessun conflitto di interessi dietro il nostro comportamento nel caso Marrazzo e nel caso Vendola”, giura il direttore. Sarà. Nessuno però ha ancora spiegato perché il video di Marrazzo, rifiutato a luglio da Libero, diretto allora da Feltri, sia stato rivisto a ottobre non solo dal nuovo direttore Belpietro ma anche dall’editore Angelucci (che nega nonostante i testimoni lo dicano ai pm). Non sarà perché “proprio pochi giorni prima dello scoppio dello scandalo dei trans il gruppo   Angelucci”, come ha scritto Belpietro ieri, “stava per raggiungere un accordo con la Regione”?. Chissà se c’è un legame. Una cosa è certa: il patriarca Tonino Angelucci, così liberale con Belpietro, in un’altra indagine, è stato intercettato mentre interviene nel 2005 sul vicedirettore di Libero dopo che l’assessore alla sanità della giunta Marrazzo si era lamentato per un articolo. L’autrice del pezzo riceve un cazziatone e l’assessore ottiene un’intervista riparatoria. Non basta: in una terza indagine, a Bari, i pm accusano Giampaolo Angelucci di usare addirittura la società di Libero per pagare le mazzette: 50 mila euro all’ex presidente Raffaele Fitto. (Il Fatto Quotidiano del 13 Novembre 2009)
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Sempre... cacca e solo cacca..! Siamo un Bel Paese di merda e di mafiosi....!!
 Maseghepensu
(Ma se ci penso) 

TUTTI GLI UOMINI DI B.: SETTE AVVOCATI UN MAGISTRATO E DIECI SENATORI

I FIRMATARI
   
  di Peter Gomez
   
La grande truffa ai danni dei cittadini è riassunta tutta in questa frase: “Non abbiamo intenzione di fare un processo in attesa che si prescriva. Non facciamo iniziative dilatorie e vorremmo che il processo si risolvesse nel merito”. A pronunciarla, il 13 marzo 2007 durante una pausa della prima udienza del dibattimento per fondi neri Mediaset, era stato l’avvocato Piero Longo, principe del foro padovano, gran maestro (di diritto) di Niccolò Ghedini e difensore di Silvio Berlusconi. Due anni e mezzo dopo Longo assiste ancora il Cavaliere, ma nel frattempo è stato nominato senatore. E forse per dimostrare che lui è davvero un uomo di parola, non tenta di rallentare il corso delle udienze contro il premier. Le elimina. Longo è infatti uno dei sette avvocati (più un ex magistrato) che hanno firmato, assieme ad altri dieci senatori Pdl-Lega, il disegno di legge sul processo breve presentato   ieri a Palazzo Madama. Sia lui che i suoi colleghi sono dei tecnici del diritto. Nell’elenco dei firmatari figurano nomi di celebri professionisti: da Giuseppe Valentino, in passato legale del furbetto del quartierino Stefano Ricucci e del produttore Vittorio Cecchi Gori, fino a quello di Alberto Balboni che a Ferrara assiste anche indagati per tangenti.    Tutti loro, insomma, sanno benissimo quali saranno le conseguenze del provvedimento che vogliono approvare: condanne solo per i poveracci e prescrizioni a ripetizione per tutti gli altri; crollo delle richieste di patteggiamento o di rito abbreviato e parallelo aumento del numero di dibattimenti celebrati in tribunale. Insomma l’ingorgo totale.    Già oggi, del resto, la legge funziona a due velocità: quella per i nullatenenti (sempre rapidissima) e quella per i ricchi, lenta sino allo sfinimento. Così i giudici sfornano (doverose) condanne a ripetizione nei confronti degli imputati -in   genere extracomunitari, tossicodipendenti o emarginati -pizzicati in flagranza di reato ; riescono ad arrivare in tempi brevi a sentenza quando i processi sono semplici e riguardano poche persone. Ma non possono fare niente se gli imputati sono molti e soprattutto se sono assistiti da validi e costosi avvocati.    In questo caso si va avanti a passo di lumaca con continui e dotti interventi delle difese animate da un solo apparente obbiettivo: arrivare alle due del pomeriggio, l’ora in cui, a causa della mancanza di fondi per gli straordinari del personale, buona parte dei dibattimenti vengono sospesi. Domani comunque sarà peggio. Visto che in due anni a partire dalla richiesta di rinvio a giudizio tutto si prescrive, chiunque se lo potrà permettere andrà in aula a testa alta rinunciando a patteggiamenti e riti abbreviati. E ogni indagato facoltoso avrà un motto solo: resistere, resistere, resistere. Ovviamente al fianco del suo celebre legale. 

Da..Il Fatto Quotidiano del 13 Novembre 2009 

Attentato contro la caserma a Milano Game aveva un dossier su Berlusconi....

12/11/2009  - LE INDAGINI



Mohamed Game in una foto d'archivio




Il kamikaze libico effettuava attività
di controllo e schedatura del premier.
Nel mirino anche La Russa e i due
ministri leghisti Maroni e Calderoli








MILANO
L’attentatore Mohamed Game avrebbe voluto colpire anche obiettivi politici e custodiva nel suo computer un dossier su Silvio Berlusconi. Il libico, che il 12 ottobre scorso tentò di farsi saltare in aria davanti alla caserma Santa Barbara di Milano, rimanendo gravemente ferito, avrebbe, secondo quanto ricostruito dalle indagini, effettuato minuziose ricerche su motori di ricerca internet per ’schedarè una quindicina di personalità politiche, suoi potenziali obiettivi, tra cui lo stesso presidente del Consiglio.

Dall’archivio informatico trovato sul computer sequestrato a Game, stando alle indagini condotte da Digos e Ros e coordinate dal pm di Milano Maurizio Romanelli, sarebbe emerso anche il tentativo da parte del libico di prendere informazioni, sempre tramite internet, su spostamenti e orari della scorta del ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli. Il libico, accusato assieme a due complici di detenzione e fabbricazione di ordigni esplosivi e strage aggravata dalla finalità di terrorismo, aveva raccolto dettagli anche sulla casa dello stesso ministro Calderoli che si trova a Mozzo, in provincia di Bergamo.

Game, che ha perso un braccio e la vista nell’esplosione e si trova ancora in ospedale, aveva nel suo computer anche dettagliati dossier, con indicazioni su abitudini, spostamenti e orari, relativi al ministro dell’Interno Roberto Maroni, a quello della Difesa Ignazio La Russa, al presidente della Camera Gianfranco Fini e a Daniela Santanchè. «Sono dossier che registrano anche informazioni personali - ha spiegato Maroni - e ci fanno pensare ad un qualche interesse di questa cellula terrorista che è stata sgominata nei confronti miei e di altri colleghi. Stiamo verificando quanto alto sia il rischio in questo ed in altri casi».

Per compiere questa attività di monitoraggio e schedatura Game aveva utilizzato, tra le altre cose, i servizi internet Google Earth, Google Maps, Google Video, che offrono foto satellitari, mappe e video di luoghi. Stando a quanto si è appreso, però, non sarebbero emersi per ora elementi tali da far ritenere che l’attentatore, di professione elettricista, avesse effettuato pedinamenti o controlli a distanza sugli spostamenti delle sue potenziali vittime. In un’occasione, invece, stando alle indagini, Game si sarebbe seduto in un bar di fronte alla caserma Santa Barbara per capire se ci fosse un modo di entrare indisturbato. Il libico, inoltre, nei giorni precedenti l’attentato, avrebbe studiato a fondo, sempre basandosi su informazioni della Rete, luoghi e spazi della stessa caserma di piazzale Perrucchetti.

Il ministro Maroni ha spiegato che Milano è «l’area» in cui i fenomeni di terrorismo islamico «stanno assumendo una dimensione rilevante», facendo riferimento ai 17 algerini arrestati proprio oggi dalla Guardia di Finanza. Una cellula anche in contatto con un gruppo salafita con base in Spagna. Gli arrestati, accusati di associazione per delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti, farebbero parte di un’organizzazione che agiva a livello internazionale e che coinvolge persone iscritte nella lista antiterrorismo dell’Onu. I soldi che gli arrestati raccoglievano tramite rapine e furti li trasferivano poi, per mezzo di corrieri, in Algeria utilizzando identità di copertura, a volte anche di calciatori algerini che hanno giocato nei campionati europei. (La Stampa)

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Per una volta che, poteva essere una fortuna per il Paese Italia...è stato..beccato..berlusconi porta sfiga...agli altri però...!

giovedì 12 novembre 2009

Processo breve, il ddl arriva in Senato Pdl apre: sì a immunità parlamentare.....

(ROMA) Arcore, la nuova Capitale dell'impero....di "padagna" (la va ben finchè se magna..) 
 

Tutto confermato: prescrizione dei processi in corso in primo grado per i reati inferiori nel massimo ai dieci anni di reclusione se sono trascorsi più di due anni a partire dalla richiesta di rinvio a giudizio del pm senza che sia stata emessa la sentenza. È questo uno dei punti qualificanti del ddl sul processo breve, composto da tre articoli, presentato dalla maggioranza a palazzo Madama dal titolo «Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi, in attuazione dell’articolo 111 della Costituzione e dell’articolo 6 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo».L’iniziativa, ha spiegato Gasparri ai giornalisti, rientra nel "decalogo sulla giustizia" che il centrodestra sta portando avanti nel corso della legislatura, che comprende fra le altre cose «nuove norme antimafia, riforma del processo civile, riforma della professione forense, intercettazioni e riforma costituzionale della giustizia».

È evidente che ci saranno polemiche sui beneficiari di questa norma o meno, ma il tema esiste e va risolto», dice il presidente del Senato, Renato Schifani, che aggiunge: «Questa iniziativa tende ad attuare il principio della ragionevole durata dei processi, sostenuto sia nella Convenzione europea dei diritti dell’Uomo e sia dalla nostra Carta costituzionale». Per Sandro Bondi, coordinatore Pdl: «O la politica, nel suo complesso, si riappropria della propria responsabilità di guidare il Paese verso traguardi di sviluppo economico e civile, oppure il rischio che si profila è quello di una grave alterazione degli equilibri democratici e di una sostanziale ingovernabilità». «Legge ad personam? No, è una legge che riguarda tutti», assicura Gaetano Pecorella; concorda il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone: «Le norme sul processo breve valgono per tutti i cittadini ed erano attese da anni».

Il presidente dei deputati del Pdl Fabrizio Cicchitto fa sua l’iniziativa di riforma costituzionale per il ripristino dell’immunità parlamentare. «Nel quadro della riforma della Giustizia, che comprenderà anche interventi costituzionali - argomenta il Capogruppo Pdl- a nostro avviso va anche aperta una riflessione sul tema dell'immunità parlamentare. Ricordiamo che l'immunità parlamentare era un tassello di un sistema concepito per regolare in modo equilibrato i rapporti fra politica e magistratura. Aver fatto saltare nel 1993 dalla Costituzione quel tassello ha contribuito a mettere in crisi il delicato equilibrio fra politica e magistratura. Oggi quell'equilibrio va ricostruito, meglio se nell'ambito di una grande riforma costituzionale e di una globale riforma della giustizia».
 

E sull'immunità l'opposizione insorge. «Non è tema da porre adesso». Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, commenta così la proposta della maggioranza di reintrodurre, con una legge costituzionale, l’immunità parlamentare e rilancia: «Se vogliamo parlare di Parlamento parliamo di riduzione del numero dei parlamentari, di superamento del bicameralismo perfetto, parliamo, senza antipolitica, di riduzione dei costi della politica, non di immunità parlamentare».
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Kapit od non kapit..? Roma ladrona non esiste piup..ed ora avrem Arcore ladrona..ma questo già si sapev. Un bel sospiro di solliev
per i lumbard ladrun, oltre che lor nessun si servirà. La Capital ne la Briansa, bossi borghezio & C. se gratteran la pansa...dopo di ke un bel rutton padan  faran metter fine al gran magnam magnam ...! Italioti, attent..mano al pugnal, e...tagliatevi le pall. Ora l'è meglio almen così, l'utilisators final non andrà più putte(l)n (cambio altrimen la rima va a casen......)
 Masaghepens
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