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lunedì 30 novembre 2009

A DOMANDA RISPONDO IN MEMORIA DELL’ANTIBERLUSCONISMO...

  Furio Colombo
   
Caro Colombo, ancora una volta si risente il vecchio invito: “Abbassare i toni”. Questa volta lo dicono Nicola Mancino, vicepresidente del Csm – dunque una raccomandazione ai giudici – e Renato Schifani, presidente del Senato e, Dio non voglia, seconda carica dello Stato. Dunque una ammonizione a tutti gli italiani. Prima domanda: che cosa vuole dire, visto che in giro non c’è nessuno che grida? Seconda domanda: come si realizza il capolavoro che riesce sempre a far dire la stessa sorprendente frase da uno di qua e uno di là, purché siano voci autorevoli?      Salvatore 


RISPOSTA alla prima domanda. La frase “adesso abbassiamo i toni” ha un significato molto diverso. Detta “di qua” (che vuol dire cultura estranea alla maggioranza governativa), vuol dire scegliere come strumento di opposizione, o comunque di differenziazione, la pazienza piuttosto che la resistenza. E’ una scelta legittima, ormai radicata nei quindici anni di egemonia berlusconiana, ma, occorre dire, una scelta sempre perdente. Tu taci. I cittadini non ti notano, e non ti votano. Essi governano. Detto “di là” (dalla parte della maggioranza di potere) significa “ragazzini lasciateci lavorare. Noi siamo i migliori, perché qualcuno dovrebbe farci perdere tempo?”. Come si vede, quando la raccomandazione è comune, i toni bassi sono una invocazione che deprime l’opposizione e dà autorevolezza a chi governa. Le frasi sono identiche ma il significato è opposto. E’ utile a una parte sola. Risposta alla seconda domanda.   “Abbassare i toni” è un ammonimento unicamente italiano, che non potreste ascoltare in alcun altro paese democratico. Se andate a verificare, simili raccomandazioni erano estranee anche alla vita politica italiana prima di Berlusconi. L’espressione “legge truffa” nata nei primi anni Cinquanta per definire, con estrema energia, una sgradita ma legittima proposta elettorale del governo di allora, non ha indotto nessuno a invocare toni bassi. L’invenzione dei toni bassi risale al Berlusconismo. Sono stati subito catalogati come “toni troppo alti” e poi “eversivi” e poi “criminogeni” e poi “omicidi” e poi “terroristici” tutti gli argomenti sollevati contro il discusso primo ministro (che pure si è sempre espresso a voce molto alta), persino quando erano presi dalle carte giudiziarie, dalla stampa internazionale o da dichiarazioni, ripetute alla lettera, dello stesso primo ministro. Il fatto è che il sistema politico Berlusconi non è una ideologia, non è un sistema di idee o una visione del mondo. E’ esclusivamente la persona, la vita, le avventure e gli affari di Silvio Berlusconi. L’uomo di Arcore è cosciente della sua vulnerabilità, che è documentata e certificata in molte inchieste e tribunali, perciò ha inventato, come male   intollerabile e inaccettabile, l’antiberlusconismo. E’ una bieca macchina fondata sul complotto giudiziario. E il gossip giornalistico. Per non si sa quale decisione, l’opposizione italiana, in tutte le sue incarnazioni, ha condiviso un sincero orrore per l’antiberlusconismo. Evitando di toccare il cuore del problema, purtroppo, continua a perdere.    Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano 00193 Roma, via Orazio n. 10  lettere@ilfattoquotidiano.it    

domenica 29 novembre 2009

Silvio, alias Mohammed Esposito

Legittimi Impedimenti | Carlo Tecce (il Fatto Quotidiano)
29 novembre 2009
Siamo seri. Il ragionamento di Silvio Berlusconi a Olbia è accademico: “Se oggi il turismo rappresenta il 10 per cento del Pil, noi dobbiamo portarlo al 20 per cento”. E chi tira su il Pil? “Le hostess. Mi ero proposto per il casting”. E che faranno le hostess per il Pil? Potranno raccontare barzellette. Il presidente del Consiglio tira fuori una scenetta ambientata sui sedili di un volo Alitalia: giovanotto che di Pil la sa lunga, ragazza corrucciata accanto. “Che libro legge?”, chiede lui. “Un libro sull'amore”, risponde lei. “E di cosa parla?”. “Sostiene che gli uomini più romantici siano i napoletani, quelli sessualmente più potenti gli arabi”. “Piacere, Mohammed Esposito”. 
E Berlusconi, più napoletano che arabo, strizza l’occhio al vescovo di Tempio, seduto in prima fila e quasi collassato: “Poi, Eminenza, passo da lei a confessarmi”. Oggi è una domenica bestiale, un giretto in Chiesa sarebbe utile e comodo. Il musetto psichedelico di Ghedini ha stancato. E poi i tribunali sono chiusi, il Milan gioca a Catania, Veronica bussa a denari, Noemi lunedì ha un compito in classe... Se per l’anima c’è sempre un condono peccatorum, per la noia ci sono dieci serie della Piovra da rivedere. Per entrare nei ruoli. Con la fantasia, of course.

venerdì 27 novembre 2009

L’ITALIA? È FRITTA ..!!.........


Antonio Tabucchi parla di stampa libera (e non) Ai giornalisti italiani dice: fatevi sentire in Europa

di Silvia Truzzi
 
Rumori francesi, italici echi. Come si fa a far parlare la stampa italiana di un caso italiano con protagonisti italiani? Se ne scrive Oltralpe, naturalmente e nient’affatto lapalissianamente. Il tam tam è partito dalla terra di Montesquieu, dove in questi giorni ci si occupa di una maxi richiesta di risarcimento danni indirizzata ad Antonio Tabucchi. Mittente: Renato Schifani, offeso da un pezzo firmato dallo scrittore e apparso sull’Unità. L’appello – lanciato dall’editore Gallimard su Le Monde e sottoscritto da intellettuali, premi Nobel e giornalisti di tutto il mondo – s’intitola “Nous soutenons Antonio Tabucchi”. Beffardo destino o lungimirante profezia dell’autore di “Sostiene Pereira”.   Professor Tabucchi, perché questo appello dalla Francia? Lo chiedo  io a voi. Perché non l’ha fatto prima la stampa italiana? E’ un problema non mio.Si sarà fatto almeno un’idea. Ripeto: la questione non riguarda me, riguarda la stampa e gli editori italiani. È stato fatto da un editore francese in Francia. Evidentemente c’era un vuoto in Italia. È un vuoto che riguarda solo questo caso o è generale? La Commissione europea, il Parlamento europeo, il Consiglio d’Europa hanno adottato una direttiva con cui invitano l’eventuale querelante a portare in tribunale non   soltanto il nome e la persona che lo ha criticato, ma anche il giornale sul quale il testo in questione è apparso.
Il giornale è persona giuridica. In America non è possibile citare un giornalista o uno scrittore escludendo la testata su cui è uscito l’articolo oggetto del contendere. Motivo: se un giornalista che ha criticato un politico molto importante – o un miliardario o l’amico di un miliardario – venisse portato in giudizio come se fosse un privato cittadino, sarebbe massacrato dalla potenza della persona criticata. Quindi la direttiva europea, fatta a somiglianza della legge americana, è pensata per difendere la libertà di parola, la libertà di espressione dalla quale discende la libertà di stampa. Perché la libertà di stampa è una conseguenza della libertà di parola.      Sono libertà sorelle.    Vero. Ma se si isola una persona e la si porta davanti a un giudice, il potente scoraggia fortemente ogni suo eventuale futuro critico. È un sistema intimidatorio: i giovani non si permetteranno mai di fare una cosa simile, con un precedente così pesante. Corrisponde allo schema maoista, quando Mao diceva: colpirne uno per educarne cento. 
L’Italia è maoista? Non so se maoista, fascista, mafiosa o piduista. Dicevo semplicemente: in un paese civile si cita in giudizio anche il giornale.Non è accaduto nel caso del suo pezzo su Schifani apparso sull’Unità.Per questo la Francia – che è ancora un paese civile – ha   pensato di farlo sapere. Perché tutto questo era ignoto in Italia.L’appello francese nasce per far conoscere il caso agli italiani. Altrimenti il senatore Schifani aveva buon gioco: escludendo l’iniziativa dell’Unità, ha ottenuto l’effetto migliore. Quello del silenzio stampa. Nessuno in Italia aveva dato notizia che uno scrittore aveva ricevuto una richiesta di risarcimento danni di un milione e trecentomila euro per un articolo di giornale. La morale è che abbiamo bisogno di una tutela sovranazionale? 
È solo una constatazione. L’appello francese è servito a far sì che in Italia si sapesse.   E’ successo anche per altre vicende italiane. La stampa internazionale ci guarda con un certo stupore per il modo che abbiamo di dare, o non dare, le notizie. Di fare, o non fare, le domande. Come stampa italiana dovreste farvi voi delle domande. E poi farne alcune anche all’Europa. L’Europa fa finta che questa anomalia italiana non esista: sostiene che la libertà di stampa nei paesi membri è   garantita. Vi sembra normale? Forse dipende dal fatto che non esiste praticamente più un editore puro. E dal legame tra politica, imprenditoria e stampa. Se voi – voi giornalisti, dico – credete che sia anormale è vostro dovere andare a Bruxelles – non è nemmeno tanto lontana – e chiedere conto di questa situazione. Spetta a voi muovervi. Non potete pretendere che i cittadini-lettori   prendano un treno e vadano a protestare. Quel treno lo devono prendere i direttori dei giornali che si sentono lesi nella possibilità di svolgere liberamente il loro lavoro.Torniamo a Schifani. Il nostro giornale ha pubblicato la storia di un palazzo costruito da un imprenditore mafioso nel quale hanno trascorso la latitanza boss di prima grandezza. Schifani, prima che quell’imprenditore fosse arrestato lo aveva difeso contro due signore, riconosciute poi come vittime della prepotenza dell’imprenditore. Nessuno ha chiesto conto, in nessun modo e in nessuna sede, di questo fatto. 
Non è un reato, ma è un dato rilevante: politicamente e sotto il profilo dell’opportunità per la seconda carica dello Stato. La stampa indipendente non   l’ha ripresa. Quindi la notizia è falsa. Non è stata smentita nemmeno da Schifani. Insisto: è falsa. E aggiungo: se non è falsa la vostra notizia, sono falsi gli organi di informazione. Questa storia sarebbe una bomba in qualunque altro paese. In Italia no. Allora? Allora chiedo: che senso hanno le manifestazioni che sono state fatte sul pericolo che corre la libertà di stampa? A cosa servono? Ma perché i giornalisti indipendenti convocano una manifestazione sulla libertà di stampa che corre il pericolo di essere soffocata, se si soffoca con le sue stesse mani?    Che fare, quindi ? Se le cose stanno così e se voi non fate niente, lasciamo andare l’Italia dove deve andare. Perché l’Italia, se nemmeno c’è più una stampa a far la guardia al potere, è fritta. Si ricostruirà sulle macerie, come dopo la Seconda guerra mondiale. Nemmeno un consiglio su quale possibile resistenza, sperando di scongiurare le macerie?   Gli italiani, non solo giornalisti, che ritengono violata o diminuita la loro libertà di essere informati, possono assumere un giurista internazionale che difenda la loro causa di fronte all’Europa. Potete essere rappresentati da un avvocato che documenti come, per esempio, una certa percentuale della stampa e delle televisioni italiane appartenga a un’unica persona – supponiamo che sia il 70 o 80 per cento – e con questa documentazione vi presentate come se foste davanti a un tribunale. 
Dopodiché l’Ue deve anche assumersi le proprie responsabilità. Ma se non lo fate l’Europa lascia correre. Il laissez-faire forse ha anche convenienze. Oggi c’è un referente, non vedo perché non interpellarlo. C’è un circolo vizioso in questo paese che deve essere rotto.   Diamo per presupposto che i margini di libertà dell’informazione sono stati progressivamente ridotti. C’è un problema di democrazia: il consenso   dei cittadini si forma attraverso i media. Certo che c’è, ma il Parlamento italiano non lo risolve. L’unica possibilità è un’istanza superiore. L’Europa ha precise regole. Scusi, ma l’Europa non ci potrebbe dire “sbavagliatevi” da soli? No: c’è una Carta europea. Perché non si accoglie la Turchia? La Ue ha anche un compito di sorveglianza. Non è soltanto la moneta unica. Lei vive in Portogallo. Ci tornerebbe in Italia? Vivo in Portogallo per ragioni personali. Ma comunque sì, anche se non mi piacciono affatto tutte le leggi ad personam che si sono susseguite in questi anni. Preferisco non doverle subire. Anzi, a proposito di leggi. Faccio io ora una domanda. Sono lontano, ma leggo i giornali italiani. Ciampi è stato di nuovo eletto presidente   della Repubblica? No. Il presidente è Napolitano. Mi stupisco, ho avuto una specie di déjà vu. Su Repubblica di qualche giorno fa ho letto un pezzo su Ciampi. Ciampi: no alle leggi ad personam. Ma Ciampi ha avuto il suo settennato per fare quello che credeva. Ha firmato le leggi che desiderava. Il lodo Schifani era una legge ad personam e lui l’ha firmata. E poi, ai tempi, su Repubblica si ripeteva che non bisognava tirare Ciampi per la giacca. E che succede ora? Sempre su Repubblica Ciampi tira per la giacca Napolitano. Ma queste cose dovrebbe dirle Napolitano. È un consiglio al presidente?No,un’osservazione. Mi provoca confusione. Sui giornali italiani si dibatte di Ciampi che dà consigli su leggi che lui avrebbe potuto non firmare. Ma che diavolo capita in Italia?...(
(Il Fatto Quotidiano 27 Nov.09)


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Che capita in Italia..? Succede che, per la stupidità o l'ignoranza di molti (troppi) italiani, ci ritroviamo con un burattinaio che, con mani abili, muove le sue marionette (noi).!Dopo il 20tennio fascista di peggio non poteva capitarci, anzi, ora è molto peggio perchè,
con il suo appoggio, le cosche mafiose si stanno impadronendo dell'Italia e degli italiani. "  Dalla padella siamo cascati nella brace".  Auguro a tutti, un lieto fine settimana.
Maseghepensu (Ma se ci penso)   


sabato 14 novembre 2009

La carta igienica preoccupa il ministro Prestigiacomo....

Dalla nomina di commissioni, poi annullate dal Tar, alle decisioni “bizzare” sul colore della cellulosa: storia di una parlamentare in carriera

  di Sandra Amurri  (Il Fatto Quotidiano)
 
Stefania Prestigiacomo la ministra che una ne fa e due ne sbaglia, appena insediata ha mandato a casa la commissione superqualificata Ippc, nominata da Prodi, che in meno di un anno aveva chiuso 78 istruttorie. La nuova commissione è presieduta dall’ingegnere Dario Ticali, trentatré anni, siciliano, ricercatore all’Università privata Kore   di Enna, con pubblicazioni sul comportamento delle pavimentazioni stradali. Come primo atto, quest’ultimo, ha scelto da referente per la questione più spinosa – l’istruttoria per l’Aia all’Ilva di Taranto –, l’ingegnere Bonaventura Lamacchia (con un curriculum giudiziario di tutto rispetto) costretto a sostituirlo successivamente, dopo la denuncia dell’autrice di questo articolo sull’Espresso. Tra i candidati c’era anche la giurista Cinzia Albertazzi, dirigente Enel, azienda in attesa di almeno 50 Aia, in quanto l’Ippc è la commissione che attraverso l’autorizzazione integrata ambientale decide il destino delle 200 più grandi aziende italiane, tra cui l’Ilva e l’Eni, che si occupa dei limiti alle emissioni di gas serra in base al protocollo di Kyoto, e di quelle di biossido di carbonio previste dal pacchetto “clima-energia”   del Consiglio d’Europa. Il Tar del Lazio con una sentenza durissima ha annullato il decreto e ha ordinato il reintegro, entro 45 giorni, della vecchia commissione, annullando gli eventuali provvedimenti assunti e obbligando al pagamento del compenso ai membri rimossi illegalmente. Conclusione: stipendi per 46 membri di due commissioni. Senza contare i danni arrecati ai cittadini di Taranto, costretti ad ammalarsi e a morire per lavorare, visto che per i prossimi anni non verranno fissati i criteri e i limiti di emissione per l’Ilva in quanto le istruttorie iniziate dalla vecchia commissione sono state annullate dalla nuova commissione con grande gioia del patron dell’Ilva, Emilio Riva uno dei salvatori dell’Alitalia. Inoltre la Prestigiacomo, che alla legge antidiossina della regione Puglia che fissa il limite consentito di   emissione a 0,4 ng/Nmcche, si è opposta minacciando di ricorrere alla Corte Costituzionale, è stata sconfessata dal sottosegretario Letta che ha confermato il limite della regione Puglia. A gennaio, invece, la ministra sotto la spinta estetica, con un ordine di servizio ha comunicato che il ministero dell’Ambiente, promotore degli acquisti verdi per la Pubblica amministrazione, non si servirà più di carta riciclata bensì di carta 100 per cento cellulosa, spiegando ai sindacalisti attoniti: “È grigia me ne vergogno”, mentre aggiungeva che non si sarebbe fatta intimorire dalle loro spiritosaggini. Ma quando ha annusato che l’incredibile notizia sarebbe trapelata ha cambiato idea con grande rammarico, visto che, lei la carta l’avrebbe preferita firmata Hermes, negozio dove durante una missione a Parigi si è recata... allo   shopping non si comanda, costringendo il suo omologo francese ad attenderla fino alle 15 per il pranzo in ambasciata. L’archivio delle sue perfomance racconta inoltre che alla richiesta del sindacato di istituire un asilo interno ha risposto: “Ma c’è già, no?”. E dov’è? “Nella stanza accanto”. Quella che aveva fatto ristrutturare trasformandola in nursery per il figlio della sua segretaria personale, mandando un’auto di servizio per portare a casa la babysitter filippina che passeggiava con la carrozzina per i corridoi del ministero. Altra performance: senza avvisare, la ministra non si è recata al convegno “aree marine protette e nautica di diporto” al salone di Genova per presentarsi però la settimana successiva per acquistare un gommone, non per il ministero utile in caso di alluvione, ma per sé.
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A questi personaggi gli italiani hanno affidato il compito di governare il "  Bel Paese"   . La cattiva educazione è divenuta prassi normale nel dirigere il Paese. Se poi si irrita qualcuno, peggio per Lui. Ora ne è venuto a conoscenza. Damit basta, punto e a capo.
 Maseghepensu
(Ma se ci penso)

domenica 8 novembre 2009

La svestizione che non arriva mai......

Berlusconi_Abruzzo.jpg

Chi dell'altrui si veste, presto si spoglia. Lo psiconano fa la ruota consegnando case pagate dalle tasse degli italiani (operai inclusi). Il " presto" per Testa d'Asfalto sarà sempre troppo tardi.

"A me la cosa che più da fastidio è vedere questo piazzista in doppiopetto che consegna le chiavi dei nuovi appartamenti ai terremotati, soldi guadagnati da noi proletari che sputiamo sangue tutti i giorni per dare un briciolo di dignità alla nostra esistenza, io non mi sento rappresentato e mi rode il culo. Voglio che l’ingresso sia accompagnato dalla lettera di un contribuente onesto in cui sia scritto: 'Ecco, che questo sia l’inizio di una nuova vita, esistenza di partecipazione alla cosa pubblica, prendete coscienza del governo attuale e quello che verrà, dei loro guadagni, informatevi e quando vi si pone davanti ad una scelta tenete conto della loro integrità morale, delle loro pendenze giudiziarie, del bene che possono fare alla comunità, e ponete vincoli che vi permettano di prenderli a calci nel culo al minimo sentore di clientelismo, di sopprafazione della costituzione, siate intransigenti. Questo vi chiediamo in cambio.'" Peppone .

martedì 3 novembre 2009

"Italiani ingrati sfidarci è stato un errore"....

03/11/2009 


FISCO - PARADISI ADDIO



La Svizzera è furibonda: lo Scudo funziona, ora le ispezioni.
Dai forzieri d'Oltralpe potrebbero fuggire 200 miliardi
MICHELE BRAMBILLA
LUGANO
 
Per dire la considerazione di cui godiamo noi italiani, in questi giorni nel Canton Ticino circola questa battuta: «Sapete come si fa a capire se un signore che si aggira con fare sospetto nei pressi delle nostre banche è un agente in borghese della Guardia di Finanza? Semplice: se legge il Wall Street Journal all’incontrario, è un italiano». Un simile sarcasmo è però anche un modo per esorcizzare due sentimenti: irritazione e paura. La Svizzera è irritata con noi perché mai come in questo periodo il governo italiano sta usando le maniere forti per far rientrare i capitali. E paura perché, ovviamente, rischiano di sparire dalle banche svizzere 200 miliardi di euro, la cifra che gli stessi svizzeri stimano sia custodita nei loro forzieri. Ma, più in generale, la Svizzera teme di perdere quell’immagine di paradiso fiscale sulla quale ha costruito gran parte della sua fortuna. Proviamo a raccontare questa storia in modo semplice.

La prima «botta» la Svizzera l’ha ricevuta alla fine degli Anni Novanta, quando è scoppiato lo scandalo dei fondi ebraici trattenuti dopo la fine della guerra. In pratica, soldi di ebrei deportati nei lager non erano mai stati resi agli eredi. La Svizzera si è difesa sostenendo che rintracciare gli eredi era una «mission impossible»; ma, intanto, ha dovuto fare un po’ di chiarezza sui conti delle sue banche. E così c’è stata una prima incrinatura del mito dell’inviolabile segreto bancario svizzero. Il secondo colpo è arrivato quest’estate quando gli Stati Uniti sono andati a caccia degli evasori fiscali e hanno costretto l’Ubs, la grande banca svizzera, a fornire tutta una serie di dati riservati. Il terzo colpo è stato quando l’Ocse ha inserito la Svizzera nella «lista grigia» dei paradisi fiscali: una retrocessione poi rientrata, ma intanto in molti investitori è cresciuto un dubbio: sono proprio sicuri, i miei soldi, a Lugano e dintorni? E ora arriva lo «scudo fiscale» di Tremonti.

In Italia è stato accolto tra proteste e scetticismo: ma in realtà pare proprio che funzioni. «Sì, sta funzionando - dice Paolo Bernasconi, per vent’anni Procuratore generale a Lugano e ora avvocato e professore universitario a San Gallo -. Molti italiani pagano la multa del 5 per cento e fanno rientrare i capitali. Lo scudo funziona perché, a differenza che in passato, in Italia c’è una caccia alle streghe che sta terrorizzando i contribuenti, si vuol far credere che in Svizzera il segreto bancario non ci sia più». Ma ci sono anche altri motivi. È che stanno venendo meno due delle principali ragioni per cui tanti soldi erano stati messi al sicuro in Svizzera. Il primo risale già ai primi anni del dopoguerra: la paura del comunismo. Il secondo agli Anni Settanta: quella dei rapimenti. Questi timori non ci sono più, e molti italiani pensano che convenga pagare il cinque per cento di sanzione anziché lasciarli presso banche svizzere, con costi superiori e con l’angoscia continua di essere stanati. Insomma i soldi stanno tornando indietro. Ma la Svizzera si dice furibonda soprattutto per i metodi utilizzati.

La scorsa settimana la Guardia di Finanza ha perquisito 76 filiali italiane di banche svizzere; alla frontiera sono stati messi i cosiddetti «Fiscovelox» per fotografare gli italiani che entrano a Chiasso; in più, circola appunto quella voce, non si sa quanto vera, di agenti in borghese all’uscita degli istituti di credito. Per questo l’altro ieri il presidente della Confederazione Hans-Rudolf Merz ha sospeso i negoziati con l’Italia sulla «doppia imposizione» fiscale. Per dare un’idea del clima, ieri il Corriere del Ticino ha aperto la prima pagina con questo titolo tranchant: «Con Roma non si tratta».

«Che ricordi io, non c’è mai stato un momento di simile tensione con l’Italia», ci dice Giancarlo Dillena, il direttore del Corriere del Ticino. «È vero - conferma Fulvio Pelli, presidente del Partito Liberale Radicale Svizzero - ma è proprio per le modalità con cui questo scudo è stato presentato. Abbiamo percepito una disinformazione sistematica, si fa credere che il sistema bancario svizzero sia stato rivoluzionato, che non sia più sicuro». Anche Paolo Bernasconi, che pure è favorevole a una ripresa del dialogo con l’Italia, è duro sui sistemi utilizzati da Tremonti: «Neanche ai tempi delle Br l’Italia metteva guardie a fotografare chi entra in Svizzera. E questa sarebbe la Casa delle Libertà? A me sembra una Caserma delle libertà».

Paura di perdere ricchezza? Sergio Romano ha detto che la Svizzera deve gran parte del suo benessere all’Italia. «Non è così - dice Giancarlo Dillena -. La Svizzera non è efficiente perché ha i soldi degli stranieri, ma il contrario: ha i soldi degli stranieri perché è efficiente. Qui tutto funziona meglio che in Italia, non a caso grandi aziende come Zegna hanno portato da noi la sede operativa». Il professor Marco Bernasconi, docente di diritto tributario a Lugano, aggiunge un particolare per spiegare l’irritazione: «Quando, nel 1979, si fece una convenzione per lo scambio di informazioni bancarie, noi pagammo un prezzo altissimo concedendo all’Italia il 40 per cento delle imposte pagate dai frontalieri che lavorano in Svizzera. All’Austria, per dire, restituiamo solo il 12 per cento.

E l’Italia non ci rende nulla delle imposte pagate dagli svizzeri che lavorano nel vostro Paese. È stato leso il principio di reciprocità». Comunque. Tra le banche la paura comincia a produrre effetti concreti. Senza troppa pubblicità, stanno già cominciando tra i dipendenti - i più terrorizzati - alcuni corsi di aggiornamento: si vuol fare in modo che il bancario svizzero possa offrire ai clienti italiani prodotti particolari, per invogliarli a investire. È finito il tempo in cui bastava stare seduti ad aspettare la valigia piena di banconote. Come finirà? «Siamo un Paese a democrazia diretta - minaccia Fulvio Pelli - e potremmo promuovere referendum di cui l’Italia si pentirebbe. Siamo piccoli, ma litigare con noi non conviene a nessuno». Una guerra farebbe la felicità di Umberto Bossi, che un giorno disse: «Facciamoci invadere dalla Svizzera, quando arrivano ci arrendiamo subito così risolviamo tutti i nostri problemi». (La Stampa-Torino)
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Msr. Berlusconi, abituato a non guardar in faccia nessuno nel suo paese, cosa volete gli importi degli Stati confinanti.? Sino a quando sono serviti a "lui" personalmente traendone grandi profitti, era una cosa, ma ora che a "lui" non sono più di alcuna utilità, calci nei denti come usa sempre fare. Gli Svizzeri sono incavolati..? Lo restino....dice "lui". E il bello è che ha ragione, un figlio di mignotta non può comportarsi diversamente.....!! Il momento che, su tutto il Territorio italiano verrà avvertito un gran "botto", non preoccupatevi, è "lui" che sarà caduto dal "trono". Berlusconi & C., la vergogna Europea....oltre che italiana.
  Masaghepensu
(Ma se ci penso)

giovedì 9 aprile 2009

L'allarme inascoltato dal ministro "Norme antisismiche, basta rinvii"

Il retroscena. In febbraio l'ingegner Carlo Martelli dell'Enea
aveva chiesto a Matteoli di applicare subito la nuova legge

"E' stata una furbata che ha consentito ai nostri costruttori
di continuare con tecniche oblsolete e restare fermi a 16 anni fa"
di CARLO BONINI


L'allarme inascoltato dal ministro "Norme antisismiche, basta rinvii"

Matteoli all'Aquila con Bertolaso

ROMA - Si sente ripetere dall'alba di lunedì che, in fondo, nella catastrofe abruzzese non ci sono innocenti. Che, dunque, la colpa è un po' di tutti. Un buon modo per dire che la colpa, in fondo, è di nessuno.

Eppure, solo a fare qualche domanda, è storia di ieri. Il 12 febbraio, sette settimane prima che il terremoto uccidesse, Alessandro Martelli, ingegnere di vaglia che il mondo ci invidia, prende carta e penna per scrivere al ministro delle infrastrutture Altero Matteoli che il suo governo sta spensieratamente rinviando un atto di civiltà e responsabilità verso il Paese: l'entrata in vigore delle nuove norme antisismiche di standard europeo. Martelli non è esattamente un passante. E' responsabile della sezione Prevenzione Rischi Naturali dell'Enea, insegna scienza delle costruzioni in zona sismica all'università di Ferrara, presiede il "Gruppo di lavoro isolamento sismico" (Glis), associazione che raccoglie 300 tra i migliori esperti di settore. Scrive dunque Martelli a Matteoli: "Signor ministro, come lei sa, è dal 2001 che il settore delle norme tecniche per le costruzioni antisismiche è di fatto in regime di proroga (...) Francamente, ci stiamo sempre più convincendo che le nuove norme non entreranno mai in vigore". E ancora: "A seguito del terremoto del Molise e della Puglia del 2002, furono emanate nell'emergenza nuove norme per le costruzioni in zona sismica. Ma da allora si è consentito di continuare ad applicare norme tecniche obsolete, vecchie di 16 anni. Se per un breve periodo questo aveva una giustificazione (dar modo ai progettisti di abituarsi alle nuove regole), ora, anzi, da un pezzo, non ne ha più, salvo non si voglia favorire chi vuole limitare i costi a scapito della sicurezza. Confidiamo dunque nella sua sensibilità".

Matteoli non ha avuto modo di rispondere pubblicamente a quella lettera. Se non in conversari privati con lo stesso Martelli. Per dirsi d'accordo con lui (racconta l'ingegnere), ma, evidentemente, impotente con la sua maggioranza. Che, del resto, il pasticcio lo aveva dissimulato con una di quelle acrobazie utili a rendere incomprensibili al Paese le proprie decisioni. Era il 30 dicembre del 2008 e all'articolo 29 di quel mostro chiamato "Decreto mille proroghe" (guazzabuglio che interveniva su scadenze fiscali, disciplina delle patenti, infortuni sul lavoro, contrasto al terrorismo internazionale) si leggeva: "Al comma 1 dell'articolo 20 del decreto 31 dicembre 2007, n.248 le parole "30 giugno 2009" sono sostituite dalle seguenti: "30 giugno 2010"". Tradotto: l'entrata in vigore delle nuove norme antisismiche slittava di un anno.

"Una furbata", dice ora al telefono da Bologna lo stesso Martelli. Che, certo, non avrebbe potuto impedire la catastrofe abruzzese. Eppure cruciale nell'illuminare la catena di "furbate" e inerzie che per lustri hanno accompagnato la nostra edilizia civile e nello spiegare perché, all'Aquila, se ne sono venuti giù come castelli di carta edifici con non più di 25-30 anni di vita. Una "furbata" di cui si è avuta del resto prova ieri sera. I 272 morti abruzzesi hanno convinto il governo ad impegnarsi perché le nuove norme non attendano il giugno 2010.

(9 aprile 2009)

(La Repubblica)

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Guardate bene quei due della foto e, non dimenicate le loro faccie. Ne vedremo delle belle.

Masaghepensu

domenica 29 marzo 2009

Berlusconi, gaffe «americana»

Sbaglia nome e dimentica gli schiavi.

di Tullia Fabiani

Richiami nobili, citazioni dotte. Guardando al passato per "fare futuro"; pescando con opportunismo nel repertorio della storia. Perché la storia, già la storia "siamo noi". Il premier Silvio Berlusconi, fondatore, promotore, capo indiscusso del neonato Popolo della Libertà, ieri nel suo discorso al Congresso, battezza così la sua creatura, motivando la scelta del nome: con riferimenti decisi alle origini delle democrazie occidentali; ai loro valori; alle loro prospettive culturali e politiche. A tutto ciò che ha portato a chiamare il neonato, "Popolo". E non "partito".

Il popolo è quello a cui la Costituzione italiana attribuisce la sovranità, ricorda il premier. E lui, da leader, ha saputo nel tempo ben tradurre tale attribuzione in una sovranità mediatica assoluta e speculare, fatta di televoti e televendite. Il popolo è il primo soggetto della Costituzione degli Stati Uniti d'America (1787). Dice Berlusconi: «Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, George Washington e gli altri padri fondatori degli Stati Uniti d’America vollero iniziare con queste parole la loro Costituzione, che era al tempo stesso una dichiarazione d’indipendenza e di libertà: “Noi, il popolo degli Stati Uniti”».

Qualcuno, come fa qualche lettore attento alla storia da manuale, potrebbe additare un'imprecisione, un errore: il fatto, ad esempio, che Thomas Jefferson, estensore della Dichiarazione d'Indipendenza, non partecipò ai lavori della Costituzione, non era tra i 55 delegati, provenienti dai 13 stati americani, «perché in quel periodo, dal 1785 fino al 1789, si trovava in Francia inviato come diplomatico a Parigi e non partecipò in modo diretto alle discussioni». Ma non è tanto questione di fare i nomi giusti, pure se può avere una sua importanza nelle citazioni. È piuttosto, come nota Alessandro Portelli, americanista e docente all'Università La Sapienza di Roma, una questione di valutazione nel fare i riferimenti. E nel farli senza ambiguità e confusione.

In altre parole: «Nella Costituzione americana, al di là dell'incipit che vede i fondatori chiamati in causa in quanto 'popolo' - osserva Portelli - veniva accettata la schiavitù, e pure se chiaramente va considerato il contesto, resta il fatto che mancava un'idea di diritto universale. Un nero, in quanto schiavo, valeva 3/5 di un essere umano - continua l'americanista - e il popolo cui ci si riferiva era di fatto un'elite colta, abbiente e maschile». Quindi l'obiezione: «Non ci si può richiamare a quella Costituzione e al popolo cui si rifaceva nel 1787. Considerata allora era un testo d'avanguardia, ma oggi è un altro mondo».

Proprio un altro mondo, a cominciare dal presidente Barack Obama. «Non c'è nulla in comune tra Berlusconi e Obama - afferma Portelli - tanto per la loro storia culturale, che per il modo di fare politica sono molto, molto lontani. Il fatto di voler mostrare somiglianze da parte di Berlusconi, battute a parte, è solo l'ennesimo atto con cui fagocitare modelli. L'intero universo per Berlusconi confluisce in lui». E se così è figuriamoci la storia.
28 marzo 2009
(L'Unità"
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Nb: Nessuna notizia sui giornali italiani a grande tiratura. Se non fosse stato per L'Unita, che non leggo mai, buio fondo per i Cittadini italiani. Una brutta figura in più per il nostro "S***o del Villaggio".

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