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mercoledì 9 dicembre 2009

TRASMISSIONI ITALIANE - LA MAFIA E BERLUSCONI: 25 ANNI DOPO DICONO LE STESSE COSE....

  di Loris Mazzetti
  È il momento del senatore Marcello Dell’Utri, non solo per la sua presenza nelle aule dei tribunali, ma soprattutto per le apparizioni in tv, dove difendersi è un po’ più facile soprattutto quando il salotto è accogliente e amico come quello di “Porta a porta”. Sono rimasto attratto dal titolo della trasmissione: “Appesi ad un killer pentito” e dalla presentazione fatta da BrunoVespa che, dopo aver raccontato l’onorata carriera di Gaspare Spatuzza (40 omicidi e 7 stragi), si è chiesto: “…ci si può ricordare, 16 anni dopo, di aver sentito, 16 anni prima, da un’altra   persona che il senatore Dell’Utri insieme a quello di Canale 5, Silvio Berlusconi, che stavano per fondare un partito, che erano già i nuovi referenti della mafia?”. Se questo è l’inizio, mi sono detto, “il vestitino su misura”, va visto. Chi erano i giornalisti ospiti della trasmissione? Travaglio, Bolzoni, Gomez, Lodato, La Licata, Abbate? No, loro se ne occupano quotidianamente e qualche domanda inopportuna avrebbero potuto farla, meglio l’onnipresente Belpietro e il garantista Sansonetti. Poi, in difesa Fabrizio Cicchitto, in attacco Andrea Orlando (responsabile Giustizia del Pd), troppo perbene, non in grado di praticare il gioco duro . Tutti gli argomenti sono stati toccati: l’attendibilità dei pentiti; la necessità di modificare la legge   che li gestisce; la testimonianza di Spatuzza (devastante per la politica interna e per l’opinione pubblica internazionale); il comportamento anomalo della stampa che interferisce e condiziona il lavoro della magistratura, ecc. Premesso che alle parole dei pentiti devono sempre corrispondere fatti, a “Porta a porta” si è capito che, quando questi smettono di parlare della mafia di strada e fanno nomi eccellenti, immediatamente scattano i pregiudizi: Spatuzza è attendibile quando racconta dell’attentato di via D’Amelio, invece, quando parla di Dell’Utri e Berlusconi, no. Lo fa per uscire dal carcere, per avere una nuova vita, un lavoro per sé e la famiglia e anche un volto nuovo. Vespa si è ben guardato dal citare le frasi che recentemente il Cavaliere ha detto contro certi giornalisti e scrittori che scrivono di criminalità organizzata, in particolare gli autori della “Piovra”, che “dovrebbero essere strozzati perché hanno fatto conoscere nel mondo la mafia”. Il conduttore ha fatto rimpiangere la Rai del lontano 1984, purtroppo scomparsa, che faceva discutere tutta l’Italia, in famiglia, dentro i bar, nelle piazze. La “Piovra”, una fiction che ebbe la forza di mettere sotto accusa l’alta società siciliana, avvocati, banchieri e politici, parlò del riciclaggio di denaro sporco fatto dalle banche, di traffici di droga che solo con la trasformazione dell’eroina portava nelle casse della mafia circa 800 miliardi di lire. La criminalità organizzata venne raccontata non più come un fenomeno solo locale ma nazionale   , se non addirittura internazionale. In occasione dell’ultima puntata, il 19 marzo 1984 (15 milioni di telespettatori), Alberto La Volpe, giornalista del Tg1, realizzò uno speciale dal titolo “La mafia dal film alla realtà”. In studio con lui, oltre al regista Damiani, rappresentanti delle forze dell’ordine, del Csm, della politica, più vari collegamenti. Il momento più interessante fu quando le telecamere entrarono, per la prima volta, in uno dei luoghi della Palermo bene: il circolo sportivo “Lauria”, pieno di imprenditori, professionisti, rappresentanti della vecchia nobiltà, dell’economia e della finanza. Nel circolo “Lauria”, nel 1982, avvenne il debutto in società del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, da poco nominato prefetto di Palermo.      I soci in diretta tv, 25 anni prima, pronunciarono le stesse parole di Berlusconi. Fatto sconvolgente e significativo allo stesso tempo. Questo fatto è la dimostrazione che da allora nulla è cambiato. In particolare l’avvocato Paolo Seminara, presidente dei penalisti di Palermo e difensore di mafiosi, disse: “La letteratura ha creato un’atmosfera di sospetto nel rapporto tra il processo e il difensore”. E a proposito dell’esistenza del terzo livello della mafia, composto da insospettabili, aggiunse: “Il terzo livello si legge in una letteratura giornalistica che produce riflessi nell’ambito giudiziario. Una tesi che per me è soltanto il frutto di scelte politiche ideologiche che non hanno corrispettivo nella nostra società. L’illecito esiste dappertutto, se verrà scoperto sarà un caso isolato e non può essere generalizzato e teorizzato”. I giudici Falcone e Borsellino, come ha ricordato recentemente il procuratore Gian Carlo Caselli, che oggi sono ricordati come eroi, qualche anno prima della loro morte stavano per sconfiggere la mafia, nel momento in cui cominciarono ad occuparsi del sindaco di Palermo Vito Ciancimino, di Salvo Lima, dei fratelli Costanzo (i costruttori di Catania), dei cugini Salvo, cioè di mafia e politica, mafia e affari,   mafia e istituzioni, iniziarono i guai perché furono lasciati soli. “Nessuno come me ha fatto tanto contro la mafia”, ha detto Berlusconi. Nel frattempo, in Procura a Palermo, non c’è la carta per le fotocopie e si ricicla quella usata da Falcone per gli ordini di servizio. Gli arresti di questi giorni dimostrano l’impegno delle forze dell’ordine e della magistratura, il governo, invece, cosa fa? (Il Fatto Quotidiano del 09 Dic. 2009)

martedì 1 dicembre 2009

“LO SDOGANATORE DI DITTATORI” Prima Gheddafi, ora Lukashenko: Berlusconi e la ragion di business....

di Giampiero Calapà
  Dopo Putin e Gheddafi, la politica estera italiana approda anche in Bielorussia. Fatta salva la ragion di Stato, pare che il premier Silvio Berlusconi abbia una certa facilità all’amicizia con i tiranni. Per l’ex ministro al Commercio internazionale, la senatrice radicale Emma Bonino, questo governo è impegnato nello “sdoganamento dei dittatori” con “misteriosi viaggi all’estero”. Tanto che il sottosegretario Paolo Bonaiuti attacca: “La Bonino si consoli, non c’entra nulla Agatha Christie. Si parla dei principali temi dell’agenda mondiale”.    Appunto. Senatrice Bonino, che messaggio arriva alle segreterie di Stato delle altre    nazioni del Patto atlantico?      Magari fossimo ancora allo stadio dei “messaggi”, perché lo sdoganamento di dittatori da parte di Berlusconi è ormai universalmente noto. Tant’è che Lukashenko stesso ha detto di non credere che “Silvio mi chiederà garanzie democratiche”: lo conosce bene evidentemente. E il governo italiano è stato particolarmente attivo a Bruxelles nel chiedere di eliminare le sanzioni   contro la Bielorussia. La nostra politica estera, se così vogliamo chiamarla, è soprattutto totalmente opaca e non rende conto a nessuno qui in Italia. Peccato che il nostro più grande partito d’opposizione non sembra preoccuparsene più di tanto”.    Se lei fosse il ministro degli Esteri, in visita in Bielorussia cosa chiederebbe a Lukashenko?    No guardi, una visita bilaterale non sarebbe neppure ipotizzabile. Semmai si potrebbe immaginare qualche iniziativa solo in un contesto concordato e condiviso a livello multilaterale o europeo.      Da un dittatore all’altro. Gheddafi viene spesso e volentieri a Roma. L’Italia, compresa la sinistra dei D'Alema, stringe con lui patti sulla sorte dei migranti. La Libia è un partner credibile e serio per governare insieme una questione così delicata?    I Radicali sono stati tra i pochi in Parlamento a opporsi a questo accordo grottesco. Non mi pare che Gheddafi abbia alcuna intenzione di occuparsi del fenomeno dell’immigrazione, se non nel peggior modo possibile, modo di cui ci giungono solo gli   echi perché l’Onu non può operare in Libia. L’unico risultato concreto di questa politica è che Gheddafi ormai a Roma è di casa, con tanto di sceneggiate con le hostess a pagamento. Grazie anche a D’Alema, non c’è dubbio.    Come giudica l’attuale inquilino della Farnesina, Franco Frattini?    Non è una questione di persone: esprimo giudizi politici su aspetti importanti della politica estera. Su altri aspetti, per esempio nella campagna internazionale contro le mutilazioni genitali   femminili, il livello di cooperazione è intenso e positivo. E, con buona pace di Paolo Bonaiuti, conoscere e discutere i capisaldi di una politica non dovrebbe esser ritenuto reato di lesa maestà.    La Svizzera ha deciso: niente minareti. E la Lega lancia la proposta di mettere la croce nel tricolore. Mandiamo i leghisti in Svizzera o costruiamo qualche moschea in più?    Se non ricordo male Bossi del tricolore voleva fare ben altri usi. Purtroppo la Lega non riesce mai a dare risposte equilibrate, neppure se si tratta di una decisione che riguarda gli svizzeri.   Anche stavolta cavalca le paure per ottenere facili consensi. I minareti sono parte integrante delle moschee, sarebbe come costruire una chiesa senza campanile. Se la proliferazione delle moschee è per loro fonte di preoccupazione allora dovrebbero preferire di gran lunga che ciò avvenga alla luce del sole. Ma consentire la libertà religiosa per poi vietarne i segni esteriori è perlomeno ipocrita. (Il Fatto Quotidiano)  
  Alexandr Lukashenko, 56 anni (FOTO ANSA)

SCENDILETTA di Marco Travaglio....

L’elettore del Pd, si sa, è nato per soffrire. Ma non è dato sapere quale peccato mortale, o addirittura originale, debba espiare per meritarsi questo martirio quotidiano. Martedì scorso è costretto a sorbirsi a Ballarò le elucubrazioni di Luciano Violante, responsabile Istituzioni del Pd: i processi a Berlusconi creano un conflitto insanabile fra “democrazia e legalità”, ergo bisogna regalargli uno scudo costituzionale in cambio del ritiro del “processo breve” (così il Cavaliere eviterà di andare a sbattere con l’ennesima legge incostituzionale e godrà di un’impunità a prova di bomba, prevista addirittura in Costituzione). I cinque giorni di silenzio di Bersani fanno ben sperare il povero elettore. Invece domenica, intervistato da Repubblica, Bersani sposa la linea Violante: “Il governo ritiri il provvedimento che cancella i processi e si apra un confronto parlamentare a partire dalla bozza Violante… In quel contesto si possono affrontare anche le questioni del rapporto sistemico tra esecutivo, Parlamento e magistratura. Il problema della magistratura c’è e non ha trovato un punto di equilibrio in tutti questi anni”. La legge è uguale per tutti, un bel guaio, occorre rimediare.   Quanto al NoBDay di sabato, bontà sua, Bersani autorizza “militanti e dirigenti” a partecipare. Magari mascherati da Arlecchino, Brighella e Colombina. Intanto il premier accusa i magistrati di volere la “guerra civile” e Napolitano zittisce i magistrati. Violante, demolito da Barbara Spinelli sulla Stampa, risponde che, “mentre tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”, qualcuno è più uguale degli altri: “Gli eletti alle massime cariche dello Stato possono essere esentati dalla responsabilità penale o, in modo assoluto, per determinati reati, o, a tempo, sino a quando rivestono una carica politica. E’ la prevalenza del principio democratico sul principio di legalità”. Siccome nessuno chiama l’ambulanza per portarlo via, l’elettore comincia a domandarsi che differenza passi fra Pdl e Pd, a parte la elle. La risposta la dà ieri il vicesegretario Pd Enrico Letta al Corriere della Sera. L’organo dell’inciucio, che spende un capitale per reclamizzare la propria indipendenza mentre pubblica editoriali degni del Giornale e del Predellino, chiede per la penna di Sergio Romano una nuova “forma di immunità” per Berlusconi. Le accuse di mafia sembrano (a Sergio e a Silvio) “poco plausibili” e tanto basta: chissenefrega se sono vere o false. Mettiamoci una pietra sopra e lasciamoci governare da un possibile amico della mafia visto che “ha una consistente maggioranza”. Anziché domandare a Romano se gli capiti mai di arrossire mentre scrive certe scempiaggini, il piccolo Letta dice che “il grido d’allarme di Romano è condivisibile” e che “mai le forze politiche sono state tanto vicine a un’intesa sul merito delle riforme” con il noto statista che accusa i giudici di “guerra civile”. Dopodiché il Lettino giura che il Pd si guarda bene dal “cercare scorciatoie per far cadere il governo e liberarsi di un Berlusconi che non è un ‘ingombro’”. Quella è roba da oppositori e lui, modestamente, non lo nacque. Poi spiega che, dopo un colloquio al Quirinale con Bersani e Napolitano, “il Pd non opporrà obiezioni al ricorso al legittimo impedimento”. Anzi, dice Enrico scavalcando lo zio Gianni, “consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo”. Insomma “l’opposizione si attiene a quanto detto dal capo dello Stato”. Notiziona: il Pd delega a Napolitano la guida dell’opposizione e, dopo averlo incontrato, autorizza il premier a fuggire illegalmente dai processi “come ogni imputato” (è noto infatti che ogni imputato, tipo i marocchini imputati di spaccio di hashish, possono sottrarsi alle udienze, impegnati come sono a Dubai o al Consiglio dei ministri). A questo punto ben si comprende la riluttanza dei vertici Pd a partecipare al NoBDay. Gli elettori potrebbero riconoscerli.  

lunedì 30 novembre 2009

A DOMANDA RISPONDO IN MEMORIA DELL’ANTIBERLUSCONISMO...

  Furio Colombo
   
Caro Colombo, ancora una volta si risente il vecchio invito: “Abbassare i toni”. Questa volta lo dicono Nicola Mancino, vicepresidente del Csm – dunque una raccomandazione ai giudici – e Renato Schifani, presidente del Senato e, Dio non voglia, seconda carica dello Stato. Dunque una ammonizione a tutti gli italiani. Prima domanda: che cosa vuole dire, visto che in giro non c’è nessuno che grida? Seconda domanda: come si realizza il capolavoro che riesce sempre a far dire la stessa sorprendente frase da uno di qua e uno di là, purché siano voci autorevoli?      Salvatore 


RISPOSTA alla prima domanda. La frase “adesso abbassiamo i toni” ha un significato molto diverso. Detta “di qua” (che vuol dire cultura estranea alla maggioranza governativa), vuol dire scegliere come strumento di opposizione, o comunque di differenziazione, la pazienza piuttosto che la resistenza. E’ una scelta legittima, ormai radicata nei quindici anni di egemonia berlusconiana, ma, occorre dire, una scelta sempre perdente. Tu taci. I cittadini non ti notano, e non ti votano. Essi governano. Detto “di là” (dalla parte della maggioranza di potere) significa “ragazzini lasciateci lavorare. Noi siamo i migliori, perché qualcuno dovrebbe farci perdere tempo?”. Come si vede, quando la raccomandazione è comune, i toni bassi sono una invocazione che deprime l’opposizione e dà autorevolezza a chi governa. Le frasi sono identiche ma il significato è opposto. E’ utile a una parte sola. Risposta alla seconda domanda.   “Abbassare i toni” è un ammonimento unicamente italiano, che non potreste ascoltare in alcun altro paese democratico. Se andate a verificare, simili raccomandazioni erano estranee anche alla vita politica italiana prima di Berlusconi. L’espressione “legge truffa” nata nei primi anni Cinquanta per definire, con estrema energia, una sgradita ma legittima proposta elettorale del governo di allora, non ha indotto nessuno a invocare toni bassi. L’invenzione dei toni bassi risale al Berlusconismo. Sono stati subito catalogati come “toni troppo alti” e poi “eversivi” e poi “criminogeni” e poi “omicidi” e poi “terroristici” tutti gli argomenti sollevati contro il discusso primo ministro (che pure si è sempre espresso a voce molto alta), persino quando erano presi dalle carte giudiziarie, dalla stampa internazionale o da dichiarazioni, ripetute alla lettera, dello stesso primo ministro. Il fatto è che il sistema politico Berlusconi non è una ideologia, non è un sistema di idee o una visione del mondo. E’ esclusivamente la persona, la vita, le avventure e gli affari di Silvio Berlusconi. L’uomo di Arcore è cosciente della sua vulnerabilità, che è documentata e certificata in molte inchieste e tribunali, perciò ha inventato, come male   intollerabile e inaccettabile, l’antiberlusconismo. E’ una bieca macchina fondata sul complotto giudiziario. E il gossip giornalistico. Per non si sa quale decisione, l’opposizione italiana, in tutte le sue incarnazioni, ha condiviso un sincero orrore per l’antiberlusconismo. Evitando di toccare il cuore del problema, purtroppo, continua a perdere.    Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano 00193 Roma, via Orazio n. 10  lettere@ilfattoquotidiano.it  

domenica 29 novembre 2009

Silvio, alias Mohammed Esposito

Legittimi Impedimenti | Carlo Tecce (il Fatto Quotidiano)
29 novembre 2009
Siamo seri. Il ragionamento di Silvio Berlusconi a Olbia è accademico: “Se oggi il turismo rappresenta il 10 per cento del Pil, noi dobbiamo portarlo al 20 per cento”. E chi tira su il Pil? “Le hostess. Mi ero proposto per il casting”. E che faranno le hostess per il Pil? Potranno raccontare barzellette. Il presidente del Consiglio tira fuori una scenetta ambientata sui sedili di un volo Alitalia: giovanotto che di Pil la sa lunga, ragazza corrucciata accanto. “Che libro legge?”, chiede lui. “Un libro sull'amore”, risponde lei. “E di cosa parla?”. “Sostiene che gli uomini più romantici siano i napoletani, quelli sessualmente più potenti gli arabi”. “Piacere, Mohammed Esposito”. 
E Berlusconi, più napoletano che arabo, strizza l’occhio al vescovo di Tempio, seduto in prima fila e quasi collassato: “Poi, Eminenza, passo da lei a confessarmi”. Oggi è una domenica bestiale, un giretto in Chiesa sarebbe utile e comodo. Il musetto psichedelico di Ghedini ha stancato. E poi i tribunali sono chiusi, il Milan gioca a Catania, Veronica bussa a denari, Noemi lunedì ha un compito in classe... Se per l’anima c’è sempre un condono peccatorum, per la noia ci sono dieci serie della Piovra da rivedere. Per entrare nei ruoli. Con la fantasia, of course.

venerdì 27 novembre 2009

BANCHE E PROFITTI: QUANDO LA FINANZA SI MANGIA L’INDUSTRIA....

C'è una storia che illustra bene il rapporto tra finanza ed economia reale in questi mesi di fine crisi. La racconta bene il Financial Times di ieri, sotto un titolo chiaro: “Corporate valdalism”. La questione è questa. Safilo, il produttore di occhiali, ha un bond in scadenza che va rifinanziato, cioè deve trovare nuovi finanziatori che credano nell’impresa e siano disposti a prestarle denaro. Se non li trova, ci sono 8 mila posti di lavoro a rischio. Il punto è che questi finanziatori latitano, perché il gruppo creditizio olandese Hal cerca di collocare le obbligazioni a un prezzo   troppo elevato, per massimizzare il proprio profitto. Il risultato è che l’emissione obbligazionaria di 280 milioni risulta poco allettante e che Safilo è in bilico, tanto che la scadenza per aderire era oggi ma è stata estesa di altri tre giorni. Perfino il quotidiano della City, l’alfiere cartaceo del libero mercato e di quello che Tremonti chiamerebbe “mercatismo”, riconosce che da parte della banca questo è un comportamento un po’ rischioso in un momento in cui tutti, almeno per un po’, vogliono abbattere i “masters of the universe” della finanza. (Il Fatto Quotidiano di oggi)

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Chi ieri sera ha visto Anno Zero, può rendersi conto di come vadano avanti le Italiche Imprese.....Buon pro...
Masaghepensu  (Ma se ci penso)




giovedì 26 novembre 2009

IL FATTO POLITICO Le rese dei conti....



  di Stefano Feltri
 
L’ipotesi di elezioni anticipate è scomparsa da ogni orizzonte, ma le tensioni dentro la maggioranza sembrano molto maggiori rispetto a qualche giorno fa, quando Silvio Berlusconi sembrava così tentato dal voto da suggerire a Renato Schifani di invocare le elezioni in caso di uno sfaldamento della maggioranza. Ricapitolando le ultime: lo scontro tra le due anime del Pdl in economia è sempre più forte. Ieri la guerra tra Giulio Tremonti e Renato Brunetta, ormai anche su un piano personale, ha assunto nuovi toni, con il ministro della Funzione pubblica che ricorda a tutti che il collega dell’Economia non è un economista (poi cerca di ridimensionare, spigando che non c’era polemica). E alla fine del percorso parlamentare   della Finanziaria sarà chiaro chi ha vinto: il rigore di Tremonti o la voglia di misure che sostengano la ripresa di Brunetta e del senatore Mario Baldassarri.    Poi c’è Gianfranco Fini. Il presidente della Camera è già impegnato su un test delicato, quello della candidatura di Nicola Cosentino alla guida della Campania a cui si è opposto. C’è la vicenda – secondaria ma non troppo – della contrarietà alla norma che permette di mettere all’asta i beni confiscati ai mafiosi (battaglia affidata al deputato finiano Fabio Granata) e la nuova tensione con la Lega di Umberto Bossi seguita al discorso sull’insulto (“stronzi”) da rivolgere a chi tiene comportamenti razzisti con gli immigrati. E da ieri un altro impegno: no   a una Finanziaria blindata in cui tutte le modifiche sono in un maxiemendamento impossibile da discutere in parlamento perché protetto da un voto di fiducia.    Tutti questi nodi verranno sciolti entro poche settimane. E visto che gli impegni presi dai diversi soggetti in campo sono espliciti e verificabili, comincia a circolare l’impressione che presto si arriverà a una verifica. Tremonti può accettare una Finanziaria diversa da quella che ha progettato da ministro delle Finanze? E Fini, come reagirebbe se alla fine il maxiemendamento blindato ci fosse? E se Cosentino alla fine si   candidasse, visto che ieri la giunta della Camera ha respinto la richiesta di arresto per le presunte continguità con la Camorra? Lo si capirà in tempi molto brevi.

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Ma guarda che bel casino..madama Dorè...ma guarda che bel casinoooo....E che altro si può dire...!?   
  Masaghepensu  
(Ma se ci penso)


Se questo è uno Stato...


Il Fatto Quotidiano | Antonio Padellaro  
26 novembre 2009

È vero, Renato Schifani è stato l’avvocato di mafiosi patentati (o non ancora definiti tali) ma era la sua professione. E poi, i mafiosi qualcuno dovrà pure difenderli nelle aule di giustizia o no? E’ vero, Renato Schifani è stato l’avvocato di un costruttore palermitano poi risultato legato a Cosa Nostra, proprietario di un palazzone dove, forse non casualmente, andarono ad abitare alcuni tra i boss più sanguinari. Ma lui che c’entra con le questioni di condominio? Adesso esce fuori l’informativa Dia nella quale il pentito Gaspare Spatuzza sostiene di aver visto, nei primissimi anni Novanta, Renato Schifani, incontrare il boss Filippo Graviano. Sì, quello successivamente condannato all’ergastolo per le stragi mafiose del ’92-‘93 e per l’omicidio di don Puglisi. Legittimo che Renato Schifani difenda la sua onorabilità. Altrettanto legittimo domandarsi, serenamente, se questi suoi, diciamo così, agitati trascorsi professionali lo mettano nella condizione più adatta a esercitare le funzioni di presidente del Senato, che è poi la seconda carica dello Stato. Sappiamo che Schifani resterà tranquillamente al suo posto, circondato dalla calorosa solidarietà della maggioranza e forse anche di una parte dell’opposizione. Noi però quella domanda continueremo a farla, immaginando di vivere in un paese normale.

Ma è un paese normale quello nel quale la casta dei parlamentari si autoassolve regolarmente anche di fronte alle accuse più gravi e infamanti? Sempre ieri quello straordinario lavacro di ogni nequizia che è la Giunta per le autorizzazioni della Camera si è pronunciata contro la richiesta d’arresto dell’onorevole Cosentino indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il Pdl si è stretto attorno al sottosegretario mentre dall’opposizione si è levato alto il grido: che messaggio stiamo dando al paese? Ce lo chiediamo anche noi mentre giungono notizie sulla richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa di Totò Cuffaro, già presidente della regione Sicilia e serbatoio di voti dell’Udc. Il partito alfiere del nuovo centro ispirato ai valori della legalità e della famiglia. 


Ho già scritto ieri, sull'argomento un mio pensiero, sul momento non ricordo brnr su quale Blog, su questo o sull'altro di Splinder. Sono tutti mafiosi in questo governo e, è logico, si proteggano l'uno con l'altro. Tutt'altro che giusto, ma comprensibile, se cade il primo "birillo" è assai facile che tutti gli altri lo seguino. Un cordiale saluto a chi, per caso, leggerà questi Post.
Ma se ci penso

mercoledì 25 novembre 2009

Le bugie di Alfano. I giudici: il processo breve? Un disastro....

ITAGLIA......
 di Claudia Fusani

 

















Un per cento, dice il ministro. Cinquanta per cento, correggono le toghe. Quaranta per cento, ridimensiona il Consiglio superiore della magistratura. La guerra delle cifre continua. Il numero dei procedimenti che saltano causa taglia-processi (il ddl Gasparri-Quagliariello) resta ballerino. Ma non c’è dubbio che tra questi numeri ce n’è uno che assomiglia molto a una bugia grossa come una casa ed è per l’appunto quello sparato dal ministro in persona, Angiolino Pinocchio Alfano. Perchè è vero che anche tra Anm e Csm, tra sindacato delle toghe e Consiglio superiore della magistratura, non c’è coincidenza di cifre e percentuali. Ma si tratta di differenze fisiologiche. Di fronte alle quali il numero dato dagli uffici del ministero della Giustizia - «salterà solo l’1 per cento dei processi in corso, circa 33mila» - appare non solo improbabile ma anche surreale.

L’un per cento del ministro Guerra delle cifre, quindi, atto terzo. Il primo era andato in scena giovedì scorso quando il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha tranquilizzato il Parlamento dicendo che il ddl Gasparri-Quagliariello (il processo breve) avrebbe fatto morire «appena 33 mila procedimenti, l’1 per cento al primo grado del giudizio». Una cifra che messa a confronto dei 200 mila processi che ogni anno sono prescritti per cause naturali, la decorrenza dei termini, fa più o meno sorridere. E che certo, concluse il ministro in quell’informativa al Parlamento, non evoca gli scenari devastanti tratteggiati dalle toghe e dalle opposizioni. Insomma, il taglia-processi-salva-Berlusconi si poteva fare.

Il secondo atto è di lunedì e riguarda i dati forniti dal sindacato delle toghe «sulla base di un campione particolarmente significativo e rappresentativo» che sono i dati dei grandi distretti giudiziari. Per l’Anm a Roma, Bologna, Torino - testo delle legge alla mano - «saltano il 50 per cento dei processi». Un po’meglio a Firenze, Napoli e Palermo dove la percentuale a rischio «è tra il 20 e 30». Ieri i procuratori e i procuratori generali dei nove più importanti distretti giudiziari (Roma, Torino, Milano, Napoli, Bari, Bologna, Palermo, Firenze, Reggio Calabria) hanno riferito le loro stime, basate sull’analisi dei processi pendenti in primo grado, davanti alla Sesta commissione del Csm. «Il Csm non fa allarmismi sull'impatto del processo breve sul sistema della giustizia italiano - ha precisato il vice presidente Nicola Mancino - ma ha il dovere di dire la verità sulle difficoltà che quel provvedimento può incontrare». E così viene fuori che il «processo breve» può uccidere «tra il 10 e il 40%» con punte, a Roma ad esempio, del 50. Il consigliere Enza Maccora parla di un «dato difficilissimo da trovare» perchè «servono giorni per elaborare le statistiche fornite da Tribunali e Procure». Dalle relazioni dei procuratori convocati emerge chiara una tendenza: nelle realtà che funzionano meglio come Milano e Torino dove «nel 2009 i tempi dei processi sono sotto l'anno», il ddl Gasparri può avere un impatto «sopra il 10%» dei processi. La situazione peggiora nelle procure con tempi processuali maggiori, a Napoli la nuova norma puà incidere sul 45 per cento dei processi. Analisi e dati che, una volta di più, fanno a cazzotti con quelli riduttivi del ministro Alfano i cui uffici adesso stanno cercando un modo per uscire da una figuraccia. «Il ministro darà altri numeri» assicurava ieri un dirigente.
Numeri a parte, il «processo breve» ha cominciato il suo percorso parlamentare ieri pomeriggio in Commissione Giustizia al Senato con la relazione del senatore Giuseppe Valentino (pdl). Un avvio lento, che promette tempi lunghi anche perchè sarà la stessa maggioranza stamani ha «correggere» pesantemente il testo. La Commissione Affari Costituzionali presieduta da Carlo Vizzini (pdl) ha pronti quattro suggerimenti per rendere il testo «più presentabile ad un giudizio di costituzionalità». La norma transitoria, prima di tutto: il processo-breve «va applicato ai processi in cui non c’è stata sentenza di condanna», a prescindere quindi dal grado di giudizio (nel testo di parla del primo grado). Modificata la lista dei reati: «Da escludere - suggerisce la Commissione - i reati con pena contravvenzionale», quelli legati all’immigrazione, quindi. Una bella grana da far ingoiare alla Lega. Correzione anche per quello che riguarda l’esclusione dal processo breve dei non incensurati: «La prescrizione penale si applica solo ai recidivi riconosciuti come tali in una sentenza». Si tratta di correzioni che allargano molto il raggio di azione del processo-breve, ne aumenterebbero quindi l’impatto ma ne limitano i profili di incostituzionalità.

Tutto ciò dimostra quanto imbarazzo ci sia nella maggioranza in questa corsa sfrenata e smodata a cercare ipotesi giudiziarie salva-premier. Ieri nello staff di legali convocati per trovare soluzioni (Ghedini non basta più) è stata coltivata l’idea di correggere la formulazione del reato di corruzione in atti giudiziari, quello contestato al premier nel processo Mills. Il reato infatti si compie solo se il passaggio di danaro avviene prima della falsa testimonianza. È perfetto: i giudici hanno già scritto che Berlusconi ha corrotto Mills, ma dopo la sua deposizione.

25 novembre 2009  (La Stampa-Torino)
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La ma maggioranza di questo governo è composta da avvocati e tutti pronti a difendere Berluskoni, quasi fossero avvocati dello stesso "premier" ma, pagati dallo Stato Italiano, vale a dire dagli italiani stessi. Un bel risparmio per il "cavaliere", non c'è che dire......
 Maseghepensu
(Ma se ci penso)

domenica 22 novembre 2009

“UN AVVOCATO DIFENDE CHIUNQUE. ANCHE SE È IL PRESIDENTE DEL SENATO” .....

PARLAMENTO
  di Paola Zanca
   
Un avvocato può difendere chiunque. Anche uno che costruisce abusivamente un palazzo su un terreno che non è suo, e che poi verrà condannato per mafia e corruzione. Un avvocato può farlo. E poco importa se poi diventerà presidente del Senato. Parlando con i parlamentari italiani, è difficile scalfire il muro tra la professione di una persona e le ricadute sulle sue responsabilità pubbliche. Quasi impossibile sfatare il mito della “vita privata” diventata alibi per giustificare qualsiasi incoerenza. Soprattutto quando quella vita si è trascorsa in Sicilia   . “A Palermo è indiscutibile che esista una zona grigia, che coinvolge le professioni, la borghesia, gli imprenditori e la mafia – dice Fabio Granata, parlamentare siciliano del Pdl – Non ne faccio una questione di merito: Schifani faceva l’avvocato, il punto è chi difende i clan, non chi difende i singoli. Anche Enzo Trantino difese un Santapaola, ma come persona non come esponente della cosca. Sarebbe grave se Schifani intrattenesse rapporti con Lo Sicco adesso, ma all’epoca era ben lontano dal fare politica. Detto questo, rimango dell’idea che chi ha responsabilità politiche e fa il penalista in alcune regioni del sud dovrebbe autosospendersi dall’Albo, come ho fatto io”. Anche un altro avvocato prestato alla politica, il senatore Idv Luigi Li Gotti, è della stessa idea. Lui ha difeso i pentiti Brusca e Buscetta, e pensa che “chi svolge una professione può occuparsi di qualsiasi cliente” e che “non si può costringere un avvocato ad assistere solo alcune categorie di imputati”.      Diversa l’opinione del presidente Idv Antonio Di Pietro, secondo il quale “una cosa è il diritto di un avvocato di difendere i prepotenti, un’altra è che sia indicata come seconda carica dello Stato. Schifani ha messo a disposizione la sua scienza per trovare scorciatoie e cavilli. La politica di Berlusconi – spiega Di Pietro – ha rovesciato i ruoli: i criminali sono diventati vittime, i giudici assassini, i favoreggiatori dei mafiosi parlamentari”. Confida invece “nel garantismo” il deputato Udc Luca Volontè, che non ha nulla da eccepire sul passato di Schifani che “sta dimostrando un comportamento adeguato al suo ruolo istituzionale” e “non ha mai dato adito a sospetti di nessuna natura”. In realtà, non è la prima volta che il presidente Schifani rimane coinvolto in vicende del genere. Lo ricorda l’europarlamentare Idv Luigi   De Magistris: “La vicenda non si può ridurre semplicemente al mandato professionale di Schifani ma va inserita in un contesto più complesso che riguarda l’establishment siciliano di Forza Italia: non solo la difesa di Lo Sicco, dunque, ma anche la vicenda societaria che lo ha coinvolto, la figura di Dell’Utri, Mangano   eroe...Passaggi significativi non possono essere liquidati come fatti passati, ma che attengono al periodo della nascita di Forza Italia”. Insomma, i trascorsi di Schifani sono una “pagliuzza” a confronto di ben altre travi. Lo sostiene Massimo Donadi, capogruppo Idv alla Camera: “Cosa vogliamo dire al povero Schifani, quando Berlusconi si è tenuto in casa per anni una persona che ha commesso due omicidi di mafia ed era referente di Cosa Nostra in Lombardia? Fossimo in un paese normale dovremmo chiederne le dimissioni, ma siamo in Italia e dobbiamo chiederci perché c’è ancora qualcuno che li vota”.    Già, di questi tempi, dice Nando Dalla Chiesa, chiedere le dimissioni sarebbe più che altro “un atto di testimonianza”, ma “ogni volta che le abbiamo chieste, il destinatario ne è uscito rafforzato”. Quel che è certo, spiega Dalla Chiesa, è che la vicenda Lo Sicco non si può giustificare come “una storia vecchia”: “Riguarda gli ambienti che si frequentano, e in questo caso non sono ambienti in odore di, sono il gotha della mafia. Ognuno si sceglie i suoi ambienti e i suoi clienti, ogni avvocato può scegliere di usare il diritto per difendere le persone o per commettere delle prepotenze. Non so se Schifani possa rimanere   al suo posto o no – aggiunge Dalla Chiesa – so che rimanendoci indebolisce la seconda carica dello Stato. A tutti coloro che hanno il senso delle istituzioni, vederlo lì fa male”. È uno sfregio all’articolo 54 della Costituzione, dice la deputata Pd Livia Turco, che chiede “prove di specchiata moralità”, ma non pensa alle dimissioni: “Innescherebbero una polemica che alla fine insabbierebbe la questione centrale: non si parlerebbe più della moralità, ma di persecuzione, dell’opposizione che fa politica per via giudiziaria”. “Il punto – dice la Turco – è che non te lo ordina il dottore di fare politica: se scegli di farlo, devi assumere una condotta personale esemplare”. Ne è convinto anche il coordinatore nazionale di Sinistra democratica, Claudio Fava: “In punta di diritto non si può chiedere nulla a Schifani, ma in punta di decenza sì: la trasparenza è un imperativo categorico per il decoro e l’autorevolezza delle istituzioni, anche se non è scritto in nessun codice. Aver scelto di difendere personaggi che hanno avuto   ruoli pesanti nella storia di Palermo la considero una coincidenza che non dà lustro alla seconda carica dello Stato, che dovrebbe essere al di sopra di ogni sospetto. Ma non mi faccio illusioni”. In fondo, era solo un avvocato. 
   

Piazza Leone, Palermo: ecco il “palazzo mafia” difeso da Schifani ....

   Storia di un palazzo. Storia di un condominio di Palermo in piazza Leoni in odore di mafia. Anzi, edificato, appaltato, acquistato e abitato da uomini legati a Cosa Nostra come Giovanni Brusca, Pietro Lo Sicco, la famiglia e gli uomini di Stefano Bontate e poi anche Leoluca Bagarella. Con due particolari di non poco conto: il palazzo è stato costruito   falsificando le carte e appropriandosi dei suoli e delle case di due sorelle indifese, Savina e Rosa Pilliu. Il costruttore sarà condannato definitivamente per corruzione dell’assessore che rilasciò la licenza e per concorso in associazione mafiosa. Prima dell’avvio delle indagini, il legale che difese a spada tratta il costruttore era Renato Schifani, ora presidente   del Senato. La struttura, lo ha stabilito la giustizia amministrativa, era ed è abusiva. Ed è ancora in piedi anche grazie ai consigli legali, ai ricorsi e alle richieste di sanatoria dello studio Schifani-Pinelli. Secondo quello che è stato raccontato ai giudici dai mafiosi pentiti, c’era anche un appartamento con un muro finto dietro il quale si nascondevano le armi del clan Madonia. 
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Certo che, per un legale che divendeva l'illegalità, occupare ora una poltrona simile è più che ingombrante per lui. Ma Schifani penserà certamente, se lo fa il Berluskoni, perchè non posso farlo anche io..? È sempre la solita presa di posizione..lo fanno tutti.. È no On. Schifani, per lei. la dignità, non conta proprio nulla..? Suvvia, un poco di amor proprio dovrebbe pur averlo..o no..!?
 Masaghepensu
(Ma se ci penso)  

sabato 21 novembre 2009

Peccato che Silvio c'è...

 
 
Articolo 21 - Editoriali



di Antonio Palagiano*
Strano paese l’Italia, patria del doppio lavoro. Lo fan tutti, dal dipendente all’operaio, dal medico all’avvocato. Per esempio l’Avv. Ghedini la sera fa il penalista e al mattino si inventa i disegni di legge, che gli serviranno il giorno dopo per garantire l’impunità del Cavaliere. E così, saltata la legge “ammazza processi” (per ostilità da parte del Presidente Napolitano), archiviato il Lodo Alfano, rieccolo al lavoro con il “processo breve”.
In sostanza cos’ha partorito la mente diabolica di Ghedini? Abbreviare i termini di prescrizione, limitando la durata del processo a due anni per ogni grado di giudizio. Tale dispositivo si dovrebbe applicare solo agli incensurati e per i delitti con pene inferiori ai dieci anni. Saranno esclusi i reati di mafia, camorra, terrorismo, omicidio e rapina…. e la corruzione? Ovviamente, no.
Si tratta, però, di un’altra norma incostituzionale poiché lede il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Gli incensurati, per esempio, “rischierebbero” di non essere mai condannati grazie a questo privilegio.
È evidente che non si tratta di una legge che ha a cuore la durata dei processi (infatti da questo regolamento ne sarebbe esclusa la maggior parte…), ma di una norma cucita su misura sul Cavaliere per garantirne l’impunità.
Una norma “singolare” quella che, per abbreviare i tempi della giustizia, manda tutti i “Processi” in prescrizione…. infatti, se si volesse realmente sveltire la magistratura, sarebbe necessario aumentarne le risorse, altrimenti qualsiasi forma di velocizzazione e snellimento del sistema giudiziario risulta impensabile.
La verità è che a Ghedini (e al Cavaliere) non importa nulla che le conseguenze di questa ennesima, sciagurata legge saranno disastrose per migliaia di cittadini vittime di reati gravi. Non vedranno più giustizia, infatti, le vittime di truffe finanziarie come quelle del caso Parmalat, di furti, scippi e stalking.
Sarebbe più onesto l’On.-Avv. Ghedini se presentasse una legge che garantisse la prescrizione breve per tutti gli individui maschi, di altezza inferiore a cm 165, di nome Silvio e con residenza ad Arcore. Raggiungerebbe lo stesso scopo, provocando meno danni.

*dal blog http://www.antoniopalagiano.it/

Schifani e la mafia, il palazzo tace.....

AVVOCATO DEI BOSS Per la politica è tutto normale ma altri dicono: si dimetta   Reputazione
   

  di Furio Colombo
      
Parliamo del presidente del Senato Renato Schifani. Del suo passato professionale si è occupato ieri questo giornale con l’incontrovertibile narrazione di Marco Lillo: storia di un legame professionale dell’avvocato siciliano con personaggi mafiosi che risale a quindici anni fa. Quella narrazione – che dovrebbe provocare scandalo – incontra però due serie obiezioni. La prima. Schifani è un avvocato. Tipico di un avvocato è difendere chi chiede difesa. La seconda. Quindici anni sono tanti. In quel lungo periodo di tempo l’avvocato Schifani è cresciuto in un modo, i suo vecchi clienti in un altro. Lui è diventato la seconda carica dello Stato. Loro, i difesi di allora, la prima fila della mafia.      Propongo a mia volta una obiezione alle obiezioni. Renato Schifani non è oggi in discussione come avvocato. Di lui si può dire, per esempio, che è un lottatore deciso a tutto nel suo lavoro e a favore dei clienti. L’articolo di Marco Lillo racconta in modo accurato e preciso, lo stile forte con cui il combattivo legale palermitano ha condotto il suo impegno professionale a favore di un gruppo deciso a conquistare un terreno e costruire un palazzo nella piena (e purtroppo frequente) illegalità italiana. Va bene   , direte, non tutti i professionisti, specialmente se bravi (Schifani vince) devono essere giudicati in base agli scrupoli. Ci sono però un paio di fatti da considerare. Uno è che tutti i protagonisti del folto gruppo che conta sull’avv. Schifani sono mafiosi. Non lo si sapeva a Milano. Ma a Palermo, vigili urbani, prefettura, polizia, già a quel tempo si tenevano alla larga dal cantiere controverso del palazzo che ospiterà Giovanni Brusca, già noto fra altri destinati a diventare celebri un po’ più avanti, ai tempi di Falcone, Borsellino e del bambino Di Matteo dissolto nell’acido.    E poi il punto più difficilmente eliminabile dalla discussione. Renato Schifani oggi è la seconda carica dello Stato. Così influente, sul destino di questo Stato, da suscitare sorpresa quando minaccia di sua iniziativa, elezioni anticipate, impossessandosi   di una prerogativa che spetta solo al capo dello Stato. Dunque un uomo importante.    Un esempio fuori dall’Italia. Il celebre costruttore di New York Donald Trump non ha mai potuto candidarsi a sindaco perché, da giovane costruttore rampante, aveva minacciato un’anziana signora che non voleva cedere la sua casetta (61esima strada angolo Lexington) dove Trump voleva un grattacielo. La civiltà di New York è rappresentata da quell’evento. La casetta c’è ancora. E Trump non può entrare in politica nonostante i miliardi. In altri paesi (tutti quelli che noi chiamiamo democrazie) la reputazione ha un valore altissimo e il passato un peso che non si scioglie nell’acido del giornalismo compiacente e dell’opposizione conciliante.  
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Grazie al Cavalliere in quali mani ci siamo messi. La massima del Cav. è: se non son mafiosi non li voglio, perchè.? Tra delinquenti una via d'uscita sempre si trova, bisogna trovarla altrimenti......
 Masaghepensu
(Ma se ci penso)

venerdì 20 novembre 2009

La morte misteriosa del trans Brenda da "Il Giornale"....


In casa tracce di liquido infiammabile

Il corpo sul letto dell'appartamento di via Due Ponti andato a fuoco questa notte (guarda il video). Non presenta segni di violenza. Nella piccola casa, invasa dal fumo, trovato un pc immerso nell'acqua: forse contiene il secondo video con Marrazzo. Quindici testimoni sentiti in questura. La procura indaga per omicidio volontario.
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Una domanda, chi può aver tratto vantaggio da questa morte..?
Marrazzo..? Forse quei Carabinieri infedeli all'Arma..? Tutto un mistero in questa maledetta Italia (almeno ora..)
  Masaghepensu
(Ma se ci penso)
 

mercoledì 18 novembre 2009

Privatizzazione acqua: ribelliamoci..di Antonio Di Pietro....

GUERRA SUL NO-B-DAY DIPIETRO:“ILPDVENGA”.BERSANI:“NO”.....

Da...Il Fatto Quotidiano del 18 Novembre 2009


  di Luca Telese
    
Sarà pure “La prima manifestazione 2.0 che nasce dal basso”, come spiega con entusiasmo Giovanna Melandri. Ma allora deve essere un software che sul Pd non gira bene, se è vero che la stessa deputata (nello stesso comunicato!) osserva: “Fa bene Bersani a ribadire che il Pd metterà in campo, in Parlamento e nel paese, iniziative per contrastare l’ennesimo deprecabile provvedimento del centrodestra”. Tradotto dal politichese: Pier Luigi Bersani (supportato da Enrico Letta) dice e ripete che il Pd farà altre mobilitazioni perché non intende farsi arruolare nella manifestazione dei cosiddetti “autorganizzati”: ovvero dai blogger che hanno   lanciato per primi l’appello per la mobilitazione del 5 dicembre. Nel Pd si registrano un nugolo di adesioni individuali (deputati, dirigenti, singoli militanti) ma Bersani non ha fatto che   ribadire, per tutto il pomeriggio, che il suo partito non aderirà nè alla manifestazione nè alla mozione di sfiducia dell’Idv contro il sottosegretario Cosentino. Così facendo, però, espone il fianco al cannoneggiamento di Antonio Di Pietro, che invece a quella manifestazione ha aderito con entusiasmo. Il gioco di differenziazione si ripete sulla mozione: L’Italia del valori la promuove, il Pd si distingue, e considera quasi una inaccettabile cessione di sovranità l’adesione a una   iniziativa che non ha promosso. Secco lo scambio di battute che ieri - a mezzo agenzia - i due leader, senza troppi giri di parole si sono rivolti: “Questa insistenza di Bersani a voler fare il primo della classe, altrimenti non partecipa a ciò che l’Italia dei Valori propone - attacca Di Pietro - sta diventando ridicola e stucchevole”. Ribatte il leader del Pd: “Noi lezioni di antiberlusconismo non ne prendiamo da nessuno - gli dice - perchè il più antiberlusconiano è chi riesce a mandarlo a casa, non quello che urla di più”. Di Pietro non si ferma, e ricorre al sarcasmo per punzecchiare: “Smettiamola di fare i bambini - dice beffardo - dobbiamo occuparci delle dimissioni   di Cosentino e non di chi firma per primo la mozione”.    Se scavi un po’ più a fondo provando a sondare gli umori del principale partito di opposizione scopri che il malumore è forte. Stefano Di Traglia, portavoce   del segretario, ce l’ha anche con i giornali: “Non capisco questo atteggiamento dei media, che continuano a domandarci: ma il Pd va o non va?”. Provi a chiedergli cosa ci sia di strano, e lui ti risponde così: “E’ un modo per cercare di tenerci sotto scacco. Noi non sappiamo nemmeno chi ci sarà su quel palco, cosa dirà, se ci saranno sparate, come, faccio solo un esempio, un attacco al capo dello stato”. Morale della favola: “Il partito ci sarà, con molti suoi iscritti, con alcuni   suoi dirigenti, ma non aderirà: non esiste nessun obbligo, da parte nostra, di sostenere qualsiasi mobilitazione venga promossa”. Parole che danno il senso esatto di uno stato d’animo.    Il sospetto nemmeno troppo recondito, a via del Nazzareno, è che i blogger siano “manovrati” da Antonio Di Pietro, o - peggio - che l’ex pm li cavalchi, pur di mettere in difficoltà Bersani   .    Non è la prima volta, dunque, che il Pd constata, con disappunto, di essere stato scavalcato dalla piazza,. Ed ecco perchè Bersani studia una contromossa: Il Pd non ‘sta in mezzo’ tra l’Udc e l'Idv - ruggisce il segretario - ha una sua idea di come fare l’opposizione a Berlusconi. Ecco perchè - annuncia Bersani a dicembre farà una sua manifestazione che decideremo martedì”.

 

 

  Il Pd e la manifestazione del 5 dicembre secondo Manolo Fucecchi. Accanto, una protesta contro il Cavaliere
 

martedì 17 novembre 2009

Il ritorno de “L’odore dei soldi” ,,,Meditate Gente, meditate....


  QUELLA PUNTATA DI “SATYRICON” E L’EDITTO BULGARO      

Torna in libreria, con tutti gli aggiornamenti rispetto agli ultimi processi e alle ultime sentenze, “L’odore dei soldi”, di Elio Veltri e Marco Travaglio (Editori Riuniti), il bestseller che nel 2001 ha venduto 350 mila copie, provocando, pochi mesi dopo, l’epurazione dalla Rai di Biagi, Santoro e Luttazzi. Pubblichiamo uno stralcio della prefazione.

  di Marco Travaglio
      
Nelle prime due settimane “L’odore dei soldi” ha venduto 18 mila copie (merito anche di misteriosi personaggi che si presentano nelle librerie più in vista, come quella dell’aeroporto di Fiumicino, a fare incetta di tutte le copie disponibili, come mi viene riferito dal mio direttore di allora, Ezio Mauro, che l’ha saputo dall’editore Carlo De Benedetti). Della presentazione alla Camera, riferiscono soltanto la Lucca sul “Manifesto” e un articolo di “Liberazione”. Ma la recensione del Manifesto viene notata da Daniele Luttazzi, attore satirico che lavora per Raidue diretta da Carlo Freccero. Luttazzi si procura “L’odore dei soldi” e comincia a leggerlo. Resta colpito dall’ultima vera intervista di Paolo Borsellino prima di morire (rifiutata da tutti i tg Rai e trasmessa nottetempo da RaiNews24 il 19 settembre 2000), in cui il giudice antimafia parla di indagini sui rapporti fra Berlusconi, Marcello Dell’Utri e il cosiddetto “stalliere di Arcore”, il boss mafioso Vittorio Mangano.   Scorre gli stralci della requisitoria del pm di Caltanissetta Luca Tescaroli, che parla anche delle indagini in corso su Berlusconi e Dell’Utri come possibili “mandanti a volto coperto” delle stragi politico-mafiose del 1992-‘93 (indagini all’epoca ancora aperte: saranno archiviate fra mille polemiche soltanto nel 2002). Legge le sintesi dei rapporti dei consulenti tecnici della procura di Palermo sui finanziamenti alle società – le “Holding Italiane” numerate dalla 1 alla 37 – che controllano la Fininvest, imbottite fra il 1978 e il 1983 di oltre 500 miliardi di lire al valore attuale di origine misteriosa e mai spiegata. Non crede ai suoi occhi dinanzi agli esilaranti interrogatori di Berlusconi e Dell’Utri nel processo Publitalia, in cui Dell’Utri è stato appena condannato in via definitiva a 2 anni di carcere per false fatture e frode fiscale.   Luttazzi divora il libro in un paio di giorni. Trova strano che nessuno ne parli: il materiale è incandescente.     

L’attore conduce su Raidue un programma “Satyricon”, dichiaratamente ispirato al “David Letterman Show” e di grande successo, vicino al 15 per cento di share, con un pubblico (sopra i 2 milioni di persone) addirittura superiore alla “Piovra 10” e a “Porta a Porta”, ma soprattutto alla concorrenza di Mediaset, che in prima serata strapazza la Rai col “Grande Fratello”. Ogni settimana Luttazzi intervista personaggi della politica, della cultura, dello spettacolo, dello sport. Decide di invitarmi per parlare de “L’odore dei soldi”, che intanto sta scalando le classifiche (il 10 marzo, la settimana precedente la trasmissione, è secondo nella saggistica davanti a “L’Italia che ho in mente”, cioè alla raccolta dei discorsi di Silvio Berlusconi pubblicata da Mondadori). Il suo accordo con Carlo Freccero, direttore di Raidue, gli permette la più ampia libertà nella scelta degli ospiti e degli argomenti.      L’addetta al casting Raffaella Fioretta mi telefona per concordare la data della registrazione: sarà il martedì 13 marzo, la puntata andrà in onda l’indomani, cioè mercoledì 14. Chiedo di poter incontrare Luttazzi qualche   minuto prima della registrazione. Non ci siamo mai visti né conosciuti, e, vista la delicatezza e la complessità dei temi trattati nel libro, voglio capire fin dove Daniele intende spingersi con le domande. Mi dicono di presentarmi in studio alle 20, un’ora prima della registrazione. Lì, nel backstage, incontro David Zard, il produttore che è venuto ad accompagnare un altro ospite, Riccardo Cocciante. Conosco Freccero e la sua assistente Enza Gentile. 

I ragazzi della produzione Ballandi mi sottopongono al rito che tocca a tutti gli ospiti di “Satyricon”: devo posare per una Polaroid istantanea, sulla quale mi viene chiesto di scrivere a pennarello una dedica al conduttore. La mia, improvvisata sul momento in preda all’emozione, è questa: “Ecco un teppista (quasi) paragonabile a te. Uno che, con quel che dirà, anticiperà la chiusura di Satyricon”. Ancora non posso credere che Luttazzi vorrà rovinarsi la carriera facendomi parlare di un libro del genere in un momento del genere. Lui intanto, bloccato nel traffico romano, non si vede. Io intanto vengo presentato alle   ragazze della scuderia di Schicchi, che “assistono” Luttazzi in studio. Una, Edelweiss, è vestita (si fa per dire) con un paio di francobolli di carta stagnola. Mentre sto per perdere i sensi, arriva Daniele. Qualche minuto dopo le 20,30. Appena in tempo per cambiarsi, incontrare la regista Franza Di Rosa per gli ultimi dettagli, salutare di corsa noi ospiti e infilarsi in studio. Mi sfreccia davanti alla velocità della luce, riesco a malapena a stringergli la mano, senza poter concordare nulla. “Ci vediamo dentro”, mi sibila parlando più veloce di quanto cammini. Quando tocca a me, dunque, non ho la più pallida idea di quel che mi chiederà. Nessuna prova, nessuna domanda concordata, tutto improvvisato, senza rete. Anche il distacco improvviso di un pezzo di scenografia che provoca un botto in studio, facendo sussultare tutti visto che in quel momento stiamo parlando delle bombe del 1992-’93.      Luttazzi mi fa domande su tutto quanto ha letto nel libro: la mafia, le stragi, lo “stalliere” mafioso, i soldi di dubbia origine, la nascita di Forza Italia. Il pubblico ascolta ammutolito i 26 minuti dell’intervista, interrompendo più volte con applausi. 

Alla fine Daniele mi dice: “A questo punto mi chiedo in che paese viviamo. Comunque volevo ringraziarti perché, scrivendo questo libro e parlando come fai, dimostri di essere un uomo libero. E non è facile trovare uomini liberi in quest’Italia   di merda”. Io ricambio: “Sai chi mi ricordi? Quel governatore della Pennsylvania che un giorno si presentò in televisione, si infilò la canna di una pistola in bocca, e si sparò”. Mentre torno dietro le quinte, mi viene incontro un Freccero molto emozionato: “Sei stato efficacissimo. Se potessi, ti darei subito un programma. Ma, da domani sera, non avrò più una rete...”. La registrazione con gli altri ospiti va a rilento, e a un certo punto lascio gli studi Rai per andare a cena. Ho appuntamento al ristorante con Curzio Maltese e il giovane regista Paolo Sorrentino, che diverrà celebre per “Il Divo”. Racconto quel che è appena successo, ci domandiamo se la Rai oserà mai trasmettere quell’intervista.    Luttazzi mi racconterà che, finita la registrazione, domandò a Freccero: “L’intervista a Travaglio può andare in onda?”. E il direttore lo rassicurò: “Certamente. Travaglio non ha fatto altro che raccontare i documenti del suo libro”. Luttazzi è un sorvegliato speciale da un bel po’. In quell’edizione di “Satyricon” ne ha già combinate di tutti i colori. Ha annusato      gli slip rossi di Anna Falchi infilandoseli nel taschino come pochette. Ha mangiato una finta cacca di cioccolato in risposta al consigliere Rai Alberto Contri che gliel’aveva suggerita come   l’ultima cosa disgustosa che gli restava da fare. Ha intervistato Marco Pannella che ha attaccato la Chiesa per la sua posizione sulla droga, la pillola del giorno dopo e il preservativo (“un brutale attacco al Papa”, per l’Osservatore Romano). E poi il direttore di MicroMega, Paolo Flores d’Arcais, che ha rincarato la dose sul cardinale Camillo Ruini e su Massimo D’Alema. Visti i precedenti, ogni mercoledì mattina il consiglio d’amministrazione Rai convoca Freccero per conoscere in anticipo il menu di “Satyricon”.    Il mattino del 14 marzo il direttore ha rassicurato i consiglieri: “Stasera niente sesso né coprofagia”. 

Quelli, visibilmente sollevati, si sono dimenticati di informarsi su cos’era invece previsto. Saprò più tardi che Silvio Berlusconi era stato informato in extremis da qualche spia interna a Raidue di ciò che quella sera sarebbe stato mandato in onda, e che aveva telefonato personalmente a Freccero per chiedergli di non farlo. Ma   Freccero gli aveva opposto un cortese, ma netto rifiuto di ogni censura preventiva. Giocandosi, così, la carriera. La sera della messa in onda, mercoledì 14 marzo 2001, me la ricorderò finché campo. Rientrato a Torino (dove lavoro nella redazione di Repubblica), ho tenuto d’occhio le agenzie di stampa per tutto il giorno, nell’attesa dell’annuncio che do per scontato: i vertici Rai hanno visto la registrazione e hanno cancellato “Satyricon”. Invece le ore passano e non accade nulla. Alle 22.30 o giù di lì parte regolarmente la sigla del programma luttazziano. Poi, a un certo punto, parte la mia intervista. Integrale. Nemmeno un secondo tagliato. Il primo a chiamarmi è Curzio Maltese: ci domandiamo quale sarà la reazione di Berlusconi & C, conveniamo che forse, furbi ed esperti in comunicazione come sono, abbozzeranno per non amplificare le notizie contenute nella mia intervista.    Non sappiamo che, in quegli stessi minuti, Maurizio Gasparri è negli studi di Raitre per partecipare a una puntata di “Mediamente”, il programma   di Carlo Massarini sulle nuove tecnologie informatiche. In attesa di andare in onda, fa zapping e s’imbatte in “Satyricon”. 

Pochi minuti dopo, quando Massarini comincia a interrogarlo sui problemi di Internet, il deputato ex missino esplode: “Ma quale Internet, su Raidue stanno dando del mafioso a Berlusconi! Questa Rai è una vergogna!”. Altro che incassare in silenzio: la sparata di Gasparri innesca la corsa allo stracciamento di vesti, la gara alla dichiarazione più indignata nella cosiddetta Casa delle libertà. Alle 23,57 l’Ansa dirama quella di Mario Landolfi (An pure lui), presidente della commissione di Vigilanza: “La misura è colma. Quello che è andato in onda stasera non ha precedenti nella storia della tv. Il programma di Luttazzi va chiuso e Freccero deve essere allontanato. Zaccaria e tutto il vertice Rai devono dare le dimissioni”.    Gli fa eco, per non esser da meno, Paolo Romani, responsabile per l’informazione di Forza Italia: “È stato   un attacco proditorio, vergognoso, senza precedenti contro il presidente Berlusconi sul servizio pubblico. Richiediamo una riunione immediata della commissione di Vigilanza per chiedere le dimissioni dell’attuale vertice Rai e dei suoi direttori. Un’azienda totalmente allo sbando non è più in grado di gestire il servizio pubblico nella prossima campagna elettorale”. Tra i tanti amici che mi telefonano eccitatissimi, c’è Franca Rame, con la solita voce da moribonda: “Marco, era da non so quanti anni che non avevo un orgasmo…”. Alle due del mattino, mi chiama Freccero con voce cavernosa e vagamente cospiratoria: “Ho riacceso ora il cellulare che avevo spento all’inizio di ‘Satyricon’. Meglio che non ti dica chi mi ha lasciato messaggi sulla segreteria telefonica e cosa ha lasciato detto…”. Freccero e Zaccaria (che non sapeva nulla della mia intervista) difenderanno a spada tratta la libertà di “Satyricon”. E pagheranno prezzi altissimi per averlo fatto. Così come Franza Di Rosa, la regista, che verrà letteralmente ostracizzata dalla Rai. Quella sera   Bruno Vespa, sempre molto informato sul ménage di casa Berlusconi, in uno dei suoi libri-marchetta – il Cavaliere è nella sua villa di Macherio, appena rientrato dopo una riunione ad Arcore. 

Un suo vecchio collaboratore lo chiama al telefono: “Dottore, guardi Raidue”. “Accesi e vidi quello spettacolo che ci portava ai limiti della convivenza democratica”, piagnucolerà il Cavaliere sulla spalla del fido Bruno, che troverà disdicevole l’assenza di “contraddittorio” a “Satyricon”, lui che da anni lascia parlare Berlusconi per due o tre ore a sera in beata solitudine.    Quel “Satyricon” lo vede una media di 2 milioni 332 mila telespettatori: data l’ora, un esercito, pari a uno share del 16,92 per cento (contro   il 15,66 della settimana precedente). Ma la mia intervista parte sotto i 3 milioni e finisce con un picco di 3 milioni e mezzo. L’indomani si scatena il putiferio. Nei Palazzi della politica e dell’informazione non si parla d’altro. Berlusconi parte   per Roma all’alba e alle 9 già incontra il suo portavoce Paolo Bonaiuti nella reggia-ufficio di via del Plebiscito. Chiama Fini e Bossi, trovandoli – riferisce sempre Vespa – “entrambi indignati. Il Senatùr in particolare usò espressioni più forti dello stesso Berlusconi”. (...) Il Cavaliere riunisce a pranzo il consiglio di guerra: Casini, Letta, Bonaiuti, Buttiglione, Pisanu, La Loggia, Scajola e Tremonti. Casini lancia l’idea che gli uomini della Cdl disertino i programmi della Rai. 

Tutti accettano entusiasti l’Aventino (un paio di giorni, non di più). Poi, mentre Landolfi si appella nientemeno che al capo dello Stato e Francesco Cossiga parla di “crimine politico alla Rai”, Berlusconi incontra con Pisanu il presidente della Camera Violante. Annuncia azioni legali pesantissime, manipolando a suo piacimento le cose scritte nel libro e dette a “Satyricon”: “Davanti all’accusa di essere tra i mandanti occulti delle stragi di Capaci, di via d’Amelio, degli Uffizi, non mi abbasso a rispondere. Dovranno invece renderne conto l’autore del libercolo, il conduttore della trasmissione e   i vertici della Rai”. Berlusconi e i suoi cari presenteranno otto denunce in altrettante cause civili per 140 miliardi di lire di danni. E le perderanno tutte e otto.

 

 

  L’intervista di Daniele Luttazzi a Marco Travaglio durante la trasmissione “Satyricon” (FOTO ANSA)



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Non criticatemi, cerco soltanto di passare il tempo e, mostrare il mio "indirizzo" politico (politica, la cosa più sporca che esista al Mondo).
Masaghepensu (Ma se ci penso)

appello fini travaglio


Lino Giusti,Luigi Morsello,Daniela,Botolo,Ramona,Andrea Camporese,Tapelon,Farfallaleggera,

Masaghepensu

Masaghepensu
Non più giovane ma non (ancora)decrepito, sono soddisfatto della mia Vita e non domando altro

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