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venerdì 6 novembre 2009

CLANDESTINITÀ: I NOSTRI EMIGRANTI NON SONO IN PARADISO......


17-07-2009



La lettera di Giovanni Furlanetto è arrivata da Stoccarda sette giorni fa. Resta il documento di una speranza delusa, segno di una civiltà sociale perduta. “Non riesco a capire come il parlamento italiano possa approvare una legge che punisce la clandestinità quando decine di migliaia di italiani hanno attraversato clandestinamente le frontiere per sfamare le famiglie. Io sono nato in Germania, ma mio padre ha lasciato la provincia di Treviso nel 1947. Nessun lavoro, nessuna speranza. E’ entrato clandestinamente in Francia camminando da Aosta ad Argentière. Su queste carovane clandestine hanno fatto anche un film con Raf Vallone: “Il cammino della speranza”. 

In Francia mio padre era solo ‘macaronì’, costruiva strade o rompeva pietre come uno schiavo. A piedi ha risalito la Francia per passare in Germania dove ha trovato lavoro attorno ad Amburgo: imbianchino sempre senza documenti. Quando lo ricordava non riusciva a non piangere. Io sono nato ed ho studiato in Germania con la sicurezza di essere cittadino italiano e cittadino europeo, ma con la memoria dei racconti ascoltati e che continuo ad ascoltare. Perché la clandestinità non è finita. Spero che il Capo dello Stato non firmi una legge mostruosa votata senza la possibilità d’essere discussa in parlamento. Spero che la sua coscienza si ribelli a chi vuol cancellare la memoria dimenticando il dolore dei padri, dei nonni ma anche degli italiani che oggi vanno in America per un viaggio turistico e non tornano più e si fanno vivi nei consolati solo quando non possono farne a meno. Lavoro nero anche se siamo bianchi…
 

Il presidente Napolitano ha firmato chiedendo alla Corte Costituzionale di verificare se la legge è in sintonia con la magna carta che regola la vita del paese.
“Noi italiani all’estero ci sentiamo offesi dal reato di immigrazione clandestina così come è stato disegnato dal ministro Maroni. Noi che abbiamo dovuto lottare contro la xenofobia…”, protesta di Giacomo Canepa, Lima, Peru. Non dimentica la diffidenza che ha accompagnato l’arrivo di milioni di nostri migranti in ogni terra straniera. Considerati diversi, sporchi, ignoranti: braccia e non uomini. Quando la schiavitù è stata abolita nel Brasile fine Ottocento, veneti, lombardi, piemontesi, siciliani e calabresi ne hanno preso il posto con pochi diritti, dodici ore di lavoro al giorno e un’emarginazione sociale talmente profonda da suscitare la disperazione raccolta nelle lettere pubblicate da Franzina nel libro “Merica, Merica”, editore Feltrinelli. Abbandonati dai governi regi, attraversavano mari e confini d’Europa col “passaporto rosso” dopo aver firmato un documento col quale si impegnavano a non tornare mai più. Il monumento nella piazza di Nova Milano, stato di Rio Grande do Sul, Brasile, rappresenta la loro disperazione. Riproduce nel bronzo i tre passaporti rossi di milanesi condannati a vivere e morire “fra serpenti e padroni a cavallo”.
 

Giacomo Canepa è consigliere a Lima del Comitato Tricolore degli italiani all’estero: non sopporta la legge sulla clandestinità disegnata dal ministro Maroni e affida la speranza di un “no” all’ex ministro Mirko Tremaglia (ex ragazzo di Salò, fra i fondatori del Msi) deputato di Berlusconi ma in polemica col suo governo interpretando la costernazione di milioni di italiani sparsi in Europa, Australia e nelle due americhe. Nessuno nasce clandestino. La fame e lo sfruttamento dei signori dell’economia ha umiliato generazioni obbligate a scelte che ne avviliscono la dignità: piegare la testa davanti ai padroni di casa o, per scalare le ambizioni, imitarne la ferocia e il razzismo per diventare finalmente bianchi ed aspirare ad un potere politico e militare la cui cultura esibisce lo stesso tipo di razzismo dal quale cercano di affrancarsi. Ieri in Argentina, oggi in Honduras, dittatore che arriva da Bergamo Alta. Obiettivo: tenere a bada i poveri che sono matti, rompipalle, pericolosi soprattutto se vengono d’altrove e parlano un’altra lingua. L’italiano, per esempio.
 

Non è solo quell’America lontana- vicina: nel 1979 e nel 1984 la Svizzera razionale, è attraversata da due referendum anti stranieri, ma gli italiani erano maggioranza, quindi referendum anti italiano. Il dottor Schwarzenbach, intellettuale coltivato e Valentino Ohen che accendeva i comizi parlando schweizerdeutch, dialetto incomprensibile, invitavano gli elettori a salvare “la casa di Guegliemo Tell” buttando fuori gli orribili invasori che “si arrampicavano risalendo dal Mediterraneo”. Che bevevano vino, non avevano la doccia, insidiavano le donne; rumorosi, ignoranti, impresentabili, soprattutto cattolici, grave pericolo per la pace dei cantoni calvinisti. Referendum bocciati, ma ancora nel 1994, un fornaio romano al lavoro a Berna nascondeva i bambini in un controsoffitto dal quale scendevano solo quando padre e madre tornavano dalla bottega. Piccoli clandestini che i regolamenti della polizia accompagnavano al confine se i vicini di casa facevano la spia.
 

Erano bianchi gli italiani di Marcinelle, finiti nelle miniere del Belgo appena la guerra è finita? L’Italia non sapeva come far girare le fabbriche: per ogni minatore siciliano o friulano il Belgio riconosceva al governo di Roma un quintale di carbone. La nostra ripresa industriale è cominciata sulle spalle di chi scavava quel carbone nelle gole non sicure dove nessun belga aveva voglia di scendere. E un giorno Marcinelle è scoppiata: quelle bare in fila davanti all’ingresso della miniera.
Italiani considerati infidi per le rabbie che non sempre riuscivamo a soffocare. Piccoli leader sindacali, perfino i preti che accompagnavano la migrazione, spiati giorno e notte. Leonardo Zanier ha guidato per vent’anni le Colonie Libere di Zurigo. Patronato di assistenza, laboratorio di idee e speranze, lezioni di tedesco per chi parlava male l’italiano. Zanier ormai fa il poeta e l’architetto e nel ‘98 ha comprato il suo dossier segreto messo in vendita dalla polizia segreta: anziché bruciare trent’anni di pedinamenti, con l’accortezza di chi sa fare i conti, Berna ha offerto ad ogni spiato speciale di rileggere la propria vita raccontata dagli occhi dei questurini. Zanier ha portato a casa cinque scatoloni di fogli. E si è commosso. Quanti ricordi perduti. A cena con una ragazza svizzera sospettata di “complicità“. Ne aveva dimenticato il nome e la polizia glielo ha ricordato. E poi quando ha alzato la voce a un dibattito sull’emigrazione o il giorno che ha preso un treno per il Ticino con una valigia così gonfia da suscitare l’attenzione del piedi piatti che lo seguiva: “Cosa mai trasporterà?”.
 

Le Colonie Libere in Svizzera, sindacati in Germania e i partiti italiani che si riproducono nelle americhe latine testimoniano un legame che è impossibile tagliare. Ma Roma fa fatica ad accorgersene. Identità difesa con ricordi e con la lingua dove è stato possibile salvarla. Non si è salvata in Brasile. Nel 1938 “Il Fanfulla” (scritto in italiano) era il secondo giornale di San Paolo, migliaia di lettori lo compravano ogni mattina. Poi la guerra. Brasile alleato a Stati Uniti ed Inghilterra e l’Italia di Mussolini diventa il nemico. Via l’italiano dalle scuole, giornali chiusi e una generazione perde le parole e non le ritrova più. Nei libroni dei telefoni di San Paolo, metà nomi restano italiani, ma quasi nessuno parla la lingua dei nonni e dei padri.
 

La rete dei consolati ha riannodato le memorie del passato e le crisi economiche che hanno travolto nazioni per metà italiane come l’Argentina. Modesti avamposti di una patria che vuol perdere la memoria, funzionano fra sprechi politici e ristrettezze amministrative. Salvagente estremi nei giorni difficili: riemergono le radici quando i consolati di Santiago Cile, Buenos Aires, Montevideo e Caracas diventano l’ultimo appiglio al quale si sono aggrappati immigrati di terza generazione durante i colpi di stato e le dittature militari. Giovani diplomatici coraggiosi hanno rischiato la vita per aiutare a scappare cognomi italiani: Enrico Calamai a Buenos Aires è il console che sfida l’ignavia dell’ambasciata e le benedizioni ai militari dei vescovi e del nunzio apostolico Pio Laghi. Alla fine lo mandano via. Un altro giovane diplomatico firma nel Cile di Pinochet riconoscimenti di lontana italianità accompagnando personalmente all’aeroporto chi trema con la sua macchina di diplomatico chi trema. Deve far la valigia, persona sgradita. Oggi Roberto Toscano è ambasciatore in India. 

Quando crollano le economie dei paesi ex felici, nipoti e pronipoti di italiani si ammucchiano in file di chilometri davanti ai nostri consolati: documenti di nonni spariti da mezzo secolo e tante domande alle quali non sanno rispondere. In che regione e in che città è nata la nonna? La Liga Veneta apre a Porto Alegre un ufficio per aiutare la ricostruzione della discendenza e piantare oltremare la bandiera dell’egoismo strapaese. Nasce la Liga brasiliana, sede il ristorante “Quel massolin de’ fiori”. A Pordenone e a Treviso si sfogliano gli archivi; qualche nonno salta fuori, una tessera in più nelle truppe di Bossi. La memoria non rinasce solo nella speranza del passaporto che apre le porte d’Europa. La memoria dei piccoli bianchi italiani a volte è radicata in chi vorrebbe che i figli parlassero la lingua di casa. A Sacramento, capitale della California, il dottor John Adamo organizza corsi di italiano nel liceo dove studia il suo ragazzo. Pagano i padri per il piacere di far crescere i figli nella cultura della patria perduta. Ma quando si rivolgono al consolato generale di San Francisco per chiedere l’aiuto di libri “moderni” – Umberto Eco, Italo Calvino, le poesie di Montale e Bertolucci – il consolato risponde dopo tre anni di solleciti con un pacco di fumetti. Italiani, naturalmente. Il dottor Adamo si rivolge al Corriere della Sera. Il Corriere lancia l’appello. Dopo tre mesi Adamo torna a farsi vivo pregando di pubblicare il ringraziamento ma anche l’invito a non spedire più niente. Era successo che le Ong italiane impegnate contro la fame in Africa, avevano invitato benefattori anonimi ad aiutare i “poveri ragazzi” italo-americani inviando vecchi libri nella California dei sogni che non riuscivano a diventare sogni italiani. Una fame diversa, ma sempre fame di qualcosa che manca. “Abbiamo ricevuto tre container di volumi. Non sappiamo dover metterli. Per il momento basta”. Adamo ringraziava così.
 

Il passato dei piccoli bianchi raggiunge il presente con i tagli che il sottosegretario agli esteri Mantica (nelle lettere si promuove vice ministro) annuncia ai diseredati una catastrofe sociale con la gioiosità di chi sa come tenere a bada i polli. Gli italiani lontani si arrangino. Torna il passaporto rosso.
Succede mentre B sorrideva agli specchi del G8 e marce di protesta attraversavano Francoforte e Norimberga. Cartelli con domande alle quali i giornali tedeschi rispondono, ma che l’informazione italiana trascura: “Qualcuno spiega a Berlusconi cosa sta facendo il sottosegretario Mantica?”
Il sindaco di Saarbruchen, Charlotte Britz, accoglie centinaia di delegati italiani e deputati tedeschi, Cdu e socialisti. In prima fila sindaco di Norimberga e parlamentari bavaresi per dar man forte a chi non sopporta la decisione della Farnesina: chiudere i consolati di Mannheim, Saarbruchen e Norimberga. “Razionalizzazione e risparmio di risorse”. In trincea il Comitato Tricolore (ex Msi) di Stoccarda. Angoscia che si allarga all’Europa dell’emigrazione. In Belgio spariscono i consolati che hanno accompagnato nelle miniere le valigie della speranza: Genk e Liegi. Spariscono Lilla e Mullhouse, Francia; Brisbane e Adelaide, Australia; Detroit e Filadelfia, Stati Uniti. E l’onorevole Tremaglia, padre della legge che ha aperto al voto 3 milioni e mezzo di veneti e calabresi fuori casa per sfamare il lunario; Tremaglia, si scatena. Anni fa non era riuscito a trattenere l’indignazione contro il suo presidente del consiglio che non voleva far eleggere 6 senatori e 12 deputati nei paesi dove non arrivano le sue televisioni: “Piduista ed egoista”. Adesso fa i conti: “Filadelfia è uno degli epicentri del nord America, il più importante dopo New York. Interessi economici, scientifici, migliaia di italiani impegnati nella ricerca, università e ospedali; italiani che curano i servizi di Boering, Alitalia; operatori italiani alla guida di 250 imprese e la flotta commerciale che usa il porto di Filadelfia per lo sbarco e la distribuzione dei nostri prodotti. Abbandonarli un errore imperdonabile”. 


Di Bernardini, console di Friburgo, fa capire al Corriere d’Italia come i suoi uffici siano con l’acqua alla gola ancor prima dei tagli: 12 impiegati (due in congedo per maternità) seguono 45 mila immigrati, città come Mantova. Ogni dipendente accompagna 3750 persone, carte di matrimonio, divorzi, battesimi, pensioni, funerali, rimpatri senza contare che qualcuno va in galera. E quel voto in certi posti chiacchierato. Voto appaltato a privati con traffichini che bussano alle porte degli elettori. Promettono meraviglie in cambio della scheda. Un amico racconta a Bogotà: “Quando arrivo al seggio scopro che qualcuno ha già votato per me”. Organizzare le elezioni degli italiani all’estero non è semplice soprattutto nel continente latino dove gli spazi sono enormi. Schede che arrivano in ritardo o non arrivano, non importa se posta privata o pubblica. Indirizzi non sempre aggiornati. Serietà del voto non facile. E gli imbrogli galoppano. Esempio clamoroso. Al senato di Roma da un anno siede Esteban Juan Caselli, eletto a Buenos Aires. Berlusconi lo ha scelto e fatto votare anche se la gente comune, lontana dai grandi affari, non lo aveva mai sentito nominare. Un trionfo incredibile e una biografia complicata. Caselli, detto il Vescovo, è Gentiluomo di Sua Santità (assieme a Gianni Letta) e ambasciatore in Perù dell’Ordine di Malta. Cresciuto nelle pieghe della dittatura all’ombra del cardinale Raul Francisco Primatesta accusato di aver appoggiato il governo militare (30mila morti), al ritorno della democrazia riappare al fianco del presidente Menem: segretario del dipartimento del Culto e ambasciatore in Vaticano. Alla corte di Menem cerca la protezione di Alfredo Yabran, principe degli affari del presidente: Menem ancora va e viene dai tribunali per la vendita di armi proibite alla Croazia durante la guerra che ha distrutto la Jugoslavia. Candidato per il Popolo della Libertà, Caselli misteriosamente stravince battendo il senatore Pallaro, favoritissimo. Il quale Pallaro denuncia “l’apparizione improvvisa di mille schede compilate con la stessa calligrafia, tutte favorevoli a Caselli”.
 

Insomma, consolati da rafforzare per rendere credibile un diritto sospirato per anni. Invece il governo taglia. Ma il consolato – ripetono dalla Germania a Filadelfia – non appartiene al governo, appartiene allo stato e lo stato siamo noi. Voci umiliate, sinistra e a destra non importa: “Berlusconi rischia di passare alla storia come nemico degli italiani all’estero”. Malgrado le favole del G8 la nostra classe emigrante non va in paradiso. Come cinquant’anni fa. Ma Berlusconi ha troppi impegni e non lo sa. (da: Domani)

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Berlusconi, capo di un governo mafioso, piccolo Duce ma di grande presopopea, distrugge quel poco di pulito e sano che, dal "menefreghismo" italico, ancora si era salvato. E..viene votato da poco più, ma sempre troppo, degli italiani. Non so se tutta questa gente sia davvero consapevole del loro atto, io sono portato a pensare ad enormi truffe elettorali. Credo che, il suo grande amico Bush gli sia stato maestro illuminato.
Nell'articolo che spero abbiate letto, noi italiani all'Estero risultammo nulla di nulla, in modo particolare dopo le Elezioni che, con il nostro contributo, fecero perdere la vittoria il mini Napoleone italiota. Alle prossime Elezioni vorrà dire chiederemo l'appoggio di "Osservatori" appartenenti  alla Comunità Europea. Sarebbe una soluzione per proteggersi da eventuali nuovi brogli elettorali.....
  Masaghepensu
(Ma se ci penso)


mercoledì 4 novembre 2009

L'imprenditur.....

3 Novembre 2009

euro_mazzette.jpg
Il Presidente del Consiglio è al tramonto ma è ancora sorretto da un enorme apparato clientelare e da un sistema d’informazione, proprietaria o controllata, ancora molto influente.
Forte delle sue trascorse gesta imprenditoriali, compiute grazie a tre televisioni regalategli dai governi passati per quasi trent’anni, oggi, il suo impero finanziario vive 'intubato' dai finanziamenti pubblici all'editoria (Mondadori) e dalle concessioni praticamente gratuite delle frequenze televisive (Mediaset).
Sul fronte pubblico il Paese in piena crisi economica richiede molte energie e dedizione.
Lo schiacciamento tra istituzioni e interessi privati produce un effetto intollerabile: il fatto che il Presidente del Consiglio si pronunci solo sulle vicende personali e sulla giustizia e mai sui problemi del Paese.
Per la sua maggioranza forse è meglio così visto che quando se ne occupa, come per l’Irap o il contratto a tempo indeterminato, si sfiora la crisi di governo.

Non basta. A pesare non è solo “di cosa” lui parli ma sono anche gli interlocutori che sceglie esclusivamente tra programmi accomodanti e giornali di famiglia.
Venga piuttosto a riferire ai cittadini, la cui rappresentanza siede in Parlamento, o, se vuole, scenda nelle strade (e non dall’elicottero) per spiegare direttamente a loro la sua strategia politica.
E’ vero, lei non è ricattabile perché ha così tanti mezzi, tra denaro, commesse pubbliche e consigli d’amministrazione da poter far fronte a qualsiasi ricatto le possa presentarsi.
Non le rimane che l’imbarazzo della scelta su come transare cosa, questa, che la trasforma da ricattato in ricattatore.
Così è stato per Mills e così per le mazzette alla Guardia di Finanza negli anni 90 quando si indagava sulle aziende di famiglia. Però, ogni tanto, il suo “ufficio gestione ricatti” perde una pratica e allora scoppia il putiferio. E’ accaduto con una escort di nome Patrizia D’Addario, alla quale aveva aperto le porte per una candidatura alle regionali in Puglia, e alla quale si aggiunse poi un elenco di altre 30 colleghe (Tarantini dixit), ed il risultato è stato devastante: lo sputtanamento globale dell’Italia.
Accadde anche per la questione CIR perché, evidentemente, nel processo per la Mondadori ha dimenticato di corrompere qualche altra pedina oltre Metta, Acampora, Pacifico, Previti e, per una volta almeno, questa svista forse la pagherà di tasca sua. E non venga a piangere per il fatto che la cifra di 750 milioni di euro è un'ipotesi così assurda che non riesco a prenderla in considerazione” affermando che “tutta la partecipazione Fininvest in Mondadori vale 432,8 milioni di euro”. Lei trascura volutamente alcune banali considerazioni: quanti soldi (anche pubblici) e quali vantaggi politici le ha portato dal 1991 ad oggi la Mondadori?
Ora le viene semplicemente richiesto di restituire al legittimo proprietario tutti i vantaggi che ha ottenuto ingiustamente negli anni. Anche se ora la sua Mondadori non vale un granché, ma anche questo è merito suo.

Stupendosi per questi 750 milioni di euro non vorrà dimostrare, come imprenditore, di valere meno di quanto non valga economicamente il suo Milan?
Postato da Antonio Di Pietro in | Iscriviti
Commenti (54)

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Ma quale imprenditore..del cavolo, è soltanto uno che, con l'appoggio di chi, non si sa ancora bene chi sia, è riuscito a far palanche a palate e, con queste si è comperato gente che, senza fare troppe domande, si è messa a suo servizio...e fare cose che, sarebbe stato deleterio e anche pericoloso, per il Berlusconi, esporsi di prima persona. È soltanto un tizio qualsiasi che si è trovato a svolgere un ben retributo Job....Per il resto, a parte la gran mole di danaro che possiede (come ci sia riuscito ancor non si sa) è riuscito a cacciarsi nel casino più assoluto. E ora che fa? Annaspa per sopravvivere e, con "lui", tutti i suoi accoliti.........Dovrebbero aver paura tutti, per le mascalzonate che hanno commesso in tutti gli anni passati e, ancor oggi. Il giorno della "verità" giungerà" certamente "prima o poi" meglio certamente prima, molto prima....dunque attendiamo che....l' imprenditur transiti..... 
  Masaghepensu
(Ma se ci penso)  

lunedì 2 novembre 2009

State lontani dal Premio Borsellino ....


Il 19 luglio 1992 è morto un uomo. Ne muoiono tanti, tutti i giorni, chi di vecchiaia, chi per una tragica fatalità, chi di tumore. Questo uomo è morto di onestà.
 Era uno di quegli uomini che non hanno vie di mezzo. Quelli che tra un uovo oggi o una gallina domani scelgono il pesce. Uno che dava colpi al cerchio oppure li dava alla botte, e la botte doveva restare piena, che di mogli ubriache ce ne erano fin troppe. Era un uomo che chiacchierava poco. Alla fine, quando seppe che il tritolo era arrivato, chiacchierava ancor meno, specialmente con Fiammetta, sua figlia, perché si abituasse a non rivederlo mai più. Paolo Borsellino non era un uomo che amava il compromesso, neppure quando fu il momento di scegliere se vivere o morire.
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domenica 1 novembre 2009

Un progetto eversivo su giustizia e informazione. Tutti insieme per gli articoli 21 e 101 della Costituzione........


Articolo 21 - INTERNI
 



di Giuseppe Giulietti

Un progetto eversivo su giustizia e informazione. Tutti insieme per gli articoli 21 e 101 della Costituzione

Lo scorso 3 ottobre ci siamo ritrovati in tanti a piazza del popolo per difendere l’art.21 della Costituzione. Ora, con grande evidenza, ad essere minacciato è anche l’art. 101 che sancisce l'autonomia dei giudici. Ad essere è in discussione è la tradizionale divisione dei poteri: quello che è stato detto da Berlusconi a Ballarò sulla funzione della giustizia e dell'informazione rivela chiaramente la volontà di instaurare una repubblica presidenziale a reti unificate, accompagnata da un  avvilimento e una riduzione del ruolo e della funzione dei poteri di controllo. Si tratta di un progetto tecnicamente e politicamente eversivo e che si pone fuori dalla legalità repubblicana e costituzionale. Per queste ragioni Art.21 rivolge un appello e promuoverà un incontro con tutte le forze politiche, associative e sindacali che vorranno condividere con noi il progetto di una grande manifestazione unitaria che metta insieme milioni di cittadini in difesa dei valori costituzionali minacciati.
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Quando sarà querelato per "atti" eversivi contro la Costituzione dello Stato Italiano..?
Sarebbe tempo ormai, non credete..?
   Masaghepensu
 (Ma se ci penso)


Dittatura Si o NO

Dittocrazia

Berlusconi Dittatore

 Berlusconi a Vespa: "Ho ancora fiducia nell'esistenza di magistrati seri che pronunciano sentenze serie, basate sui fatti. Se ci fosse una condanna in processi come questi, saremmo di fronte a un tale sovvertimento della verità che a maggior ragione sentirei il dovere di resistere al mio posto per difendere la democrazia e lo stato di diritto"

Traducendo: se mi assolvono, resto; se mi condannano, resto CLICCA E VOTA: rispondi al sondaggio
Berlusconi resta, sia da assolto che da condannato. A quale forma di governo si avvicina di più?(polls)


 



martedì 27 ottobre 2009

Scajola contestato da dipendente Atitech....

Vivace battibecco

Il ministro si era recato nello stabilimento per l'accordo di salvataggio. All'uscita il duro scambio di battute

Il ministro Scajola

Il ministro Scajola

  • NOTIZIE CORRELATE
  • Il piano Atitech
  • L'accordo che piace a Cisl e Cgil
  • NAPOLI - Vivace battibecco tra il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola e un dipendente dell’Atitech, azienda che gravitava nel gruppo Alitalia, che lo attendeva all’uscita dallo stabilimento dove il ministro si è recato in visita per illustrare i termini dell’accordo che ne ha evitato il fallimento. Scajola si stava intrattenendo con alcuni operai quando è stato contestato da uno di questi. «Tanto sappiamo come finisce - ha inveito il dipendente - che voi politici vi arricchite e che gli imprenditori si arricchiscono». «Perchè generalizza?», è stata risposta del ministro.- «Perchè tutti? È come se io dicessi che sono tutti stronzi come lei. Ma non lo dirò».
  • LE TENSIONI - Atitech è reduce da una lunga e tormentata trattativa. L'accordo prevede che dei 653 lavoratori del polo di Napoli Capodichino, 360 saranno assunti allo start up, cioè all’avvio dell’attività della nuova società acquirente, la Newco Manutenzioni Aeronautiche (Meridie al 75%, la Nuova Alitalia al 15% e Finmeccanica al 10%) e a regime, nel 2014, saranno 500 i lavoratori impiegati. Quindi, 140 circa andranno in cassa integrazione dal gennaio 2011. Altri 60 lavoratori, secondo la bozza, saranno assorbiti da Finmeccanica attraverso la controllata Alenia Aeronautica e 70 andranno in prepensionamento nell’arco dei sette anni degli ammortizzatori sociali. Un accordo «oneroso» che ha lasciato strascichi e tensioni ancora vive.

A NOLA - Poco prima il ministro si era recato a Nola, in provincia di Napoli, dove ha presenziato alla posa della prima pietra delle officine di manutenzione di Ntv, il Nuovo trasporto viaggiatori, prima società privata italiana di trasporto passeggeri sulle linee ferroviarie Alta velocità. «È creando le infrastrutture che si creano le condizioni di sviluppo», ha detto Scajola nel corso del suo intervento. Fondamentale, poi, anche la lotta alla criminalità organizzata. «Bisogna costruire le condizioni affinchè le imprese possano investire e da questo punto di vista la lotta alla criminalità è fondamentale - ha aggiunto - Non è mai sufficiente il ringraziamento alle forze dell’ordine per quanto fanno». Un'ora dopo è scattata la contestazione.

27 ottobre 2009

lunedì 26 ottobre 2009

Mediaset e i terroristi dell'etere...(voglioscendere)

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Vignetta di Bandanax

Per giorni, su il "Fatto Quotidiano", avevamo scritto che i media del Cavaliere si stavano preparando a dare una lezione a Raimondo Mesiano, il giudice "colpevole" di aver quantificato in 750 milioni di euro il danno subito dalla Cir di Carlo De Benedetti in seguito alla corruzione, da parte degli avvocati Fininvest, del giudice di Roma, Vittorio Metta, uno dei tre magistrati che, nel 1991, con una loro sentenza regalarono la Mondadori a Silvio Berlusconi.

Tra ieri e oggi la punizione è arrivata. "Il Giornale", in spregio a tutte le regole deontologiche, ha utilizzato una testimonianza anonima per tentare di dimostrare che Meisano era un pericoloso sostenitore di Romano Prodi. Canale 5, in una trasmissione della mattina cui sono soliti collaborare il direttore di "Chi", Alfonso Signorini, e i suoi cronisti, ha invece trasmesso delle immagini del magistrato riprese con telecamera nascosta. Per due giorni Meisiano è stato infatti costantemente pedinato.

Poco importa che lo scandalo annunciato dal premier-padrone Berlusconi ("su di lui ne vedremo delle belle" aveva detto) non sia esploso perché, evidentemente, su questo magistrato non vi era nulla da raccontare. Berlusconi, infatti, ha vinto lo stesso. Ha lanciato un messaggio preciso: d'ora in poi utilizzerò apertamente non solo i miei giornali, ma anche le mie televisioni, per tentare di distruggere chiunque intralcia il mio cammino. Insomma si colpisce Mesiano, per educarne altri cento.

Si tratta di un metodo tra il terroristico e il mafioso. I giornalisti che partecipano a questo gioco si chiamano complici e non sono semplici dipendenti del Cavaliere che piegano la schiena per salvare la carriera o il posto di lavoro. E complice è pure chi fa finta che tutto questo sia normale. Mentre "Il fatto" raccontava come si stesse preparando la trappola e ricordava le agghiaccianti minacce del capo del governo, quasi tutti tacevano. L'Associazione nazionale magistrati, come buona parte dell'opposizione, ha avuto bisogno di attendere che l'agguato fosse compiuto, prima d'intervenire. Il timore, come sempre, era quello di alzare i toni, d'infilarsi nella rissa. Ma, contro il terrorismo e la mafia ci vuole fermezza e coraggio. Se qualcuno ancora ce l'ha è venuto il tempo che lo dimostri.

(Vignetta di bandanax)

domenica 25 ottobre 2009

Solidarietà al giudice Gabriella Nuzzi

25 Ottobre 2009

Solidarietà al giudice Gabriella Nuzzi

nuzzi_gabriella.jpg

Oggi su Il Fatto Quotidiano, a pagina 18, trovate pubblicata una lettera del giudice Gabriella Nuzzi che riporto qui sotto.
Il giudice Nuzzi è una delle vittime della sezione disciplinare del Csm che dispose la sospensione dalle funzioni e dallo stipendio del procuratore di Salerno Luigi Apicella e il trasferimento, appunto, di due giudici Dionigio Verasani e Gabriella Nuzzi, rei di essersi ostinati nella ricerca della verità nei finanziamenti pubblici e dell’Unione Europea alla Calabria.
Le indagini Why Not e Poseidon per capirci, quelle indagini inavvicinabili su cui politica e governo fecero quadrato affinché venissero distolte e sgretolate nel tempo. Le stesse che costrinsero de Magistris ad abbandonare la magistratura e continuare la sua lotta nella politica con Italia dei Valori.

Il giudice Nuzzi ha tutta la mia solidarietà e condivido la visione della realtà di cui lei ed i suoi colleghi furono assolutamente vittime. Uno zelo, il loro, che nella storia è stato scoraggiato con l'utilizzo del tritolo ed ora con un sistema trasversale, più sofisticato e "meno rumoroso", che si serve delle istituzioni.

Testo della lettera di Gabriella Nuzzi su Il Fatto Quotidiano:

Sono nella lista nera. Perché?
Ho osato indagare, nel legittimo esercizio delle mie funzioni, su altri magistrati di Catanzaro.
La scena finalmente si chiude, cala il sipario nero.
Regista e attori tirano un respiro di sollievo.“Giustizia è fatta”. Ma la platea è muta, nessuno plaude. L’epilogo è paradossale, grottesco. Due magistrati della Procura di Salerno sono stati severamente puniti dalla sezione disciplinare del Csm. Esautorati delle loro funzioni inquirenti, allontanati dalla sede in cui le esercitano. Cassato un pezzo di vita professionale. Ore, giorni, mesi dedicati, in silenzio, con scrupolo, a studiare carte, leggi, sentenze; a scrivere, indagare,nel tentativo di amministrare una Giustizia eguale per tutti. Tempo sprecato. I giudici disciplinari, che non avevano mai fatto mistero del proprio convincimento e chiaramente interessati al celere seppellimento della vicenda, possono finalmente veder consacrato il proprio verdetto.
Sono ufficialmente nella lista nera dei “cattivi magistrati”.
Perché, nel legittimo esercizio delle mie funzioni, ho osato indagare su altri magistrati di Catanzaro
per gravi delitti di corruzione in atti giudiziari, abuso d’ufficio, falso ideologico,omissione in atti d’ufficio, favoreggiamento, calunnia e così via, connessi all’illegale sottrazione al pm titolare Luigi de Magistris delle inchieste Poseidone e Why Not e alla loro successiva disintegrazione.
Ho osato, com’era mio obbligo, sequestrare atti e documenti processuali integranti il “corpo” di quei reati. Ho osato perquisire abitazioni e uffici dei magistrati indagati, per ricercare tracce e cose pertinenti ai reati, necessarie al loro accertamento.
Ho osato raccogliere e riscontrare minuziosamente decine e decine di denunce del pm a cui le inchieste erano state sottratte, reo anche lui di aver scoperto il sistema di illecite cointeressenze che domina la gestione del denaro pubblico. Ho osato fare i nomi e i cognomi dei presunti appartenenti e favoreggiatori di quel sistema. Ho osato volere a tutti i costi applicare la legge, senza capire, assai imprudentemente, che nel mio “m e s t i e re ” il principio costituzionale dell’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge non vale sempre e per tutti. Esiste un superiore principio non scritto, di ordine deontologico: quello dell’ ”opportunità”.
Avrei dovuto chiedermi (e non l’ho fatto): è proprio opportuno indagare il magistrato Tizio, il politico Caio, l’i m p re n d i t o re Sempronio, il faccendiere Mevio? E’ proprio necessario perquisirne abitazioni e uffici, sequestrare carte e documenti? La risposta è variabile, dipende dalle circostanze. A volte sì, a volte no. Perché, mi dicono, la diligenza del bravo magistrato si misura sulla sua prontezza di riflessi, sulla velocità nell’intuire quando è il caso di agire e quando no; sulla sua capacità di interpretare i segnali; di ricorrere a diplomazia e compromessi; di attendere che i tempi di indagini lentamente scadano; di saper selezionare e infine archiviare. E la sua correttezza sta nell’evitare di fare i nomi di illustri colleghi, politici e imprenditori: questione di privacy. Merito una lezione. Mai eccedere nel perseguire fini di giustizia! Si spera che io abbia inteso, una volta per tutte. Lo ammetto, ignoravo l’esistenza di tali singolari regole “deontologiche”, ovviamente non scritte. Ma, a essere seri, mi sembra che la vera deontologia non c’entri un bel niente: sarebbe dignitoso per la nostra categoria non tirarla in ballo. Si tratta invece di capire le ragioni vere per cui tre pm di Salerno, doverosamente impegnati a far luce su un devastante sistema di corruzioni e collusioni giudiziarie, siano stati “fatti fuori” con gli strumenti della nuova legge disciplinare, pagando un prezzo altissimo per la loro indipendenza, politica e associativa. Si tratta di capire perché, al di là della vergognosa farsa della “guerra tra Procure ”, gli organi disciplinari stiano consentendo ad altri magistrati, indagati per gravi fatti di corruzione in atti giudiziari e così via, per giunta autori di illecite attività ai danni dei loro indagatori, di continuare impunemente ad amministrare giustizia nei contesti criminosi oggetto delle indagini di Salerno. Quali superiori principi di “deontologia professionale” vigono per costoro? Quale eccezionale criterio di ragionevolezza ha indotto i supremi organi disciplinari a non intervenire anche in questo caso con gli strumenti cautelari? Esistono forse equilibri di poteri - politici, giudiziari, criminali - dapreservare e che non possiamo conoscere? E chi ne sarebbero gli inamovibili garanti? Chi gli “eversori” da punire e cacciare? Esiste forse un modus operandi, diverso da quello del contrasto aperto e diretto al crimine organizzato di ogni livello, che tende, invece, sottobanco, all’accordo e al compromesso e che serve a salvaguardare occulti sistemi di interessi? C’ è uno sfondo, in questa nostra vicenda, che si finge di non vedere; o forse, semplicemente, fa troppo paura guardare. Credo, però, che i cittadini abbiano il diritto di sapere a che gioco stanno giocando gli apparati istituzionali, soprattutto, perché quel gioco baro danneggia la vita di integri servitori dello Stato. Ma occorre anche il coraggio del rinnovamento, anche nella magistratura, con riforme serie che non la rendano inerme, ma autenticamente indipendente sia dai condizionamenti esterni del potere politico o criminale, sia da quelli interni che possono derivare dalla dipendenza psicologica ai meccanismi di nomina, promozione, assegnazione di incarichi extra-giudiziari, o per converso, di disciplina.
La nostra amara vicenda, che segue quelle di tanti altri colleghi dimenticati o ignorati, dimostra quanto basso sia il punto in cui versa l’attuale “autogoverno” e quanto distante sia dai nobili intendimenti dei Padri Costituenti. Un “a u t o governo” totalmente prigioniero delle logiche di appartenenza e spartizione politica e correntizia, anche in spregio al diritto di difesa. E ancor più forte si fa il bisogno di un organo “sindacale” nuovo, in grado di assicurare tutela effettiva ai diritti del magistrato in quanto “pubblico impiegato”, capace di aprirsi ed interloquire con la società civile, senza tesseramenti, condizionamenti politici, ambizioni carrieristiche o di potere. Mi auguro, da buon cattivo magistrato, che l’assordante e granitico silenzio, in cui si è chiuso l’ordine giudiziario riguardo alla vicenda salernitana, serva almeno alla riflessione.

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