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martedì 1 dicembre 2009

SCENDILETTA di Marco Travaglio....

L’elettore del Pd, si sa, è nato per soffrire. Ma non è dato sapere quale peccato mortale, o addirittura originale, debba espiare per meritarsi questo martirio quotidiano. Martedì scorso è costretto a sorbirsi a Ballarò le elucubrazioni di Luciano Violante, responsabile Istituzioni del Pd: i processi a Berlusconi creano un conflitto insanabile fra “democrazia e legalità”, ergo bisogna regalargli uno scudo costituzionale in cambio del ritiro del “processo breve” (così il Cavaliere eviterà di andare a sbattere con l’ennesima legge incostituzionale e godrà di un’impunità a prova di bomba, prevista addirittura in Costituzione). I cinque giorni di silenzio di Bersani fanno ben sperare il povero elettore. Invece domenica, intervistato da Repubblica, Bersani sposa la linea Violante: “Il governo ritiri il provvedimento che cancella i processi e si apra un confronto parlamentare a partire dalla bozza Violante… In quel contesto si possono affrontare anche le questioni del rapporto sistemico tra esecutivo, Parlamento e magistratura. Il problema della magistratura c’è e non ha trovato un punto di equilibrio in tutti questi anni”. La legge è uguale per tutti, un bel guaio, occorre rimediare.   Quanto al NoBDay di sabato, bontà sua, Bersani autorizza “militanti e dirigenti” a partecipare. Magari mascherati da Arlecchino, Brighella e Colombina. Intanto il premier accusa i magistrati di volere la “guerra civile” e Napolitano zittisce i magistrati. Violante, demolito da Barbara Spinelli sulla Stampa, risponde che, “mentre tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”, qualcuno è più uguale degli altri: “Gli eletti alle massime cariche dello Stato possono essere esentati dalla responsabilità penale o, in modo assoluto, per determinati reati, o, a tempo, sino a quando rivestono una carica politica. E’ la prevalenza del principio democratico sul principio di legalità”. Siccome nessuno chiama l’ambulanza per portarlo via, l’elettore comincia a domandarsi che differenza passi fra Pdl e Pd, a parte la elle. La risposta la dà ieri il vicesegretario Pd Enrico Letta al Corriere della Sera. L’organo dell’inciucio, che spende un capitale per reclamizzare la propria indipendenza mentre pubblica editoriali degni del Giornale e del Predellino, chiede per la penna di Sergio Romano una nuova “forma di immunità” per Berlusconi. Le accuse di mafia sembrano (a Sergio e a Silvio) “poco plausibili” e tanto basta: chissenefrega se sono vere o false. Mettiamoci una pietra sopra e lasciamoci governare da un possibile amico della mafia visto che “ha una consistente maggioranza”. Anziché domandare a Romano se gli capiti mai di arrossire mentre scrive certe scempiaggini, il piccolo Letta dice che “il grido d’allarme di Romano è condivisibile” e che “mai le forze politiche sono state tanto vicine a un’intesa sul merito delle riforme” con il noto statista che accusa i giudici di “guerra civile”. Dopodiché il Lettino giura che il Pd si guarda bene dal “cercare scorciatoie per far cadere il governo e liberarsi di un Berlusconi che non è un ‘ingombro’”. Quella è roba da oppositori e lui, modestamente, non lo nacque. Poi spiega che, dopo un colloquio al Quirinale con Bersani e Napolitano, “il Pd non opporrà obiezioni al ricorso al legittimo impedimento”. Anzi, dice Enrico scavalcando lo zio Gianni, “consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo”. Insomma “l’opposizione si attiene a quanto detto dal capo dello Stato”. Notiziona: il Pd delega a Napolitano la guida dell’opposizione e, dopo averlo incontrato, autorizza il premier a fuggire illegalmente dai processi “come ogni imputato” (è noto infatti che ogni imputato, tipo i marocchini imputati di spaccio di hashish, possono sottrarsi alle udienze, impegnati come sono a Dubai o al Consiglio dei ministri). A questo punto ben si comprende la riluttanza dei vertici Pd a partecipare al NoBDay. Gli elettori potrebbero riconoscerli.  

venerdì 13 novembre 2009

Una Regione da sciogliere.......per chi, come mi è successo, avesse perso l'articolo...

Articoli | Redazione Il Fatto Quotidiano


di Marco Travaglio 
Uno s’illude che esista un limite alle fesserie. Poi ascolta Maurizio Lupi e si mette il cuore in pace. L’altra sera l’ubiquo pretino devoto a San Silvio era in pellegrinaggio a Ballarò. Dove gli è toccato difendere pure San Nicola, nel senso di Cosentino, il sottosegretario che sarebbe già in galera se non si fosse rifugiato per tempo in Parlamento e al governo. Il cosiddetto onorevole Lupi strillava: “Non si può parlare del caso Cosentino in tv, tantomeno nel servizio pubblico, in assenza di Cosentino e del suo avvocato”. E l’impavido Floris: “Giusto, qui non si fa cronaca giudiziaria”. Non sia mai che gli scappi una notizia. Scodinzolini non avrebbe saputo dire meglio. Così del caso Cosentino ha parlato solo Lupi, ovviamente per assolvere San Nicola: “Non può essere un camorrista visto che fa parte di un governo e di un partito quotidianamente impegnati nella lotta alle mafie”. E giù la solita sfilza di dati sui beni sequestrati e sui latitanti arrestati, come se a sequestrarli e ad arrestarli fossero il Popolo della libertà e il governo Berlusconi.


Nessuno ha ricordato a questo bel tomo che gli arresti e i sequestri li fanno i magistrati: gli stessi che lui e la sua cricca attaccano ogni giorno come deviati, politicizzati, golpisti, antropologicamente diversi dalla razza umana. Gli stessi che vogliono arrestare Cosentino. Per fortuna, con buona pace di Menzognini e Floris, un po’ di cronaca giudiziaria sopravvive sui giornali e sulla Rete.

Così chi volesse sapere qualcosa delle accuse a Cosentino senza farsele raccontare da Lupi ce la può fare. Basta leggere qualche pagina a caso dell’ordinanza del gip di Napoli per farsi un’idea di cos’è diventata la politica in Campania. Roba da rimpiangere i Gava, detti anche “Fetenzìa”. La regione s’è messa in pari con la Calabria, dove su 50 consiglieri regionali 35 sono inquisiti o condannati. Al confronto la regione Sicilia è un convento di clarisse. Oggi Il Fatto pubblica le pagine gialle degli inquisiti campani di destra, centro e sinistra. Ma si faceva prima con l’elenco dei non indagati. Il governatore Bassolino ha tre procedimenti e un rinvio a giudizio per monnezza e dintorni, con l’accusa di aver truffato la regione che egli stesso rappresenta (è imputato e contemporaneamente parte civile contro se stesso). Infatti il Pd vuole sostituirlo col sindaco di Salerno, De Luca, che di rinvii a giudizio ne ha due. L’ex presidente Pd della provincia di Caserta, De Franciscis, dopo aver dato un appaltone al fratello di un boss casalese, è scappato a Lourdes. La presidente del consiglio regionale Sandra Mastella, imputata per concussione, non può più metter piede in Campania: dovrà convocare il consiglio regionale della Campania fuori dalla Campania, come i governi in esilio in tempo di guerra. Il marito Clemente, eurodeputato ma del centrodestra, è imputato pure lui per concussione. Ed eccoci al Pdl. Cosentino è coordinatore regionale. Il suo vice è Landolfi, indagato per corruzione e truffa “con l’aggravante di aver favorito il clan camorristico La Torre”. Il vicecapogruppo alla Camera Bocchino è indagato per lo scandalo Romeo, assieme al pidino Lusetti e a mezza giunta Iervolino (che almeno qualcuno l’ha mandato a casa). Qualche anno fa, su MicroMega, i pm Ingroia e Scarpinato proposero di allargare alle regioni la legge che consente di sciogliere i comuni infiltrati dalle mafie. Apriti cielo: furono tacciati di golpismo giudiziario. Ora, con le notizie che arrivano dalla Campania, quella proposta appare minimalista. Andrebbe estesa alle regioni e ai comuni infiltrati dalla corruzione. Altro che elezioni: la regione Campania va sciolta e commissariata per cinque anni. Perché la politica s’è infiltrata nella camorra e, a lungo andare, ha finito per corromperla.

da Il Fatto Quotidiano n°44 del 12 novembre 2009
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giovedì 12 novembre 2009

Contatti con i casalesi, alla Camera la richiesta d'arresto per Cosentino....

ITAGLIA.....
di Massimiliano Amato












Fateci arrestare Nicola “’o ’mericano”. La richiesta del gip napoletano Raffaele Piccirillo, inoltrata al Presidente della Camera Gianfranco Fini, rappresenta con ogni probabilità la pietra tombale sulle aspirazioni di Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia con delega al Tesoro, coordinatore campano del Pdl e candidato in pectore del centrodestra alla presidenza della Regione Campania. Concorso esterno in associazione mafiosa: secondo i pm della Procura antimafia di Napoli Alessandro Milita e Giuseppe Narducci, il politico di Casal di Principe avrebbe avuto, dagli esordi nel Psdi a metà anni Ottanta e fino ai giorni nostri, rapporti organici con i clan casalesi di Francesco Schiavone, alias “Sandokan”, e di Ciccio Bidognetti, il famigerato “Cicciotto ’e mezzanotte”, favorendoli nella corsa a importanti appalti pubblici (soprattutto nel settore dei rifiuti) e giovandosi del loro appoggio per gli affari di famiglia, tutti ruotanti intorno all’Aversana Petroli, azienda di commercializzazione di combustibili per autotrazione gestita dai numerosi fratelli del leader del Pdl.

Stando a quanto è trapelato tra le fittissime maglie del segreto istruttorio, l’inchiesta che ha portato alla richiesta di misura cautelare avrebbe un solo indagato: il numero uno del centrodestra in Campania, l’uomo che dopo essersi impadronito di Forza Italia in virtù di un rapporto privilegiato e diretto con Silvio Berlusconi, ha allungato le mani anche sul nuovo partito, stabilendo un asse di ferro con Nicola Landolfi, altro casertano, di estrazione An. Le altre sette posizioni sono state stralciate: sarebbero funzionari e dirigenti dello Stato e politici, a carico dei quali i pm antimafia hanno richiesto l’arresto al Gip Piccirillo. Cinque i pentiti che parlano dei rapporti tra Cosentino e le organizzazioni criminali di Casal di Principe. Il primo è Dario De Simone, killer di fiducia di Bidognetti, che ai magistrati confessa: «Egli stesso (Cosentino, ndr) esplicitamente ci aveva detto di essere a nostra disposizione». È poi il turno di Domenico Frascogna, uomo di fiducia di Sandokan, che rivela l’insospettabile ruolo di “postino” svolto da Cosentino per recapitare pizzini al boss latitante. Carmine Schiavone, cugino del padrino e primo, storico, pentito della mafia casalese, ricostruisce invece i primi passi in politica del sottosegretario, indicandolo come candidato della famiglia alle elezioni comunali di Casal di Principe e alle provinciali.

Tuttavia questa è preistoria: De Simone, Frascogna e Schiavone raccontano fatti che si fermano agli inizi degli anni Novanta. L’indagine da cui è scaturita la richiesta d’arresto, invece, combina dichiarazioni dei pentiti di ultima generazione con gli affari sospetti delle società della famiglia del sottosegretario. Tra febbraio e ottobre 2008, infatti, su Cosentino riprende la “cantata” dei collaboratori. Il fuoco di fila delle accuse riparte da Michele Froncillo, che parla di contatti tra i Casalesi e Cosentino (ma anche altri politici, di destra e di sinistra) «finalizzati a vincere le gare di importanti opere pubbliche».

Ma i segreti più scottanti sono quelli che i pubblici ministeri dell’antimafia raccolgono da Gaetano Vassallo, già “ministro dei rifiuti” dei clan casalesi, l’uomo che, in un ventennio di sversamenti illegali di rifiuti tossici, ha avvelenato le campagne a ridosso tra le province di Napoli e Caserta. Vassallo ricostruisce il ruolo avuto da Cosentino nel consorzio Eco4 di Caserta, gestito dai fratelli Michele e Sergio Orsi. E, in un interrogatorio di un anno fa, raccontando di un incontro a casa del sottosegretario, rivela: «Sugli appalti per i rifiuti Cosentino mi disse che rispondeva solo ai Casalesi».

(L'Unità)

10 novembre 2009
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Questi mafiosi, sempre solidali l'uno con l'altro (per mafia intendo anche includere camorra e n'andragheta,tanto per specificare).
Gli italioti, devono decidersi da che parte stare, con l'Onestà e la Giustizia oppure dal lato dei delinquenti. Non credo, che chi vota PdL, si renda veramente conto del misfatto che commette, ora come ora, il 50% + x degli italiani ha preferito schierarsi dalla parte dei mafiosi, dei truffatori e degli evasori fiscali....nonchè utizzatori finali..e puttanieri. Buon pro.....

 Masaghepensu
(Ma se ci penso) 



martedì 10 novembre 2009

Lo stalliere del Pd di Marco Travaglio

101
commenti


Vignetta di Fifo

Il Fatto Quotidiano, 10 novembre 2009


Domenica abbiamo domandato in prima pagina al “nuovo” Pd di Bersani se “discuterà della moralità dei candidati”. Il “nuovo” Pd di Bersani ha subito raccolto l’appello. Infatti, nella “nuova” Direzione, fa il suo trionfale ingresso il senatore Nino Papania da Alcamo (Trapani), ex Margherita. Lo stesso a cui hanno appena arrestato l’autista-giardiniere-factotum per mafia. Lo stesso che nel 2002 ha patteggiato a Palermo 2 mesi e 20 giorni di reclusione per abuso d’ufficio: era indagato per aver sistemato in posti pubblici diversi disoccupati privi dei titoli di legge, in un giro di assunzioni facili per cui sindacalisti senza scrupoli prendevano tangenti.

Nel 2008 Dario Franceschini annunciò: “Non presenteremo candidati con procedimenti in corso né con sentenze passate in giudicato”. Strano: Papania fu ricandidato dopo il patteggiamento e rieletto per la terza volta senatore (diversamente da Nando Dalla Chiesa, colpevolmente incensurato). Scelta lungimirante: il 4 novembre la Dda di Palermo ha arrestato il suo braccio destro Filippo Di Maria, considerato l’autista, il cassiere e l’uomo di fiducia del boss di Alcamo, Nicolò Melodia detto “il macellaio”, catturato nel 2007 assieme al capomafia Salvatore Lo Piccolo. Nei giorni pari Di Maria scarrozzava il boss Melodia, in quelli dispari il senatore Papania. Arrotondava. “Emerge - annota la Mobile di Trapani - da numerose conversazioni che Di Maria svolgeva attività di factotum presso la villa di Scopello del predetto Papania, muovendosi incessantemente per procurare posti di lavoro ad amici e conoscenti grazie anche al diretto interessamento di collaboratori e personale di segreteria del senatore”. Ed era attivissimo “in occasione di alcune competizioni elettorali”: come “le primarie 2005 per il candidato premier” e “per il candidato alla presidenza della Regione Sicilia” (contro Rita Borsellino e per Ferdinando Latteri). “Lo staff del sen. Papania - scrive il gip - e altri politici locali contattavano ripetutamente il Di Maria al fine di indurlo a sostenere le iniziative politiche sopra indicate e invitandolo a fare altrettanto con tutte le persone di sua conoscenza”.

Il Giornale gongola: “Anche il Pd ha il suo ‘stalliere’ mafioso”. Ma naturalmente chi fosse Di Maria non lo sapeva nessuno. Infatti la nuova Direzione del Pd non ha trovato un posto per due simboli dell’antimafia come Rosario Crocetta e Beppe Lumia (la Borsellino non è iscritta). Ma a Papania sì, in quota Franceschini. E questa sarebbe l’opposizione. Poi c’è il centrodestra, con i suoi Berlusconi, Dell’Utri e Cosentino. E’ la famosa “alternanza”
.
(Vignetta di Fifo)

Il commento del giorno
di drainyou80 -  lasciato il 10/11/2009 alle 9:58 nel post Piano B: non finire in carcere
E' sempre bello svegliarsi al mattino e sapere che a Roma c'è la mafia che lavora per te.


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Se la mafia toglie la parola a un attore e tutti tacciono...



Alberto Spampinato è un bravo e serio giornalista dell'Ansa, addetto al Quirinale, come si usa dire in gergo, in altre parola segue l'attività dei presidenti della repubblica.
Suo fratello, Giovanni, giovane e brillante cronista dell'Ora di Ragusa, fu ammazzato a colpi di pistola mentre indagava sulle possibili connessioni tra mafia ed eversione fascista.
Per quell'assassinio fu condannato il figlio di un giudice, ma la dinamica e i mandanti non sono mai stati chiariti in modo convincente, come per altro ha dimostrato anche l'ultima appassionante puntata di Blu Notte curata da Carlo Lucarelli.
Alberto non si è limitato, e non sarebbe stata poco cosa, a coltivare la memoria dei fratello, ma si è dedicato a illuminare chi contrasta le mafie e ad aiutare quanti tentano di contrastarla promuovendo in ogni modo una cultura e una pratica di educazione alla legalità.
Da questo suo impegno e dalla condivisione della Federazione della Stampa, dell'Ordine dei Giornalisti e della Unione dei Cronisti è nata anche l'idea di istituire un vero e proprio osservatorio dedicato a questi temi, alla segnalazione delle notizie cancellate o oscurate, alla illuminazione di quanti rischiano l'oscuramento mediatico e politico e, di conseguenza, un pericolosissimo isolamento fisico e simbolico.
In questo modo, come ha scritto tante volte Roberto Saviano, si rischia davvero di diventare un facile bersaglio.
Per queste ragioni ci ha particolarmente colpito una lettera che Alberto ha spedito ad Articolo21 e a questo blog e che, con il suo consenso ci permettiamo di pubblicare integralmente:

Se la mafia toglie la parola a un attore e tutti tacciono

di Alberto Spampinato*

Com'è che i giornali, tranne rare eccezioni, non parlano di questa storia, dell'attore lodigiano Giulio Cavalli minacciato di morte dalla mafia per aver preso in giro Bernardo Provenzano in alcuni spettacoli in piazza in Sicilia e in Lombardia? Come mai il mondo del teatro non dice una parola su un attore minacciato di morte dalla mafia e da un anno costretto a girare con la scorta armata? Com'é che a Lodi e a Milano, città gelose della propria libertà, i cittadini, i circoli e le istituzioni hanno lasciato correre una cosa così grave? Cosa significa questo silenzio assordante?
Temo che significhi nient'altro che paura e rassegnazione. E' grave che non si riesca a reagire altrimenti e che tutto ciò, invece di produrre solidarietà, sostegno, protezione collettiva di una voce libera e coraggiosa, produca l'isolamento della vittima di un'ingiustizia. Fatti come questo devono farci riflettere sul punto a cui siamo arrivati, con il condizionamento mafioso, anche nel Nord un tempo tanto orgoglioso di essere immune dagli spregevoli effetti della violenza mafiosa. Anche nel Nord siamo andati molto avanti nel senso dell'acquiescenza e del contagio. Questo silenzio, questa disattenzione può esserci solo perché, purtroppo, molti italiani, (ma soprattutto molti giornalisti, anche del Nord) pensano che in questa storia se c'è uno che ha sbagliato, questi è Giulio Cavalli, il quale, secondo questo modo di pensare e una formula molto usata "se l'è cercata". Non avrebbe dovuto prendere in giro Bernardo Provenzano, non avrebbe dovuto violare la tacita convenzione del silenzio e dell'autocensura che vige nel nostro libero paese! Che gli costava? La convenzione non scritta, come sappiamo, vale più delle leggi e delle convenzioni universali ed europee dei diritti dell'uomo; stabilisce che un attore, uno scrittore, un giornalista per vivere tranquillo non deve mai comportarsi come Giulio, né come quell'altro matto di Roberto Saviano, né come quei cronisti scriteriati alla Lirio Abbate, Rosaria Capacchione e via elencando... No, chi vuole vivere senza minacce di morte o di altre rappresaglie può farlo semplicemente attenendosi alla regola di parlar d'altro, di fingere che la mafia e i mafiosi non esistono, e se proprio non può fare a meno di parlare dei boss, dei loro amici corrotti e intrallazisti, deve parlarne con molto rispetto e senza turbare lo svolgimento dei loro affari. E' facile, che ci vuole? Ci riescono (quasi) tutti. E' comodo e fin troppo facile. Proprio per questo noi ammiriamo chi non ci riesce, e perciò io abbraccio forte Giulio Cavalli, Roberto Saviano e tutti i matti come loro che pagano un caro prezzo per dimostrarci che la regola del quieto vivere si può rifiutare, e che l'autocensura è proprio il contrario della libertà di espressione


*direttore di Ossigeno per l'informazione, osservatorio FNSI-Ordine dei Giornalisti sui cronisti minacciati e le notizie oscurate con la violenza

Per fortuna il muro della indifferenza comincia a incrinarsi. Già il Tg3, Linea Notte, Rainews24 e altri hanno cominciato a illuminare la vicenda di questo straordinario e coraggioso attore e giornalista, una sorta di moderno intellettuale canta storie che non vuole rassegnarsi e grida le sue verità, tutte rigorosamente documentate, contro le mafie, anche quelle del nord che parlano padano, e i loro complici nelle istituzioni e nella politica, anche quelli che vestono con il gessato e parlano lingue di derivazione celtica, per usare le parole in libertà tanto care a qualche leghista, sempre cosi pronti a azzannare l'ultimo clandestino, e sempre più docili con i mafiosi di ogni latitudine, a cominciare dagli stallieri di Arcore e dai loro protettori.

Ci auguriamo che un numero crescente di giornalisti voglia dare voce e spazio alle denunce di Cavalli e al suo teatro civile, ma sarebbe altrettanto importante che associazioni, rappresentanti degli enti locali e del teatro, lo invitassero a rappresentare la sua opera, affiancando alla scorta che ormai lo segue ovunque anche una sorta di scorta popolare e mediatica capace, quanto meno, di squarciare il velo della indifferenza, del silenzio, della indifferenza complice.


Giuseppe Giulietti

(09 novembre 2009)

sabato 7 novembre 2009

L’indifferenza (in memoria di Stefano Cucchi) di Pino Corrias

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Vignetta di Bandanax

Quello che spaventa di più è il labirinto impersonale, l’ingranaggio burocratico, le porte chiuse, i divieti, l’omertà, i “no, senza l’autorizzazione non si può”, che hanno protetto, che stanno proteggendo, gli esecutori materiali della morte di Stefano Cucchi, arrestato in buona salute dai carabinieri il 15 ottobre e restituito cadavere ai genitori, già disteso sulla tavola delle autopsie dell’obitorio di Roma, il 22 ottobre all’alba.

Quei labirinti, quegli ingranaggi sono stati maneggiati anche loro da persone in carne e ossa. E hanno agito sovrapponendosi all’agonia di Stefano Cucchi, impedendo che i familiari, o almeno un avvocato, riuscissero a vederlo, a parlargli, per sei notti e sette giorni di seguito, mentre il suo corpo smetteva progressivamente di reagire ai traumi e al dolore.

Non uno di quegli ingranaggi si è inceppato. Non una smagliatura - tra i carabinieri, le guardie penitenziarie, i medici, la magistratura di sorveglianza - ha permesso di allentare quell’assedio di indifferenza e ignavia. Che ha dilapidato il tempo utile a salvarlo e certamente la pietà. Proprio come si è visto in quell’altro reperto di nostra impassibile modernità che è il video dell’esecuzione al rione Sanità di Napoli. Lì un paio di donne che andavano di fretta hanno scavalcato il cadavere steso sul marciapiede. Qui lo ha fatto un intero pezzo di Stato che aveva preso in consegna il corpo (e la vita) di Stefano Cucchi per poi lasciarlo agonizzare nell’inchiostro. 
(Vignetta di Bandanax
)

Commento del giorno
di Stefano - lasciato il 01/11/2009 L'indifferenza (in memoria di Stefano Cucchi)

Da Hannah Arendt, (a cura di) Jerome Kohn, 'Responsabilità e giudizio', Einaudi, Torino 2004, pp. 26-27: "In ogni sistema burocratico lo scaricabarile della responsabilità è faccenda quotidiana, tanto che se si dovese definire la burocrazia nei termini che sono propri delle scienze politiche, vale a dire come forma di governo - facendone il regno degli uffici, contrapposto al regno degli uomini, di uno, di pochi o di tanti - si potrebbe tranquillamente dire che la burocrazia è il governo di nessuno, e forse proprio per questo si può scorgere in essa la forma di governo meno umana e più crudele." 
(Voglioscendere)
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In questa Italia di merda, come si potrebbe chiamare altrimenti ?, stanno portando a termine episodi tipicamente fascisti oltre che mafiosi, ingredienti di cui è impregnato il governo attuale...... Il fascismo? non esiste, ma l'odore impregna l'aria che respiriamo ogni giorno......La mafia?.....non esiste anche se, in ogni istante ne vediamo gli atti. Chi è che sostiene che la mafia non esiste? Ma i mafiosi stessi...naturalmente..!!
  Masaghepensu
(Ma se ci penso)

venerdì 6 novembre 2009

Pianosa, il dietrofront del governo....(e mi sembrava, sarebbe stato il primo passo alla cementificazione selvaggia).....

06/11/2009                                                IL CASO


Una immagine recente del carcere sul''isola di Pianosa


Prestigiacomo: «Salvato un gioiello»
Alfano: la questione è complessa,
sarà affrontata insieme alle Regioni
ROMA
Dopo l’annuncio del ministro Alfano, le polemiche con l’opposizione e i dissidi interni, il governo fa un parziale dietrofront sulla riapertura del carcere sull’isola di Pianosa. Il caso «è risolto; si studieranno soluzioni alternative» ha fatto sapere la Prestigiacomo dopo il consiglio dei ministri. «Ho parlato con il collega Alfano ed abbiamo convenuto sulla opportunità di studiare soluzioni alternative che non coinvolgano gioielli naturalistici e paesaggistici».

Il ministro della Giustizia, dal canto suo, ha detto che porterà la questione della eventuale riapertura del supercarcere all’attenzione della Conferenza Stato-Regioni giovedì prossimo, assieme ad una informativa sulle linee guida del piano carceri che il Governo sta mettendo a punto. Alfano ha spiegato che l’intera questione piano-carceri «articolata e complessa, non può svilupparsi contro la volontà dei territori».

Il ministro dell’Ambiente, insieme al collega dei Trasporti Matteoli era stato fra i primi a criticare l’annuncio del Guardasigilli. «Le esigenze carcerarie non possono entrare in conflitto con quelle della tutela dell’ambiente» aveva detto a caldo. La retromarcia del governo soddisfa Mario Tozzi, direttore del Parco Naturale ospitato sull’isola. «L’annuncio del ministro dell’Ambiente è davvero un risultato molto positivo e consente di rimediare a una scelta sbagliata che avrebbe cancellato Pianosa dai patrimoni naturalistici del Mediterraneo». Secondo Tozzi «adesso che abbiamo scampato il pericolo - aggiunge Tozzi - dobbiamo ragionare su come rendere Pianosa sempre più fruibile, senza però snaturarla. Dico subito che il parco è favorevole ad ampliare gli accordi con le cooperative di detenuti per sviluppare il turismo sostenibile».

«Purtroppo l’assenza di progetti su Pianosa scatena sempre più spesso appetiti di vario genere sull’isola, ma chi pensa di realizzare alberghi o villaggi turistici per sfruttarla economicamente sappia che fino a che sarò io al parco tutto questo non accadrà», aggiunge Mario Tozzi, presidente del parco nazionale dell’arcipelago toscano. «Spesso chi dice di avere soluzioni pronte - ha aggiunto - lo fa solo perchè ha la betoniera parcheggiata in garage ed è pronto ad alluvionare di cemento l’isola».

Dopo la chiusura, avvenuta nel giugno del 1998 (l’ultimo detenuto in regime di 41 bis lasciò l’isola il 23 luglio 1997), Pianosa, chiamata dai reclusi l’ “isola del diavolo”, era tornata ad accogliere detenuti nell’autunno del 2004: erano, circa 10, provenienti dal carcere di Porto Azzurro, all’Elba, che svolgevano lavori di manutenzione, tra cui il ripristino di sentieri e strade.

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Sarebbe stata una bella manna per il cavalliere impresario edile e per l'amata figliola imprenditrice edile di Villaggi turistici.......
 Masaghepensu
(Ma se ci penso)

Letizia Moratti, a Milano la Mafia (praticamente) non esiste - Annozero del 25-05-2009 (HD).....

Benvenuti sul mio Blog

Non criticatemi, cerco soltanto di passare il tempo e, mostrare il mio "indirizzo" politico (politica, la cosa più sporca che esista al Mondo).
Masaghepensu (Ma se ci penso)

appello fini travaglio


Lino Giusti,Luigi Morsello,Daniela,Botolo,Ramona,Andrea Camporese,Tapelon,Farfallaleggera,

Masaghepensu

Masaghepensu
Non più giovane ma non (ancora)decrepito, sono soddisfatto della mia Vita e non domando altro

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