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domenica 21 marzo 2010

L'Aquila...“Ringraziare Berlusconi? Non ci pensiamo proprio”...

  GLI AQUILANI RISPONDONO COSÌ AL COORDINATORE PDL VERDINI, CHE LI INVITAVA AL RADUNO AZZURRO IN PIAZZA SAN GIOVANNI...
  di Chiara Paolin
  “Noi aquilani abbiamo la testa dura e una dignità infinita. Ce ne vuole prima di infilarci nei pullman per andare a ringraziare Berlusconi, come buoi con l’anello al naso attaccati al carro dell’imperatore”. Michele Fina, assessore provinciale all’Ambiente, non ha gradito la lettera in cui il coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini, si meravigliava dello scarso entusiasmo dimostrato dagli abruzzesi nel partecipare al raduno azzurro di ieri a Roma. Ma come, si chiedeva il Verdini: noi gli abbiamo dato le case e loro neanche vengono a ringraziare? Caro governatore Chiodi, illustri onorevoli e consiglieri regionali, questa la sostanza della missiva,  prendete un bel megafono, girate le new towns e portateci in corteo almeno cinquemila persone, perché se non risponde l’Abruzzo, non vale niente governare!. E anche il premier dal palco di San Giovanni ha ricordato “il miracolo Abruzzo”, ovvero “case eleganti dotate di ogni confort” elargite ai terremotati come in un sogno, ma solo grazie al duro lavoro di   persone “intellettualmente oneste” come Guido Bertolaso. Basita la presidente provinciale, Stefania Pezzo-pane: “'Verdini non conosce la differenza tra Stato e partito. Dimentica che il progetto Case è stato pagato dagli italiani, non certo dal suo partito. Oltretutto si sta accertando se lo stesso Verdini sia coinvolto nel giro degli sciacalli che hanno fatto affari sul terremoto: in attesa della verità, è allucinante che si permetta di offendere i terremotati con pretese di risarcimento elettorale per un intervento che era nei doveri istituzionali del governo”. Ma oggi è un altro giorno tosto per L’Aquila. Perché il popolo delle carriole vuole tornare in piazza a spalare le macerie nonostante la zona rossa sia tornata invalicabile: adesso ci pensa l’esercito. Dopo tre domeniche di raccolta volontaria, giovedì sono spuntati in piazza Palazzo camion, muletti e militari. Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha fatto sapere che il problema dei 4,5 milioni di metri cubi di macerie è praticamente risolto: “É partita la rimozione, in pochi mesi libereremo il   centro della città”. Caustica la risposta di Fina: “É una presa in giro totale. Nonostante lo scarso interesse della Protezione civile per l’argomento, abbiamo lavorato mesi e mesi a un progetto organico, sperando che prima o poi saremmo riusciti a metterlo nell’agenda della ricostruzione. Invece col passaggio di consegne a Chiodi si è ripartiti da zero. Il nuovo referente è diventata la Prestigiacomo, abbiamo dovuto riprendere in mano tutto e alla fine ci siamo ritrovati sul tavolo una nota striminzita, firmata da Chiodi, in cui si parla di rimuovere e posizionare il materiale in depositi temporanei, cioè al massimo per tre mesi. E poi? Come saranno recuperate e inviate a riciclo le macerie? Con quali risorse economiche? Qui la priorità è rubare la scena alle carriole, buttare tutto in un angolo e poi, dopo le elezioni, dire che mancano i soldi per fare il resto: un recupero preliminare attento, il riciclaggio del materiale inerte per destinarlo a usi industriali o ambientali corretti. Ma servono tempo e denaro, qui invece si vuole fare in fretta e spendere niente”. Intanto quelli dei comitati non mollano   la presa. Alessio Di Giannantonio, del comitato 3.32: “Il primo giorno sono arrivate le ruspe, tiravano su tutto, abbiamo subito protestato. Allora è venuto Chiodi, ha detto che bisogna fare attenzione, ci hanno permesso gentilmente di entrare nel cantiere. C’erano pure dei funzionari delle Belle Arti, ce li hanno presentati come i custodi degli stucchi, dei pezzi pregiati. Benissimo. Solo che   siamo tornati la mattina dopo: Vigili del Fuoco e ruspe lavoravano grossolanamente, i funzionari erano spariti”. Al 3.32 i volontari hanno pale e secchi pronti per una nuova giornata di lavoro, e anche un cruccio: “L’altra sera aspettavamo Bertolaso per la riapertura della chiesa di Santa Maria del Suffragio, doveva essere il suo grande rientro in città. Ha sempre seguito con grande devozione i lavori, nella sua recente visita in Vaticano ha persino regalato al Papa la miniatura della   campana che tornerà a suonare qui. Visto che ci ha criticato volevamo rispondergli di persona, ma non s’è visto. Strano”. Forse si stava preparando per la prossima missione, cioè il summit sulla gestione del terremoto di Haiti che si terrà da domani a Miami sotto la direzione di Hillary Clinton. Bertolaso spiegherà ai colleghi di tutto il mondo cos’è stato fatto in Abruzzo e qual è il modello d’intervento made in Italy. Verdini incluso? (Il Fatto Quotidiano del 21 Marzo 2010)  
  I cittadini de L’Aquila muniti di carriole (FOTO ANSA) 

sabato 20 marzo 2010

Sono stato bannato..?

Oggi 20 Marzo 2010, non riesco più ad entrare nel mio Blog su Splinder. Sono stato "bannato"...?Se si, bella la democrazia in cui si vive in Italia.    Masaghepensu (Ma se ci penso) 
Domando, a chi leggesse, di controllare se, dal Suo PC riuscisse a collegarsi con: Masaghepensu.Splinder.com 
Grazie in anticipo per la cortesia.... 

mercoledì 13 gennaio 2010

Quando Schifani faceva l’autista.....

“IO, RENATO, TOTÒ CUFFARO E QUEGLI INCONTRI AL BAR” di Marco Lillo
Per capire chi è Massimo Ciancimino bisogna passeggiare con lui tra il Pantheon e piazza di Spagna, dove ha abitato con il padre quando don Vito era agli arresti domiciliari. Le migliori boutique, da Cenci a Car Shoe, se lo contendono. I vip e i politici, magari un po’ sfuggenti ora che è famoso, lo salutano. Nei ristoranti alla moda, come Maccheroni o Riccioli Caffè lo accolgono come un’autorità e lo abbracciano chiedendogli del piccolo Vito, il bambino che porta il nome del famigerato nonno sindaco mafioso e assessore all’urbanistica del sacco di Palermo.
Massimo Ciancimino, prima di essere arrestato nel 2006 con l’accusa di aver riciclato il tesoro del padre era un rampollo della “Palermo bene” che lo apprezzava proprio per le stesse ragioni per i quali i pm volevano arrestarlo. Nonostante il padre fosse stato condannato per mafia, gli avvocati in cerca di clienti e le belle figliole in cerca di sistemazione mormoravano al suo passaggio: “Il padre gli ha lasciato un patrimonio di centinaia di milioni di dollari in Canada”. Lui non faceva nulla per smentire la leggenda e parcheggiava il suo Ferrari sul molo per poi salire su un fuoribordo Itama 55 con il quale incrociava tra le Eolie e le Egadi. Democristiani e forzisti lo consideravano un amico. E ora lui sta riversando ai magistrati tutto quello che ha visto e sentito in tanti anni passati a cavallo tra mafia e politica. Davvero imperdibile il verbale del 22 dicembre scorso nel quale Ciancimino jr racconta ai pm come ha conosciuto Cuffaro e Schifani: “Nel 2001, avevo incontrato l’Onorevole Cuffaro a una festa elettorale.... poi mio padre mi ha ricordato che faceva l’autista all’ex ministro Calogero Mannino quando pure io accompagnavo mio padre alle riunioni. Poi ho ricollegato: quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Salvo Lima (prima in rapporti con i boss e poi ucciso nel 1992 dalla mafia, secondo i pentiti Ndr) spesso rimanevamo io fuori dalla macchina e c’era Renato Schifani che guidava la macchina a La Loggia (non Enrico ma il vecchio Giuseppe, importante politico Dc eletto presidente della Regione Sicilia e poi deputato Ndr). Io rimanevo con mio padre e Cuffaro guidava la macchina a Mannino. Diciamo i tre autisti erano questi. Oggi ovviamente gli altri due hanno fatto ben altre carriere, io no. Andavamo a prendere cose al bar”. E poi la chiusa da attore consumato: “C’è chi è più fortunato nella vita!”. Non c’è da scandalizzarsi se, come ha raccontato Lirio Abbate, è stato proprio il figlio di don Vito a consigliare ad Angelino Alfano quando non era ancora ministro ed era ancora calvo, un professore in grado di restituirgli la chioma con un trapianto. Il fatto è che Massimo Ciancimino è simpatico e maledettamente sveglio. Con un padre padrone che dava ripetizioni a Provenzano al mattino e lo legava alla catena alla sera per frenare la sua irrequietezza, ha dovuto tirare fuori presto la sua personalità. Mentre il fratello più grande studiava per il concorso in magistratura (fallito all’orale), lui pensava a fare soldi. Quando lo arrestano aveva appena ceduto la quota ereditata dal padre nella società che si occupava della metanizzazione in Sicilia (con la benedizione dei boss). L’altra socia era la nuora di un procuratore antimafia. E molti politici di Forza Italia avevano ottenuto finanziamenti grazie a quella società. Dopo l’arresto tutti lo mollano. Il giovane Ciancimino si sente tradito e, dopo la condanna in primo grado, comincia a raccontare una parte di quello che sa. Si dice che la parte più interessante dei verbali sia ancora coperta da omissis. E che lì si parli anche di un certo Silvio Berlusconi.

mercoledì 9 dicembre 2009

TRASMISSIONI ITALIANE - LA MAFIA E BERLUSCONI: 25 ANNI DOPO DICONO LE STESSE COSE....

  di Loris Mazzetti
  È il momento del senatore Marcello Dell’Utri, non solo per la sua presenza nelle aule dei tribunali, ma soprattutto per le apparizioni in tv, dove difendersi è un po’ più facile soprattutto quando il salotto è accogliente e amico come quello di “Porta a porta”. Sono rimasto attratto dal titolo della trasmissione: “Appesi ad un killer pentito” e dalla presentazione fatta da BrunoVespa che, dopo aver raccontato l’onorata carriera di Gaspare Spatuzza (40 omicidi e 7 stragi), si è chiesto: “…ci si può ricordare, 16 anni dopo, di aver sentito, 16 anni prima, da un’altra   persona che il senatore Dell’Utri insieme a quello di Canale 5, Silvio Berlusconi, che stavano per fondare un partito, che erano già i nuovi referenti della mafia?”. Se questo è l’inizio, mi sono detto, “il vestitino su misura”, va visto. Chi erano i giornalisti ospiti della trasmissione? Travaglio, Bolzoni, Gomez, Lodato, La Licata, Abbate? No, loro se ne occupano quotidianamente e qualche domanda inopportuna avrebbero potuto farla, meglio l’onnipresente Belpietro e il garantista Sansonetti. Poi, in difesa Fabrizio Cicchitto, in attacco Andrea Orlando (responsabile Giustizia del Pd), troppo perbene, non in grado di praticare il gioco duro . Tutti gli argomenti sono stati toccati: l’attendibilità dei pentiti; la necessità di modificare la legge   che li gestisce; la testimonianza di Spatuzza (devastante per la politica interna e per l’opinione pubblica internazionale); il comportamento anomalo della stampa che interferisce e condiziona il lavoro della magistratura, ecc. Premesso che alle parole dei pentiti devono sempre corrispondere fatti, a “Porta a porta” si è capito che, quando questi smettono di parlare della mafia di strada e fanno nomi eccellenti, immediatamente scattano i pregiudizi: Spatuzza è attendibile quando racconta dell’attentato di via D’Amelio, invece, quando parla di Dell’Utri e Berlusconi, no. Lo fa per uscire dal carcere, per avere una nuova vita, un lavoro per sé e la famiglia e anche un volto nuovo. Vespa si è ben guardato dal citare le frasi che recentemente il Cavaliere ha detto contro certi giornalisti e scrittori che scrivono di criminalità organizzata, in particolare gli autori della “Piovra”, che “dovrebbero essere strozzati perché hanno fatto conoscere nel mondo la mafia”. Il conduttore ha fatto rimpiangere la Rai del lontano 1984, purtroppo scomparsa, che faceva discutere tutta l’Italia, in famiglia, dentro i bar, nelle piazze. La “Piovra”, una fiction che ebbe la forza di mettere sotto accusa l’alta società siciliana, avvocati, banchieri e politici, parlò del riciclaggio di denaro sporco fatto dalle banche, di traffici di droga che solo con la trasformazione dell’eroina portava nelle casse della mafia circa 800 miliardi di lire. La criminalità organizzata venne raccontata non più come un fenomeno solo locale ma nazionale   , se non addirittura internazionale. In occasione dell’ultima puntata, il 19 marzo 1984 (15 milioni di telespettatori), Alberto La Volpe, giornalista del Tg1, realizzò uno speciale dal titolo “La mafia dal film alla realtà”. In studio con lui, oltre al regista Damiani, rappresentanti delle forze dell’ordine, del Csm, della politica, più vari collegamenti. Il momento più interessante fu quando le telecamere entrarono, per la prima volta, in uno dei luoghi della Palermo bene: il circolo sportivo “Lauria”, pieno di imprenditori, professionisti, rappresentanti della vecchia nobiltà, dell’economia e della finanza. Nel circolo “Lauria”, nel 1982, avvenne il debutto in società del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, da poco nominato prefetto di Palermo.      I soci in diretta tv, 25 anni prima, pronunciarono le stesse parole di Berlusconi. Fatto sconvolgente e significativo allo stesso tempo. Questo fatto è la dimostrazione che da allora nulla è cambiato. In particolare l’avvocato Paolo Seminara, presidente dei penalisti di Palermo e difensore di mafiosi, disse: “La letteratura ha creato un’atmosfera di sospetto nel rapporto tra il processo e il difensore”. E a proposito dell’esistenza del terzo livello della mafia, composto da insospettabili, aggiunse: “Il terzo livello si legge in una letteratura giornalistica che produce riflessi nell’ambito giudiziario. Una tesi che per me è soltanto il frutto di scelte politiche ideologiche che non hanno corrispettivo nella nostra società. L’illecito esiste dappertutto, se verrà scoperto sarà un caso isolato e non può essere generalizzato e teorizzato”. I giudici Falcone e Borsellino, come ha ricordato recentemente il procuratore Gian Carlo Caselli, che oggi sono ricordati come eroi, qualche anno prima della loro morte stavano per sconfiggere la mafia, nel momento in cui cominciarono ad occuparsi del sindaco di Palermo Vito Ciancimino, di Salvo Lima, dei fratelli Costanzo (i costruttori di Catania), dei cugini Salvo, cioè di mafia e politica, mafia e affari,   mafia e istituzioni, iniziarono i guai perché furono lasciati soli. “Nessuno come me ha fatto tanto contro la mafia”, ha detto Berlusconi. Nel frattempo, in Procura a Palermo, non c’è la carta per le fotocopie e si ricicla quella usata da Falcone per gli ordini di servizio. Gli arresti di questi giorni dimostrano l’impegno delle forze dell’ordine e della magistratura, il governo, invece, cosa fa? (Il Fatto Quotidiano del 09 Dic. 2009)

martedì 1 dicembre 2009

SCENDILETTA di Marco Travaglio....

L’elettore del Pd, si sa, è nato per soffrire. Ma non è dato sapere quale peccato mortale, o addirittura originale, debba espiare per meritarsi questo martirio quotidiano. Martedì scorso è costretto a sorbirsi a Ballarò le elucubrazioni di Luciano Violante, responsabile Istituzioni del Pd: i processi a Berlusconi creano un conflitto insanabile fra “democrazia e legalità”, ergo bisogna regalargli uno scudo costituzionale in cambio del ritiro del “processo breve” (così il Cavaliere eviterà di andare a sbattere con l’ennesima legge incostituzionale e godrà di un’impunità a prova di bomba, prevista addirittura in Costituzione). I cinque giorni di silenzio di Bersani fanno ben sperare il povero elettore. Invece domenica, intervistato da Repubblica, Bersani sposa la linea Violante: “Il governo ritiri il provvedimento che cancella i processi e si apra un confronto parlamentare a partire dalla bozza Violante… In quel contesto si possono affrontare anche le questioni del rapporto sistemico tra esecutivo, Parlamento e magistratura. Il problema della magistratura c’è e non ha trovato un punto di equilibrio in tutti questi anni”. La legge è uguale per tutti, un bel guaio, occorre rimediare.   Quanto al NoBDay di sabato, bontà sua, Bersani autorizza “militanti e dirigenti” a partecipare. Magari mascherati da Arlecchino, Brighella e Colombina. Intanto il premier accusa i magistrati di volere la “guerra civile” e Napolitano zittisce i magistrati. Violante, demolito da Barbara Spinelli sulla Stampa, risponde che, “mentre tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”, qualcuno è più uguale degli altri: “Gli eletti alle massime cariche dello Stato possono essere esentati dalla responsabilità penale o, in modo assoluto, per determinati reati, o, a tempo, sino a quando rivestono una carica politica. E’ la prevalenza del principio democratico sul principio di legalità”. Siccome nessuno chiama l’ambulanza per portarlo via, l’elettore comincia a domandarsi che differenza passi fra Pdl e Pd, a parte la elle. La risposta la dà ieri il vicesegretario Pd Enrico Letta al Corriere della Sera. L’organo dell’inciucio, che spende un capitale per reclamizzare la propria indipendenza mentre pubblica editoriali degni del Giornale e del Predellino, chiede per la penna di Sergio Romano una nuova “forma di immunità” per Berlusconi. Le accuse di mafia sembrano (a Sergio e a Silvio) “poco plausibili” e tanto basta: chissenefrega se sono vere o false. Mettiamoci una pietra sopra e lasciamoci governare da un possibile amico della mafia visto che “ha una consistente maggioranza”. Anziché domandare a Romano se gli capiti mai di arrossire mentre scrive certe scempiaggini, il piccolo Letta dice che “il grido d’allarme di Romano è condivisibile” e che “mai le forze politiche sono state tanto vicine a un’intesa sul merito delle riforme” con il noto statista che accusa i giudici di “guerra civile”. Dopodiché il Lettino giura che il Pd si guarda bene dal “cercare scorciatoie per far cadere il governo e liberarsi di un Berlusconi che non è un ‘ingombro’”. Quella è roba da oppositori e lui, modestamente, non lo nacque. Poi spiega che, dopo un colloquio al Quirinale con Bersani e Napolitano, “il Pd non opporrà obiezioni al ricorso al legittimo impedimento”. Anzi, dice Enrico scavalcando lo zio Gianni, “consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo”. Insomma “l’opposizione si attiene a quanto detto dal capo dello Stato”. Notiziona: il Pd delega a Napolitano la guida dell’opposizione e, dopo averlo incontrato, autorizza il premier a fuggire illegalmente dai processi “come ogni imputato” (è noto infatti che ogni imputato, tipo i marocchini imputati di spaccio di hashish, possono sottrarsi alle udienze, impegnati come sono a Dubai o al Consiglio dei ministri). A questo punto ben si comprende la riluttanza dei vertici Pd a partecipare al NoBDay. Gli elettori potrebbero riconoscerli.  

lunedì 30 novembre 2009

A DOMANDA RISPONDO IN MEMORIA DELL’ANTIBERLUSCONISMO...

  Furio Colombo
   
Caro Colombo, ancora una volta si risente il vecchio invito: “Abbassare i toni”. Questa volta lo dicono Nicola Mancino, vicepresidente del Csm – dunque una raccomandazione ai giudici – e Renato Schifani, presidente del Senato e, Dio non voglia, seconda carica dello Stato. Dunque una ammonizione a tutti gli italiani. Prima domanda: che cosa vuole dire, visto che in giro non c’è nessuno che grida? Seconda domanda: come si realizza il capolavoro che riesce sempre a far dire la stessa sorprendente frase da uno di qua e uno di là, purché siano voci autorevoli?      Salvatore 


RISPOSTA alla prima domanda. La frase “adesso abbassiamo i toni” ha un significato molto diverso. Detta “di qua” (che vuol dire cultura estranea alla maggioranza governativa), vuol dire scegliere come strumento di opposizione, o comunque di differenziazione, la pazienza piuttosto che la resistenza. E’ una scelta legittima, ormai radicata nei quindici anni di egemonia berlusconiana, ma, occorre dire, una scelta sempre perdente. Tu taci. I cittadini non ti notano, e non ti votano. Essi governano. Detto “di là” (dalla parte della maggioranza di potere) significa “ragazzini lasciateci lavorare. Noi siamo i migliori, perché qualcuno dovrebbe farci perdere tempo?”. Come si vede, quando la raccomandazione è comune, i toni bassi sono una invocazione che deprime l’opposizione e dà autorevolezza a chi governa. Le frasi sono identiche ma il significato è opposto. E’ utile a una parte sola. Risposta alla seconda domanda.   “Abbassare i toni” è un ammonimento unicamente italiano, che non potreste ascoltare in alcun altro paese democratico. Se andate a verificare, simili raccomandazioni erano estranee anche alla vita politica italiana prima di Berlusconi. L’espressione “legge truffa” nata nei primi anni Cinquanta per definire, con estrema energia, una sgradita ma legittima proposta elettorale del governo di allora, non ha indotto nessuno a invocare toni bassi. L’invenzione dei toni bassi risale al Berlusconismo. Sono stati subito catalogati come “toni troppo alti” e poi “eversivi” e poi “criminogeni” e poi “omicidi” e poi “terroristici” tutti gli argomenti sollevati contro il discusso primo ministro (che pure si è sempre espresso a voce molto alta), persino quando erano presi dalle carte giudiziarie, dalla stampa internazionale o da dichiarazioni, ripetute alla lettera, dello stesso primo ministro. Il fatto è che il sistema politico Berlusconi non è una ideologia, non è un sistema di idee o una visione del mondo. E’ esclusivamente la persona, la vita, le avventure e gli affari di Silvio Berlusconi. L’uomo di Arcore è cosciente della sua vulnerabilità, che è documentata e certificata in molte inchieste e tribunali, perciò ha inventato, come male   intollerabile e inaccettabile, l’antiberlusconismo. E’ una bieca macchina fondata sul complotto giudiziario. E il gossip giornalistico. Per non si sa quale decisione, l’opposizione italiana, in tutte le sue incarnazioni, ha condiviso un sincero orrore per l’antiberlusconismo. Evitando di toccare il cuore del problema, purtroppo, continua a perdere.    Furio Colombo - Il Fatto Quotidiano 00193 Roma, via Orazio n. 10  lettere@ilfattoquotidiano.it  

venerdì 27 novembre 2009

BANCHE E PROFITTI: QUANDO LA FINANZA SI MANGIA L’INDUSTRIA....

C'è una storia che illustra bene il rapporto tra finanza ed economia reale in questi mesi di fine crisi. La racconta bene il Financial Times di ieri, sotto un titolo chiaro: “Corporate valdalism”. La questione è questa. Safilo, il produttore di occhiali, ha un bond in scadenza che va rifinanziato, cioè deve trovare nuovi finanziatori che credano nell’impresa e siano disposti a prestarle denaro. Se non li trova, ci sono 8 mila posti di lavoro a rischio. Il punto è che questi finanziatori latitano, perché il gruppo creditizio olandese Hal cerca di collocare le obbligazioni a un prezzo   troppo elevato, per massimizzare il proprio profitto. Il risultato è che l’emissione obbligazionaria di 280 milioni risulta poco allettante e che Safilo è in bilico, tanto che la scadenza per aderire era oggi ma è stata estesa di altri tre giorni. Perfino il quotidiano della City, l’alfiere cartaceo del libero mercato e di quello che Tremonti chiamerebbe “mercatismo”, riconosce che da parte della banca questo è un comportamento un po’ rischioso in un momento in cui tutti, almeno per un po’, vogliono abbattere i “masters of the universe” della finanza. (Il Fatto Quotidiano di oggi)

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Chi ieri sera ha visto Anno Zero, può rendersi conto di come vadano avanti le Italiche Imprese.....Buon pro...
Masaghepensu  (Ma se ci penso)




L’ITALIA? È FRITTA ..!!.........


Antonio Tabucchi parla di stampa libera (e non) Ai giornalisti italiani dice: fatevi sentire in Europa

di Silvia Truzzi
 
Rumori francesi, italici echi. Come si fa a far parlare la stampa italiana di un caso italiano con protagonisti italiani? Se ne scrive Oltralpe, naturalmente e nient’affatto lapalissianamente. Il tam tam è partito dalla terra di Montesquieu, dove in questi giorni ci si occupa di una maxi richiesta di risarcimento danni indirizzata ad Antonio Tabucchi. Mittente: Renato Schifani, offeso da un pezzo firmato dallo scrittore e apparso sull’Unità. L’appello – lanciato dall’editore Gallimard su Le Monde e sottoscritto da intellettuali, premi Nobel e giornalisti di tutto il mondo – s’intitola “Nous soutenons Antonio Tabucchi”. Beffardo destino o lungimirante profezia dell’autore di “Sostiene Pereira”.   Professor Tabucchi, perché questo appello dalla Francia? Lo chiedo  io a voi. Perché non l’ha fatto prima la stampa italiana? E’ un problema non mio.Si sarà fatto almeno un’idea. Ripeto: la questione non riguarda me, riguarda la stampa e gli editori italiani. È stato fatto da un editore francese in Francia. Evidentemente c’era un vuoto in Italia. È un vuoto che riguarda solo questo caso o è generale? La Commissione europea, il Parlamento europeo, il Consiglio d’Europa hanno adottato una direttiva con cui invitano l’eventuale querelante a portare in tribunale non   soltanto il nome e la persona che lo ha criticato, ma anche il giornale sul quale il testo in questione è apparso.
Il giornale è persona giuridica. In America non è possibile citare un giornalista o uno scrittore escludendo la testata su cui è uscito l’articolo oggetto del contendere. Motivo: se un giornalista che ha criticato un politico molto importante – o un miliardario o l’amico di un miliardario – venisse portato in giudizio come se fosse un privato cittadino, sarebbe massacrato dalla potenza della persona criticata. Quindi la direttiva europea, fatta a somiglianza della legge americana, è pensata per difendere la libertà di parola, la libertà di espressione dalla quale discende la libertà di stampa. Perché la libertà di stampa è una conseguenza della libertà di parola.      Sono libertà sorelle.    Vero. Ma se si isola una persona e la si porta davanti a un giudice, il potente scoraggia fortemente ogni suo eventuale futuro critico. È un sistema intimidatorio: i giovani non si permetteranno mai di fare una cosa simile, con un precedente così pesante. Corrisponde allo schema maoista, quando Mao diceva: colpirne uno per educarne cento. 
L’Italia è maoista? Non so se maoista, fascista, mafiosa o piduista. Dicevo semplicemente: in un paese civile si cita in giudizio anche il giornale.Non è accaduto nel caso del suo pezzo su Schifani apparso sull’Unità.Per questo la Francia – che è ancora un paese civile – ha   pensato di farlo sapere. Perché tutto questo era ignoto in Italia.L’appello francese nasce per far conoscere il caso agli italiani. Altrimenti il senatore Schifani aveva buon gioco: escludendo l’iniziativa dell’Unità, ha ottenuto l’effetto migliore. Quello del silenzio stampa. Nessuno in Italia aveva dato notizia che uno scrittore aveva ricevuto una richiesta di risarcimento danni di un milione e trecentomila euro per un articolo di giornale. La morale è che abbiamo bisogno di una tutela sovranazionale? 
È solo una constatazione. L’appello francese è servito a far sì che in Italia si sapesse.   E’ successo anche per altre vicende italiane. La stampa internazionale ci guarda con un certo stupore per il modo che abbiamo di dare, o non dare, le notizie. Di fare, o non fare, le domande. Come stampa italiana dovreste farvi voi delle domande. E poi farne alcune anche all’Europa. L’Europa fa finta che questa anomalia italiana non esista: sostiene che la libertà di stampa nei paesi membri è   garantita. Vi sembra normale? Forse dipende dal fatto che non esiste praticamente più un editore puro. E dal legame tra politica, imprenditoria e stampa. Se voi – voi giornalisti, dico – credete che sia anormale è vostro dovere andare a Bruxelles – non è nemmeno tanto lontana – e chiedere conto di questa situazione. Spetta a voi muovervi. Non potete pretendere che i cittadini-lettori   prendano un treno e vadano a protestare. Quel treno lo devono prendere i direttori dei giornali che si sentono lesi nella possibilità di svolgere liberamente il loro lavoro.Torniamo a Schifani. Il nostro giornale ha pubblicato la storia di un palazzo costruito da un imprenditore mafioso nel quale hanno trascorso la latitanza boss di prima grandezza. Schifani, prima che quell’imprenditore fosse arrestato lo aveva difeso contro due signore, riconosciute poi come vittime della prepotenza dell’imprenditore. Nessuno ha chiesto conto, in nessun modo e in nessuna sede, di questo fatto. 
Non è un reato, ma è un dato rilevante: politicamente e sotto il profilo dell’opportunità per la seconda carica dello Stato. La stampa indipendente non   l’ha ripresa. Quindi la notizia è falsa. Non è stata smentita nemmeno da Schifani. Insisto: è falsa. E aggiungo: se non è falsa la vostra notizia, sono falsi gli organi di informazione. Questa storia sarebbe una bomba in qualunque altro paese. In Italia no. Allora? Allora chiedo: che senso hanno le manifestazioni che sono state fatte sul pericolo che corre la libertà di stampa? A cosa servono? Ma perché i giornalisti indipendenti convocano una manifestazione sulla libertà di stampa che corre il pericolo di essere soffocata, se si soffoca con le sue stesse mani?    Che fare, quindi ? Se le cose stanno così e se voi non fate niente, lasciamo andare l’Italia dove deve andare. Perché l’Italia, se nemmeno c’è più una stampa a far la guardia al potere, è fritta. Si ricostruirà sulle macerie, come dopo la Seconda guerra mondiale. Nemmeno un consiglio su quale possibile resistenza, sperando di scongiurare le macerie?   Gli italiani, non solo giornalisti, che ritengono violata o diminuita la loro libertà di essere informati, possono assumere un giurista internazionale che difenda la loro causa di fronte all’Europa. Potete essere rappresentati da un avvocato che documenti come, per esempio, una certa percentuale della stampa e delle televisioni italiane appartenga a un’unica persona – supponiamo che sia il 70 o 80 per cento – e con questa documentazione vi presentate come se foste davanti a un tribunale. 
Dopodiché l’Ue deve anche assumersi le proprie responsabilità. Ma se non lo fate l’Europa lascia correre. Il laissez-faire forse ha anche convenienze. Oggi c’è un referente, non vedo perché non interpellarlo. C’è un circolo vizioso in questo paese che deve essere rotto.   Diamo per presupposto che i margini di libertà dell’informazione sono stati progressivamente ridotti. C’è un problema di democrazia: il consenso   dei cittadini si forma attraverso i media. Certo che c’è, ma il Parlamento italiano non lo risolve. L’unica possibilità è un’istanza superiore. L’Europa ha precise regole. Scusi, ma l’Europa non ci potrebbe dire “sbavagliatevi” da soli? No: c’è una Carta europea. Perché non si accoglie la Turchia? La Ue ha anche un compito di sorveglianza. Non è soltanto la moneta unica. Lei vive in Portogallo. Ci tornerebbe in Italia? Vivo in Portogallo per ragioni personali. Ma comunque sì, anche se non mi piacciono affatto tutte le leggi ad personam che si sono susseguite in questi anni. Preferisco non doverle subire. Anzi, a proposito di leggi. Faccio io ora una domanda. Sono lontano, ma leggo i giornali italiani. Ciampi è stato di nuovo eletto presidente   della Repubblica? No. Il presidente è Napolitano. Mi stupisco, ho avuto una specie di déjà vu. Su Repubblica di qualche giorno fa ho letto un pezzo su Ciampi. Ciampi: no alle leggi ad personam. Ma Ciampi ha avuto il suo settennato per fare quello che credeva. Ha firmato le leggi che desiderava. Il lodo Schifani era una legge ad personam e lui l’ha firmata. E poi, ai tempi, su Repubblica si ripeteva che non bisognava tirare Ciampi per la giacca. E che succede ora? Sempre su Repubblica Ciampi tira per la giacca Napolitano. Ma queste cose dovrebbe dirle Napolitano. È un consiglio al presidente?No,un’osservazione. Mi provoca confusione. Sui giornali italiani si dibatte di Ciampi che dà consigli su leggi che lui avrebbe potuto non firmare. Ma che diavolo capita in Italia?...(
(Il Fatto Quotidiano 27 Nov.09)


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Che capita in Italia..? Succede che, per la stupidità o l'ignoranza di molti (troppi) italiani, ci ritroviamo con un burattinaio che, con mani abili, muove le sue marionette (noi).!Dopo il 20tennio fascista di peggio non poteva capitarci, anzi, ora è molto peggio perchè,
con il suo appoggio, le cosche mafiose si stanno impadronendo dell'Italia e degli italiani. "  Dalla padella siamo cascati nella brace".  Auguro a tutti, un lieto fine settimana.
Maseghepensu (Ma se ci penso)   


giovedì 26 novembre 2009

IL FATTO POLITICO Le rese dei conti....



  di Stefano Feltri
 
L’ipotesi di elezioni anticipate è scomparsa da ogni orizzonte, ma le tensioni dentro la maggioranza sembrano molto maggiori rispetto a qualche giorno fa, quando Silvio Berlusconi sembrava così tentato dal voto da suggerire a Renato Schifani di invocare le elezioni in caso di uno sfaldamento della maggioranza. Ricapitolando le ultime: lo scontro tra le due anime del Pdl in economia è sempre più forte. Ieri la guerra tra Giulio Tremonti e Renato Brunetta, ormai anche su un piano personale, ha assunto nuovi toni, con il ministro della Funzione pubblica che ricorda a tutti che il collega dell’Economia non è un economista (poi cerca di ridimensionare, spigando che non c’era polemica). E alla fine del percorso parlamentare   della Finanziaria sarà chiaro chi ha vinto: il rigore di Tremonti o la voglia di misure che sostengano la ripresa di Brunetta e del senatore Mario Baldassarri.    Poi c’è Gianfranco Fini. Il presidente della Camera è già impegnato su un test delicato, quello della candidatura di Nicola Cosentino alla guida della Campania a cui si è opposto. C’è la vicenda – secondaria ma non troppo – della contrarietà alla norma che permette di mettere all’asta i beni confiscati ai mafiosi (battaglia affidata al deputato finiano Fabio Granata) e la nuova tensione con la Lega di Umberto Bossi seguita al discorso sull’insulto (“stronzi”) da rivolgere a chi tiene comportamenti razzisti con gli immigrati. E da ieri un altro impegno: no   a una Finanziaria blindata in cui tutte le modifiche sono in un maxiemendamento impossibile da discutere in parlamento perché protetto da un voto di fiducia.    Tutti questi nodi verranno sciolti entro poche settimane. E visto che gli impegni presi dai diversi soggetti in campo sono espliciti e verificabili, comincia a circolare l’impressione che presto si arriverà a una verifica. Tremonti può accettare una Finanziaria diversa da quella che ha progettato da ministro delle Finanze? E Fini, come reagirebbe se alla fine il maxiemendamento blindato ci fosse? E se Cosentino alla fine si   candidasse, visto che ieri la giunta della Camera ha respinto la richiesta di arresto per le presunte continguità con la Camorra? Lo si capirà in tempi molto brevi.

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Ma guarda che bel casino..madama Dorè...ma guarda che bel casinoooo....E che altro si può dire...!?   
  Masaghepensu  
(Ma se ci penso)


mercoledì 25 novembre 2009

STORIE SICILIANE E DI DENARO...

  

ANTONIO D’ALÌ
  DA BANCA SICULA AL GOVERNO
     Antonio D’Alì Solina, nato a Trapani nel 1952, laureato in Giurisprudenza a Roma, proprietario delle saline, della Banca Sicula (primo istituto bancario privato presieduta dallo zio che faceva parte della P2 di Gelli), poi ceduta alla Comit, su cui indagò il vicequestore di Mazzara del Vallo, Calogero Germanà, scampato nel 1992 ai kalashnikov di Bagarella, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano. Banca in cui era funzionario Salvatore Messina Denaro, arrestato nel 1998, fratello del capo di Cosa Nostra Matteo. Dalle indagini risulterebbe che i 7 miliardi provenienti dalla vendita della Banca siano finiti in una finanziaria con sede nel Lichtenstein. Senatore dal 1994, è stato sottosegretario all’Interno: “Berlusconi mi ha affidato l’incarico e non ho potuto rifiutare”. Incarico non riconfermatogli, come sono in molti a sostenere, a causa delle innumerevoli informative di polizia sul suo conto pervenute al vaglio del ministro dell’Interno Maroni. Ex presidente della provincia di Trapani. Ideatore della Vuitton Cup, preliminari della America’s Cup, oggi presiede la Commissione Ambiente del Senato ed è membro del comitato per la politica economica del Pdl. Da sottosegretario all’Interno, nel 2004, si sarebbe personalmente attivato per ottenere, invano, il trasferimento del capo della Squadra Mobile di Trapani. Oltre ad essere indagato per il trasferimento da Trapani del Prefetto Sodano, oppostosi alla vendita della Calcestruzzi Ericina del boss Virga all’imprenditore di cemento Vincenzo Mannina (arrestato, condannato a 6 anni per mafia, indagini sulla America’s Cup), che a verbale dice: “Sono certo che il mio allontanamento da Trapani è stato voluto da D’Alì che in prefettura mi prese in disparte e, con tono di rimprovero, mi disse: ‘Ma che mi combina? Mi dicono che con la sua attività sta alterando il libero mercato!’ Quando fu nominato sottosegretario mi invitò a pranzo e mi disse che da lui dipendeva la nomina e il trasferimento del prefetto e del questore della città”. Inoltre il boss Francesco Pace, (condannato per questo a 20 anni per associazione mafiosa) ha riferito che per il trasferimento del prefetto Sodano si era rivolto a un politico, tacendone il nome.  (da Il Fatto Quotidiano)


Parla Maria Antonietta Aula, ex moglie di Antonio D’Alì La politica nella terra di Cosa nostra      Quella che vi stiamo raccontando è una storia siciliana. È la storia della signora Maria Antonietta Aula, ex moglie di un uomo di punta di Forza Italia, fin dalla sua nascita, il senatore del Pdl, Antonio D’Alì, ex sottosegretario all’Interno, oggi presidente della Commissione Ambiente. Una storia che narra come il senatore D’Alì, rappresentante di spicco del governo Berlusconi, non abbia mai sentito il dovere di spiegare legami, seppure antichi, con   boss di spicco, come il latitante Matteo Messina Denaro, condannato all’ergastolo per le stragi del 93, oggi a capo di Cosa Nostra. Ne emerge un racconto appassionato, lacerante, malinconico, libero dal giudizio che pure porta con sé. Un racconto che abbiamo scritto, che le abbiamo riletto al telefono, ottenendo la sua approvazione. Il giorno prima della pubblicazione, mentre aspettavamo, come da accordo preso, l’invio di una sua foto, riceviamo una e-mail in cui ci comunicava di aver cambiato idea e spiegava che il “rileggere una pagina ormai voltata della storia della mia vita mi ha fatto molto male e pertanto sono, oggi come mai, convinta di non volere più tornare su queste vicende”. Uno stato d’animo comprensibile ma non sufficiente per non pubblicare l’intervista, non per mancanza di sensibilità, o di rispetto, ma per un principio elementare di giornalismo.

  di Sandra Amurri
  
GIRA E RIGIRA tra le mani quei biglietti Maria Antonietta Aula. Una signora alta e bionda con gli occhi celesti e una cortesia d’altri tempi a delinearne i tratti. Famiglia della borghesia trapanese, è stata dall’età di 24 anni, per oltre vent’anni, la moglie del senatore del Pdl Antonio D’Alì, presidente della Commissione Ambiente, ex sottosegretario all’Interno, proprietario della Banca Sicula, poi ceduta alla Comit. La signora Aula è una donna che fatica ancora a rendersi conto di ciò che è scivolato davanti ai suoi occhi lasciando domande senza risposta. Risposte che non cessa di avere, visto che ci si dimentica solo di ciò che si chiede perché è poco importante, ma che, a tratti, vorrebbe smettere di cercare per liberarsi di un tempo ormai perduto. “Li ho ritrovati mettendo a posto le carte” dice mostrando i biglietti. “Congratulazioni. Francesco Messina Denaro e famiglia”.    Un cognome che fa sobbalzare. Francesco Messina Denaro, capomafia di Castelvetrano, trovato morto nel ‘98 nelle campagne durante la latitanza, cadavere che la moglie, davanti   allo sguardo attonito dei poliziotti, coprì con la sua pelliccia di Astrakan. Francesco era il padre di Matteo, attuale capo di Cosa Nostra, latitante da 16 anni, condannato all’ergastolo per le stragi del ‘93. I Messina Denaro erano i campieri della famiglia D’Alì, nella tenuta di contrada Zangara. Terreno venduto da Antonio D’Alì al gioielliere di Castelvetrano, Francesco Geraci, prestanome di Totò Riina, che andò a riprendere i soldi nella Banca Sicula dei D’Alì per restituirli a Matteo Messina Denaro, come lui stesso raccontò una volta diventato collaboratore di giustizia, dopo essere stato condannato per mafia. Oggi su quel terreno, confiscato, Libera produce olio.    

IL REGALO DI NOZZE    DI MESSINA DENARO    

“Non lo avevo mai visto, non c’era accanto al vassoio d’argento massiccio, costato sicuramente oltre un milione, che Tonino portò a casa mia per esporlo accanto agli altri regali di matrimonio”, racconta. Divorziata da sei anni. A 55anni,MariaAntoniettaAula, Picci per gli amici, è una donna che non ha conti in sospeso con l’ex marito, né vendette da consumare. Solo ora quel luogo della memoria, sospeso tra passato e presente che l’ha avvolta per molti anni, è divenuto il tempo della parola che non ha mai voluto affidare ai tanti giornalisti che le hanno chiesto un’intervista, anche per timore di finire nel solito clichè della moglie tradita, abbandonata, assetata di vendetta.    “Gliel’ho restituito il vassoio dei Messina Denaro quando se n’è andato via. Non lo voleva, l’ha preso dopo aver insistito, in fondo era roba sua; perché  sarebbe dovuto restare a casa mia?”spiega davanti ad una tazza di caffè caldo, marmellata di arance fatta da lei, sedute nel parco di Villa Pilati.   Un’antica dimora seicentesca, trasformata in bed and breakfast, immersa nella natura, tra palme secolari, agrumeti, cascate di bougainvillea in fiore, che si affaccia sul mare di Bonagia, a pochi chilometri da Trapani. “La mia forza è mio figlio che vive e lavora a Londra, un ragazzo sensibile che si è fatto da solo senza mai chiedere nulla a nessuno. Ne sono molto fiera”. Il senatore D’Alì, non è un mistero, è un uomo che usa il potere di cui dispone con la scioltezza con cui una vecchina snocciola tra le dita il rosario. La signora Aula, che il potere “fa sorridere” ma la infastidisce quando diventa ostentazione, snocciola, invece, una litania di fatti, tutti documentati, che      raccontano come la politica e gli uomini delle istituzioni, non solo in Sicilia, convivano, con grande disinvoltura, senza suscitare alcuno scandalo, con la cosiddetta normalità mafiosa, che contribuisce a rendere la mafia “eterna”, restando sempre dentro quel circuito vizioso che confonde vittime e carnefici.    Quando D’Alì era sottosegretario all’Interno, il PM AndreaTarondo, che indagava su di lui, da una conversazione intercettata apprese che un poliziotto che aveva fatto parte della sua scorta, poi, affidato a quella di D’Alì, aveva inviato un fax, dalla questura di Trapani, all’insaputa del questore Pinzello, al ministero della Giustizia, su richiesta del sottosegretario del Pdl, in cui affermava che il pm “sparlava” di D’Alì. Il ministro Castelli aprì un’indagine. Il pm, convocato dal procuratore generale, dimostrò l’infondatezza dell’accusa ma al poliziotto non successe nulla.In seguito il poliziotto tornò a far parte della scorta del pm che informò di quanto accaduto il nuovo questore Gualtieri e il poliziotto venne destinato ad altro incarico. In seguito, si scoprì che la moglie del poliziotto gestisce il bed and breakfast “Le Vele” nel palazzo di proprietà di D’Alì, dove il poliziotto si recava con l’auto di servizio, durante   l’orario di lavoro.    “Questo, invece, è firmato Filippo e Rosalia Guttadauro, ma il loro regalo non ce l’ho presente; forse Tonino non l’ha esposto, oppure l’ha fatto senza dirmi di chi fosse”, continua a raccontare la signora Picci mentre sfoglia la rubrica dove il marito registrava tutti i regali ricevuti. Alla lettera G esclama: “Non c’è! Che strano, eppure il biglietto è qui! Ricordo molto bene il matrimonio di Rosalia e Filippo Guttadauro alla Favorita di Marsala, più di 700 gli invitati.La mamma della sposa,la signora Lorenza Messina Denaro in cappello, una sfilza di doppiopetti rigati, musica e fiumi di champagne Cristall. C’erano Cuffaro, Dell’Utri, Mannino”. Rosalia è la sorella maggiore di Matteo Messina Denaro. Suo marito, Filippo Guttadauro, medico di Bagheria, è il referente di Matteo Messina Denaro per la provincia di Palermo, si interessava alle sorti politiche di Cuffaro. Ora è in carcere, condannato a 16 anni. “Con me a fare la spesa veniva sempre Patrizia, la sorella più piccola. Matteo da bambino l’ho tenuto sulle ginocchia, erano i figli di don Ciccio, che abitava nella casa a fianco alla nostra a Zangara, dove ci trasferivamo per la vendemmia” dice mentre continua a sfogliare la rubrica.“Ma questa è la mia scrittura!”, esclama indicando il foglio alla lettera M. Legge ad   alta voce: “Francesco Messina Denaro, grande centro argento consegnato 12-11-2000. Non lo ricordavo, l’ho scritto io quando gliel’ho restituito.    Si alza seguita dai due inseparabili Shih-Tzu, Trillo e Gelsomina. Va in ufficio. Torna poco dopo tenendo in mano due fogli. Una riga di inchiostro nero li divide verticalmente: Aula e D’Alì, carta intestata Antonio D’Alì Solina, Trapani. Scritto a penna: “Nota per l’assegnazione dei regali di nozze in base alla provenienza degli stessi; a seguire i rispettivi regali ricevuti per ordine alfabetico”. “Anche qui mancano quelli di Guttadauro e Messina Denaro, mah!”, sospira. “Difficilmente rispondeva alle mie domande”. Le parole, come scrive Simone de Beauvoir, smuovono le coscienze, agitano gli animi, fissano il pensiero, insomma restano, è meglio non rischiare.    

TELEGRAMMA    DAL CARCERE    

“Restava zitto come quella volta, quando gli consegnò il telegramma inviatogli da Franco Virga: ‘Auguri, tu ti diverti e io sto qua rinchiuso’.   Era dicembre del 1998, stavamo partendo per andare a trascorrere il Capodanno a Sharm el Sheik con il senatore del Pdl Domenico Contestabile e la sua fidanzata. Restai fulminata. Ma chi è questo, perché manda gli auguri a te, gli chiesi”. Franco Virga, figlio di Vincenzo Virga, capomafia di Trapani, arrestato dopo anni di latitanza, quando inviò quel telegramma era in carcere da due anni con una condanna a 9 anni per associazione mafiosa. Virga è il boss a cui Dell’Utri, presidente di Publitalia, si rivolse affinché chiedesse il pizzo per una sponsorizzazione a Vincenzo Garaffa, presidente della Pallacanestro. Come da sentenza di primo grado del tribunale di Milano, che condanna Dell’Utri per estorsione, reato derubricato in   appello in minacce: “Abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione”, disse Dell’Utri a Garaffa che si rifiutava di pagare la mazzetta.    “A volte, invece, mi diceva: ‘Antonietta, cara, tu vedi troppi film di mafia’. Non sbagliava, in effetti a ripensarci ora, quando vidi “la Piovra”, forse esagero ma era come se  sul video vedessi scorrere la mia vita. Ricordo che durante la campagna elettorale nel 1994, occasione in cui conobbi l’avvocato Dotti e la Ariosto, non feci altro che girare in macchina   per la città con l’imbianchino per coprire le scritte sui muri:D’Alì mafioso,D’Alì e i 40 ladroni. Gli dicevo: ma perché non reagisci sui giornali? Faceva spallucce, come diciamo noi”. Risultato: D’Alì ottenne 54 mila preferenze. Ma non la sua: “Io non ho mai votato Forza Italia e lui lo sapeva, forse per questo sentiva di non potersi completamente fidare di me. In effetti non condividevamo molto, cominciando dalla scelta, del tutto inaspettata, 
comunicatami quando era già avvenuta, di candidarsi nel ‘94 con Forza Italia su richiesta di Micciché. Ma la venuta di Berlusconi, quella proprio non me la posso scordare.    Regionali del ‘96. Fu nostro ospite. Arrivò preceduto da 7 bauli su ruote pieni di abiti e camicie e dalla fedele Marinella Brambilla, che al mattino lo truccava con tanto di quel cerone che dovetti buttare le federe e la sera lo struccava usando quintali di clinex. La sede dei Ds di fronte casa era tappezzata di bandiere rosse in segno di sfida. Tonino era in ansia, continuava a ripetermi di andare a dirgli di toglierle, mentre Berlusconi, quando le vide, andò a suonare il campanello e disse: ‘Grazie per l’accoglienza, siete davvero gentili’. Capii che era un grande comunicatore,   capace di ribaltare situazioni a lui sfavorevoli. Ricevetti in anticipo la lista delle cose proibite e di quelle indispensabili: pesce senza spine, perché il presidente temeva di soffocare, bagnoschiuma esclusivamente al limone, teli da bagno bianchi da avvolgere attorno alla vita, latte di mandorle   fatto in casa da bere al mattino ecc. Organizzai una cena per circa 150 persone, c’erano tutti: La Loggia, Schifani, Micciché. Prima di ripartire mi chiese come avrebbe potuto ricambiare a tanta gentilezza e io gli risposi: doni all’Unitalsi, di cui allora ero presidente, un pulmino per il trasporto dei malati. ‘Per tanto poco, signora, sarà fatto’. Del pulmino neppure l’ombra. Una sera di   dicembre del ‘96 squilla il telefono di casa: era Berlusconi. Chiamava per invitarci nel suo palco con Veronica alla Prima della Scala. Gli risposi: ‘Presidente, cosa farà mio marito non lo so, io non verrò’. ‘E perché mai signora?’. ‘Perché attendevo da lei una risposta dovuta perché promessa’. Senza neppure chiedermi a cosa mi   riferissi, rispose: ‘Va bene buonasera e riattaccò’. Quando lo raccontai a Tonino, mi rimproverò duramente. A Trapani, Tonino lo chiamavano il piccolo Berlusconi perché anche lui aveva una tv, Telesud”. Dove, ogni volta  che veniva attaccato dalla stampa o sentiva aria di qualche indagine in corso si presentava in video e cominciava così: “Cari amici, volevo informarvi che ho ottenuto il contributo per la Chiesa, che arriveranno i soldi per il porto, ecc. Abitudine che D’Alì mantiene su facebook dove alcuni giorni fa ha postato una notizia importante per i suoi elettori: “Cari amici, vi comunico che farò sentire ancora di più la voce della Sicilia, dato che sono stato chiamato a far parte del comitato per la politica economica con Bondi, La Russa, Verdini, il ministro Tremonti, Cicchitto, Quagliariello, Gasparri, Bocchino”.    

LE CONDOGLIANZE    DI GUTTADAURO    

Picci accende la macchina del caffè. Nell’attesa estrae dalla borsa una busta trasparente.   Appoggia sul tavolo due telegrammi, li apre e con l’indice mostra il timbro di provenienza e la data: ufficio postale di Castelvetrano, 2 novembre 1983, intestati a dottor Antonio D’Alì Solina, corso Italia 108 Trapani: ‘Sentite condoglianze, Fam. Guttadauro Filippo’ e ‘Sentite condoglianze, famiglia Messina Denaro Francesco’. “Curioso eh?”.    Hanno inviato al marito le condoglianze per la morte di suo padre, poi Picci aggiunge con un sorriso ironico: “Spero che li abbia anche ringraziati”. Riprende a parlare dei Messina Denaro. Ricordi che inevitabilmente pesano, ma che si sfilano dalla memoria con la leggerezza di fatti che appartengono alla propria storia. “Nel 1988, sì, cinque anni dopo la vendita di Zangara, lessi sui giornali che Francesco Messina Denaro si era dato alla latitanza con l’accusa di essere il capomafia di Trapani. ‘Tonino, hai letto don Ciccio è un capomafia, ma tu lo sapevi?’, chiesi avvicinandomi a lui con il giornale in mano.      Risposta: ‘Antonietta cara, non lo sai i giornalisti come sono, devono pure scrivere qualcosa’. Don Ciccio era un uomo rispettato da tutti, anche dal prefetto di Milano, Amari, a cui faceva la raccolta delle olive”. Nonostante Francesco Messina Denaro fosse già stato sorvegliato speciale perché sospettato di numerosi fatti di mafia, che non potevano non essere noti, soprattutto a un prefetto della Repubblica, in aggiunta di Castelvetrano. “Era un uomo gentile, sua moglie Lorenza, un’ottima cuoca, faceva il pollo nel forno a legna come nessuno, una donna forte, i figli ne avevano soggezione. Matteo era un ragazzino vivace, occhi verdi trasparenti taglio orientale, molto bravo a scuola, che mi chiamava signora Antonietta. L’ultima volta che l’ho visto avrà avuto circa 20 anni, credo”. Cioè poco prima di diventare una delle più micidiali macchine da guerra di Cosa Nostra corleonese. A capo di una mafia che oggi ha dismesso la coppola, sostituito   la lupara con il kalashnikov, che sposta capitali da una parte all’altra del mondo, controlla i voti, indirizza il consenso grazie a politici conniventi, ma che continuaacomunicarecon i pizzini: “Tu sei migliore di me”, scrive Provenzano latitante e Matteo risponde: “Lei mi dice che io sono migliore di lei, io non sono migliore di lei  io sono come lei”.    “Siamo andati a Zangara finché Tonino, inaspettatamente, dopo aver appena impiantato una nuova vigna, decise di vendere il terreno”, continua riavvolgendo il nastro della memoria. “Finché c’è stato lui in campagna non è mai successo niente, poi da quando sono rimasta sola ho subito due attentati intimidatori che ho denunciato. Uno nel 2001, quando mi hanno rubato il gruppo elettrogeno dall’azienda agricola in contrada Fulgatore, facendo restare a secco il vigneto. Poi, dopo qualche   anno, le pecore dei mafiosi Agugliaro mi hanno mangiato tutto il frumento: ‘Cà cangiarono tutte cose da quando c’è lei e non c’è più u’ senature’, mi dissero. Ho saputo dai giornali che sono stati arrestati e condannati a 15 anni per tentato omicidio. Non è facile, lo so, anche gli investigatori mi consigliano di fare attenzione, ma che debbo fare, fino al 2015 devo pagare i debiti lasciatimi da mio marito per il vigneto che volle impiantare nell’azienda di papà. Adessol’ho estirpato e spero di poter affittare il terreno per il fotovoltaico. Forse non sembra, ma sono una donna forte, certe cose non le permetto”.    

MATRIMONIO CHE VA    MATRIMONIO CHE VIENE    

Tace. Il sorriso si spegne come se improvvisamente i ricordi fossero divenuti troppo dolorosi. Parla d’altro, degli ospiti che stanno per arrivare, dei fiori appena raccolti da sistemare nelle stanze. Si alza, entra in casa. Torna con il caffè. Racconta del pericolo sventato, almeno per ora, di vedersi annullare il matrimonio come richiesto dal marito, grazie   all’appoggio di Ninni Treppiedi, fratello del capo di gabinetto del senatore D’Alì quando era presidente della provincia di Trapani, segretario del vescovo Francesco Miccichè. “Inconsapevolezza dell’indissolubilità del matrimonio”, questa la motivazione. “Inconsapevolezza della indissolubilità del matrimonio!”, ripete con evidente dolore. Il senatore D’Alì, nel frattempo, si è sposato in un monastero sconsacrato. Testimoni di lui: l’ex ministro dell’Interno Pisanu e la moglie Annamaria. Testimoni di lei: Bruno Vespa e la moglie, il magistrato Augusta Iannini. Al fastoso ricevimento offerto dal sottosegretario all’Interno, a Palazzo Rospigliosi Pallavicini, con tanto di cassate e cannoli fatti arrivare dalla pasticceria Billè di Messina, come documentato da Il Tempo, c’erano proprio tutti: spiccavano Cuffaro, Dell’Utri, BoboCraxi, Schifani, Gasparri, La Loggia, Bonaiuti, Tassone, Bertolaso, Santanchè, Billè. “Era il 4 aprile del ‘99, eravamo andati alla Processione dei Misteri del Venerdì Santo, c’era anche Gianfranco Micciché. Io sono rientrata prima. Nel cuore della notte si accende la abatjour, sento la sua voce: “Me ne vado, amo un’altra donna”. Il giorno dopo era fuori casa, tre anni dopo eravamo già divorziati”. Divorzio conclusosi con una liquidazione per la moglie di 200 mila euro. “Poco importa se per vivere preparo marmellate e organizzo banchetti per   matrimoni, va bene così. Certo, avrei potuto chiedere un accertamento patrimoniale per sapere dove fossero finiti i 7 miliardi incassati dalla vendita della Banca Sicula, di cui possedevo azioni, avrei potuto chiedere spiegazioni sui conti a Montecarlo e se ricordo bene in Lichtenstein,ma non l’ho fatto anche per rispetto di mio figlio. Ma da quel giorno è come se fossi diventata trasparente. Il vescovo, che conoscevo bene essendo presidente dell’Unitalsi, andava a cena con lui e con quella che allora era la sua amante”. E la città guardava. “Ora che, invece, è la moglie–racconta la signora Picci–ci va a Lourdes con il cardinale Ruini a bordo dell’aereo del Vaticano”. La nuova signora D’Alì è Antonia Postorivo, 41 anni, calabrese di Roggiano Gravina, avvocato dello studio Previti, amica di JoleSantelli, sottosegretario alla Giustizia ai tempi di Castelli ministro. Habituè dei salotti romani, amica intima dell’avvocato Ghedini, ma anche di Micciché,che la presentò al senatore D’Alì. Per lei ha acquistato un prestigioso appartamento vicino a piazza Navona, che le ha intestato, oltre ad avere comperato una caserma della Guardia di finanza dismessa a Favignana, ristrutturata utilizzando per il trasporto dei materiali la motovedetta della polizia di Stato, come ci viene raccontato da più testimoni,anche chiamando gli agenti al termine del turno. Storie di ordinario potere in terra di Sicilia, ma non solo. 
(Il Fatto Quotidiano)  

  In alto a destra, un’immagine di Villa Pilati. In basso a destra, Maria Antonietta Aula (in piccolo); Antonio D’Alì e Marcello Dell’Utri. Qui sotto, Antonio D’Alì (FOTO ANSA)
 

 

  L’identikit di Matteo Messina Denaro, attuale capo di Cosa Nostra, latitante numero uno, il boss più spietato attualmente in circolazione (FOTO ANSA)
 

 

Tremonti e la Finanziaria che non c'e'...

24 Novembre 2009




I ministri del Governo Berlusconi sono sul piede di guerra per i tagli inflitti ai loro dicasteri. Urlano e strepitano contro il collega dell’Economia. In realtà, è tutta una pantomima, un’ipocrita gioco delle parti. Il bastone del comando ce l’ha in mano Giulio. E’ lui che apre e chiude i cordoni della borsa e tutto è già stato deciso. Agli altri non resta che fingere di essere indignati.
E’ avvilente dover constatare che la politica economico-finanziaria di questo Governo si riconferma essere solo una politica di tagli, che colpisce nel mucchio, senza andare a distinguere il grano dalla gramigna.
Si taglia sulla sicurezza. A fronte dei 3 miliardi di euro soffiati alle forze dell’ordine negli ultimi tre anni, si ridà loro 100 milioni, una colossale presa per i fondelli.
Si taglia sulla giustizia. In tre anni, hanno ridotto del 40 per cento le spese correnti, però di contro pretendono di fare i processi in sei anni.
Si taglia sulla scuola. In quattro anni hanno tagliato 7 miliardi e mezzo di euro, dimezzando i fondi per le università e la ricerca, però di contro parlano di merito e qualità
Le risorse messe in campo dal Governo in questa Finanziaria sono solo di 3 miliardi di euro. Il resto è affidato dal gettito che verrà, se verrà, dallo scudo fiscale. Di sgravi fiscali per i cittadini e le famiglie si parla eccome, anzi si fa solo quello, perché non c’è un soldo vero. Come e quanto sgravare dipenderà dall’andamento dello scudo fiscale, ovvero, da quanti soldi evasi rientreranno in Italia, grazie alla garanzia dell’anonimato e dell’impunità.
Con i soldi che forse verranno, quando e quanto non si sa, il Governo dice che farà di tutto, anzi di più. Rinnoverà il contratto del pubblico impiego, gli incentivi per il risparmio energetico, i fondi per l’Università, per le missioni all’estero, per diminuire le tasse sui lavoratori dipendenti e dei pensionati e la detassazione delle tredicesime. Tutte buone intenzioni, un po’ troppe forse, che, rimarranno tali, se il povero scudo non ce la farà, come è probabile, a coprire tutto. 
Del promesso taglio dell’Irap si è persa ogni traccia. Così come dello sblocco dei fondi per la ricerca, la detrazione fiscale per il risparmio energetico degli edifici, le misure fiscali a favore del lavoro chieste dai sindacati e, infine, le risorse per la sicurezza e la giustizia.
Una cosa colpisce, però, di questa Finanziaria. Tremonti taglia qualunque voce di spesa, paralizza l’attività legislativa del Parlamento perché le leggi in discussione non hanno copertura finanziaria, ignora le legittime esigenze di tante famiglie e delle imprese, ma trova i soldi per rifinanziare la legge Mancia, quel caravanserraglio di onorevoli prebende, con ben 50 milioni di euro. 
Alla faccia della finanziaria leggera e della gravità della situazione economica italiana. Noi non solo chiederemo, così come in passato, l’abolizione di questa scandalosa legge ma presenteremo la nostra Finanziaria che, con responsabilità e realismo, affronterà i reali problemi economici del Paese.

Postato da Massimo Donadi in | Commenti (38)

domenica 22 novembre 2009

Manine e manone....

    21/11/2009 

La questione è semplice. Se si mettono in vendita i beni sequestrati alla mafia, come questo governo vorrebbe per fare cassa e speriamo solo per questo, è davvero molto probabile che sia la mafia stessa a ricomprarseli. In qualche caso è certo, come racconta Maria Zegarelli nella lunga e documentata inchiesta a cui dedichiamo oggi la copertina e le prime pagine del giornale. Certo, è probabile che altri argomenti risultino più popolari: le sempre nuove rivelazioni di escort e di trans che vanno ormai in tv anche di domenica pomeriggio a rivelare i gusti sessuali degli potenti, ma a noi fin dal principio - lo ricorderete - ci è sembrato interessante chiederci chi e perché stesse lavorando nell'ombra dei ricatti: quali interessi, quali poteri, quali legami criminali ci fossero dietro l'ultima delle orrende storie italiane, quella che ora finisce con la morte (la seconda morte) di una delle comparse: il pusher, la trans. Anche stamani vi parliamo di questo: cosa nascondano quelle morti. Perché sono tante le mafie, non sono Cosa nostra. Emanuela Orlandi fu uccisa dalla banda della Magliana che rivoleva indietro i soldi prestati al Vaticano, sappiamo adesso. Sarà così? Quante altre manine e manone, quanti papelli, quanti pentiti servono ancora per avere a distanza di dieci e vent'anni uno spiraglio di luce su quel che è accaduto? E quanto tempo ci vorrà per capire qual che sta accadendo adesso, sotto i nostri occhi? Bisogna insistere, ogni giorno ripetere daccapo: la vita politica è sotto scacco, lo scriviamo da settimane e da mesi, in attesa delle rivelazioni di un pentito che potrebbe riannodare il filo delle indagini interrotte negli anni Novanta, le "vecchie storie" di cui parla il premier, i legami diretti tra la politica e la criminalità organizzata. Vedete che in grande scala o in scala ridotta sempre a questo si torna.

Dunque che segnale è, in un clima così, restituire a chi ha i denari e il potere per comprarli i beni sequestrati dopo anni di indagini e sentenze? Chiaro, no? Chiarissimo soprattutto per chi in quei luoghi vive e lavora, per chi prova a resistere. Don Ciotti batterà all'asta simbolicamente quei beni, su Libera è attiva una raccolta di firme. Ma si sa che gli appelli, ormai frequentissimi in questi disgraziato paese, da soli non bastano. Serve la politica, l'azione politica. Ecco che acquista un senso grande, dunque, l'interrogazione parlamentare firmata da politici di sinistra e di destra con l'eccezione della Lega (Walter Veltroni, il finiano Fabio Granata, Ferdinando Adornato dell'Udc, Leoluca Orlando dell'Idv, Angela Napoli, Pdl) che chiede conto di quel che stiamo dicendo: a chi giova? Così come rilevantissima è la raccolta di firme che in queste ore sta portando avanti Laura Garavini per far sottoscrivere anche ai deputati della maggioranza un emendamento soppressivo di quello votato al Senato: l'obiettivo è creare una convergenza per affossare l'emendamento-vergogna presentato da Saia. Non sarà facile ma è fondamentale averlo fatto, provare a farlo. Che si sappia che qualcuno lo sta facendo, che gli italiani siano informati. E che poi si tiri una riga e si dica chi sta con le mafie e chi contro: i nomi e i cognomi, adesso.
 Masaghepensu
(Ma se ci penso)

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Non criticatemi, cerco soltanto di passare il tempo e, mostrare il mio "indirizzo" politico (politica, la cosa più sporca che esista al Mondo).
Masaghepensu (Ma se ci penso)

appello fini travaglio


Lino Giusti,Luigi Morsello,Daniela,Botolo,Ramona,Andrea Camporese,Tapelon,Farfallaleggera,

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Non più giovane ma non (ancora)decrepito, sono soddisfatto della mia Vita e non domando altro

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