domenica 21 marzo 2010
Silvietto a Squola...
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mercoledì 13 gennaio 2010
Quando Schifani faceva l’autista.....
“IO, RENATO, TOTÒ CUFFARO E QUEGLI INCONTRI AL BAR” di Marco Lillo
Per capire chi è Massimo Ciancimino bisogna passeggiare con lui tra il Pantheon e piazza di Spagna, dove ha abitato con il padre quando don Vito era agli arresti domiciliari. Le migliori boutique, da Cenci a Car Shoe, se lo contendono. I vip e i politici, magari un po’ sfuggenti ora che è famoso, lo salutano. Nei ristoranti alla moda, come Maccheroni o Riccioli Caffè lo accolgono come un’autorità e lo abbracciano chiedendogli del piccolo Vito, il bambino che porta il nome del famigerato nonno sindaco mafioso e assessore all’urbanistica del sacco di Palermo.
Massimo Ciancimino, prima di essere arrestato nel 2006 con l’accusa di aver riciclato il tesoro del padre era un rampollo della “Palermo bene” che lo apprezzava proprio per le stesse ragioni per i quali i pm volevano arrestarlo. Nonostante il padre fosse stato condannato per mafia, gli avvocati in cerca di clienti e le belle figliole in cerca di sistemazione mormoravano al suo passaggio: “Il padre gli ha lasciato un patrimonio di centinaia di milioni di dollari in Canada”. Lui non faceva nulla per smentire la leggenda e parcheggiava il suo Ferrari sul molo per poi salire su un fuoribordo Itama 55 con il quale incrociava tra le Eolie e le Egadi. Democristiani e forzisti lo consideravano un amico. E ora lui sta riversando ai magistrati tutto quello che ha visto e sentito in tanti anni passati a cavallo tra mafia e politica. Davvero imperdibile il verbale del 22 dicembre scorso nel quale Ciancimino jr racconta ai pm come ha conosciuto Cuffaro e Schifani: “Nel 2001, avevo incontrato l’Onorevole Cuffaro a una festa elettorale.... poi mio padre mi ha ricordato che faceva l’autista all’ex ministro Calogero Mannino quando pure io accompagnavo mio padre alle riunioni. Poi ho ricollegato: quando accompagnavo mio padre dall’onorevole Salvo Lima (prima in rapporti con i boss e poi ucciso nel 1992 dalla mafia, secondo i pentiti Ndr) spesso rimanevamo io fuori dalla macchina e c’era Renato Schifani che guidava la macchina a La Loggia (non Enrico ma il vecchio Giuseppe, importante politico Dc eletto presidente della Regione Sicilia e poi deputato Ndr). Io rimanevo con mio padre e Cuffaro guidava la macchina a Mannino. Diciamo i tre autisti erano questi. Oggi ovviamente gli altri due hanno fatto ben altre carriere, io no. Andavamo a prendere cose al bar”. E poi la chiusa da attore consumato: “C’è chi è più fortunato nella vita!”. Non c’è da scandalizzarsi se, come ha raccontato Lirio Abbate, è stato proprio il figlio di don Vito a consigliare ad Angelino Alfano quando non era ancora ministro ed era ancora calvo, un professore in grado di restituirgli la chioma con un trapianto. Il fatto è che Massimo Ciancimino è simpatico e maledettamente sveglio. Con un padre padrone che dava ripetizioni a Provenzano al mattino e lo legava alla catena alla sera per frenare la sua irrequietezza, ha dovuto tirare fuori presto la sua personalità. Mentre il fratello più grande studiava per il concorso in magistratura (fallito all’orale), lui pensava a fare soldi. Quando lo arrestano aveva appena ceduto la quota ereditata dal padre nella società che si occupava della metanizzazione in Sicilia (con la benedizione dei boss). L’altra socia era la nuora di un procuratore antimafia. E molti politici di Forza Italia avevano ottenuto finanziamenti grazie a quella società. Dopo l’arresto tutti lo mollano. Il giovane Ciancimino si sente tradito e, dopo la condanna in primo grado, comincia a raccontare una parte di quello che sa. Si dice che la parte più interessante dei verbali sia ancora coperta da omissis. E che lì si parli anche di un certo Silvio Berlusconi.
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mercoledì 9 dicembre 2009
Dal druido all’imam - I PADANI PAGANI
di Beatrice Borromeo
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martedì 1 dicembre 2009
“LO SDOGANATORE DI DITTATORI” Prima Gheddafi, ora Lukashenko: Berlusconi e la ragion di business....
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lunedì 30 novembre 2009
A DOMANDA RISPONDO IN MEMORIA DELL’ANTIBERLUSCONISMO...
Caro Colombo, ancora una volta si risente il vecchio invito: “Abbassare i toni”. Questa volta lo dicono Nicola Mancino, vicepresidente del Csm – dunque una raccomandazione ai giudici – e Renato Schifani, presidente del Senato e, Dio non voglia, seconda carica dello Stato. Dunque una ammonizione a tutti gli italiani. Prima domanda: che cosa vuole dire, visto che in giro non c’è nessuno che grida? Seconda domanda: come si realizza il capolavoro che riesce sempre a far dire la stessa sorprendente frase da uno di qua e uno di là, purché siano voci autorevoli?
RISPOSTA alla prima domanda. La frase “adesso abbassiamo i toni” ha un significato molto diverso. Detta “di qua” (che vuol dire cultura estranea alla maggioranza governativa), vuol dire scegliere come strumento di opposizione, o comunque di differenziazione, la pazienza piuttosto che la resistenza. E’ una scelta legittima, ormai radicata nei quindici anni di egemonia berlusconiana, ma, occorre dire, una scelta sempre perdente. Tu taci. I cittadini non ti notano, e non ti votano. Essi governano. Detto “di là” (dalla parte della maggioranza di potere) significa “ragazzini lasciateci lavorare. Noi siamo i migliori, perché qualcuno dovrebbe farci perdere tempo?”. Come si vede, quando la raccomandazione è comune, i toni bassi sono una invocazione che deprime l’opposizione e dà autorevolezza a chi governa. Le frasi sono identiche ma il significato è opposto. E’ utile a una parte sola. Risposta alla seconda domanda.
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IL FATTOdi ieri 29 Novembre 1938.....nessun commento da parte mia...
“Art. 3 A qualsiasi ufficio od impiego nelle scuole di ogni ordine e grado, pubbliche e private, frequentate da alunni italiani, non possono essere ammessi alunni di razza ebraica…
Art. 4 Nelle scuole d’istruzione media frequentate da alunni italiani è vietata l’adozione di libri di testo di autori di razza ebraica. Il divieto si estende anche ai libri che siano frutto della collaborazione di più autori, uno dei quali sia di razza ebraica nonché alle opere che siano commentate o rivedute da persone di razza ebraica…
Art. 5 Per i fanciulli di razza ebraica sono istituite, a spese dello Stato, speciali sezioni di scuola elementare nelle località in cui il numero di essi non sia inferiore a dieci…
Art. 8 Dalla data di entrata in vigore del presente decreto i liberi docenti di razza ebraica decadono dall’abilitazione”.
di: Giovanna Gabrielli
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venerdì 27 novembre 2009
BANCHE E PROFITTI: QUANDO LA FINANZA SI MANGIA L’INDUSTRIA....
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MARRAZZO Chi lo voleva rovinare? .......
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giovedì 26 novembre 2009
Se questo è uno Stato...
È vero, Renato Schifani è stato l’avvocato di mafiosi patentati (o non ancora definiti tali) ma era la sua professione. E poi, i mafiosi qualcuno dovrà pure difenderli nelle aule di giustizia o no? E’ vero, Renato Schifani è stato l’avvocato di un costruttore palermitano poi risultato legato a Cosa Nostra, proprietario di un palazzone dove, forse non casualmente, andarono ad abitare alcuni tra i boss più sanguinari. Ma lui che c’entra con le questioni di condominio? Adesso esce fuori l’informativa Dia nella quale il pentito Gaspare Spatuzza sostiene di aver visto, nei primissimi anni Novanta, Renato Schifani, incontrare il boss Filippo Graviano. Sì, quello successivamente condannato all’ergastolo per le stragi mafiose del ’92-‘93 e per l’omicidio di don Puglisi. Legittimo che Renato Schifani difenda la sua onorabilità. Altrettanto legittimo domandarsi, serenamente, se questi suoi, diciamo così, agitati trascorsi professionali lo mettano nella condizione più adatta a esercitare le funzioni di presidente del Senato, che è poi la seconda carica dello Stato. Sappiamo che Schifani resterà tranquillamente al suo posto, circondato dalla calorosa solidarietà della maggioranza e forse anche di una parte dell’opposizione. Noi però quella domanda continueremo a farla, immaginando di vivere in un paese normale.
Ma è un paese normale quello nel quale la casta dei parlamentari si autoassolve regolarmente anche di fronte alle accuse più gravi e infamanti? Sempre ieri quello straordinario lavacro di ogni nequizia che è la Giunta per le autorizzazioni della Camera si è pronunciata contro la richiesta d’arresto dell’onorevole Cosentino indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il Pdl si è stretto attorno al sottosegretario mentre dall’opposizione si è levato alto il grido: che messaggio stiamo dando al paese? Ce lo chiediamo anche noi mentre giungono notizie sulla richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa di Totò Cuffaro, già presidente della regione Sicilia e serbatoio di voti dell’Udc. Il partito alfiere del nuovo centro ispirato ai valori della legalità e della famiglia.
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sabato 21 novembre 2009
Schifani e la mafia, il palazzo tace.....
Parliamo del presidente del Senato Renato Schifani. Del suo passato professionale si è occupato ieri questo giornale con l’incontrovertibile narrazione di Marco Lillo: storia di un legame professionale dell’avvocato siciliano con personaggi mafiosi che risale a quindici anni fa. Quella narrazione – che dovrebbe provocare scandalo – incontra però due serie obiezioni. La prima. Schifani è un avvocato. Tipico di un avvocato è difendere chi chiede difesa. La seconda. Quindici anni sono tanti. In quel lungo periodo di tempo l’avvocato Schifani è cresciuto in un modo, i suo vecchi clienti in un altro. Lui è diventato la seconda carica dello Stato. Loro, i difesi di allora, la prima fila della mafia.
Grazie al Cavalliere in quali mani ci siamo messi. La massima del Cav. è: se non son mafiosi non li voglio, perchè.? Tra delinquenti una via d'uscita sempre si trova, bisogna trovarla altrimenti......
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(Ma se ci penso)
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martedì 17 novembre 2009
Il ritorno de “L’odore dei soldi” ,,,Meditate Gente, meditate....
Torna in libreria, con tutti gli aggiornamenti rispetto agli ultimi processi e alle ultime sentenze, “L’odore dei soldi”, di Elio Veltri e Marco Travaglio (Editori Riuniti), il bestseller che nel 2001 ha venduto 350 mila copie, provocando, pochi mesi dopo, l’epurazione dalla Rai di Biagi, Santoro e Luttazzi. Pubblichiamo uno stralcio della prefazione.
Nelle prime due settimane “L’odore dei soldi” ha venduto 18 mila copie (merito anche di misteriosi personaggi che si presentano nelle librerie più in vista, come quella dell’aeroporto di Fiumicino, a fare incetta di tutte le copie disponibili, come mi viene riferito dal mio direttore di allora, Ezio Mauro, che l’ha saputo dall’editore Carlo De Benedetti). Della presentazione alla Camera, riferiscono soltanto la Lucca sul “Manifesto” e un articolo di “Liberazione”. Ma la recensione del Manifesto viene notata da Daniele Luttazzi, attore satirico che lavora per Raidue diretta da Carlo Freccero. Luttazzi si procura “L’odore dei soldi” e comincia a leggerlo. Resta colpito dall’ultima vera intervista di Paolo Borsellino prima di morire (rifiutata da tutti i tg Rai e trasmessa nottetempo da RaiNews24 il 19 settembre 2000), in cui il giudice antimafia parla di indagini sui rapporti fra Berlusconi, Marcello Dell’Utri e il cosiddetto “stalliere di Arcore”, il boss mafioso Vittorio Mangano.
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Lo Stato pappone di Berlusconi e Gheddafi...
17 novembre 2009
Lo Stato pappone di Berlusconi e Gheddafi
Ieri sera, a Roma, Gheddafi si è fatto portare da Berlusconi 200 ragazze, tutte rigorosamente sopra il metro e 70. Per non sbagliare, ha chiesto a uno che, modestamente, di ragazze se ne intende. Anzi trattandosi di Gheddafi, passatemi il gioco di parole, se ne intenda. Si vede che, a forza di parlare di fame nel mondo al vertice FAO, gli è venuta fame davvero...
P.s. La ricompensa per le zelanti aspiranti vergini era di 50€ al paio di gambe. Senza contare le spese per le vettovaglie e per il servizio, avere 200 bambole a cena è costato 10.000€. Diecimila euro buttati nel giorno del convegno mondiale della FAO sulla fame del mondo.
Chi li ha pagati? Su quale conto sono stati addebitati?
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mercoledì 11 novembre 2009
“Napoli è in guerra”.....
Roberto Saviano, conoscitore di camorra di fama mondiale e minacciato di morte egli stesso, a proposito delle scene dell’esecuzione in pieno giorno a Napoli per mano di un killer della camorra e del comportamento dei passanti.
Signor Saviano, un video sconvolge gli italiani. Si tratta delle immagini da poco pubblicate di un’esecuzione in centro Napoli davanti a un bar del quartiere Sanità. E dei passanti, che passano sopra al cadavere apparentemente indifferenti. Cosa ci dicono le immagini, che sono state riprese a maggio dalla telecamera di sicurezza di un negozio?
Sono un’anteprima. Per la prima volta nella storia ci sono riprese in cui si vede di fatto un’esecuzione della camorra. Immagini di sparatorie ce n’erano già, ovviamente anche di cadaveri, molte. Ma mai prima d’ora c’erano state riprese di un killer che va a compiere un’ esecuzione, documentata dal primo all’ultimo secondo dell’operazione. La magistratura ha conservato a lungo il video. Poichè però non si è riusciti a identificare l’assassino, nonostante il suo viso sia ben riconoscibile, ora si sono decisi a pubblicare le immagini.
Nella speranza che qualcuno si metta in contatto e che denunci l’assassino. Quant’è realistica questa speranza? Non è troppo grande la paura, il muro del silenzio non è troppo forte?
Io sogno che, diciamo, una ventina di abitanti di un caseggiato si rivolgano alla polizia, che vadano tutti insieme al commissariato – toc, toc, toc! In fondo però sogno la ribellione di un intero quartiere, di un’intera comunità di uomini che reagiscono insieme. Non solo un singolo, che si espone con il suo coraggio correndo così migliaia di pericoli. Se fossero in molti, una collettività, questo cambierebbe l’intera dinamica del conflitto. Questo darebbe nuova vita alla guerra alla camorra. Non possono certo uccidere con la loro vecchia logica gli abitanti di un intero quartiere, per vendicarsi.
Lei pensa che la sequenza video possa rappresentare una svolta?
Le immagini sono uno shock per l’Italia e per l’Europa, perchè comunemente non si ritiene possibile che una scena del genere si possa verificare nel centro di una grande città europea. Per i napoletani però il colpo alla testa, questo omicidio per regolare i conti tra due clan, è un classico. Chi non ha assistito al colpo di grazia se lo è fatto descrivere dalla gente che era lì. Il killer deve essere sicuro che la sua vittima non sopravviva, altrimenti si vede sottrarre alcuni compensi mensili oppure viene fatto arrestare. Deve, in un certo qual modo, riportare a casa la pelle della vittima, altrimenti si ritrova con dei problemi.
Immagini crude e brutali passano mediamente su tutti i canali. Per quale ragione queste scioccano più di altre?
Questa volta è la scena dell’azione in sè. L’autore dell’azione appare senza maschera, senza calza sulla testa, semplicemente così – l’assoluta normalità di una mattina di maggio a Napoli. Non passa su una moto, non scappa via, compie semplicemente la sua missione. Evidentemente non uccide per la prima volta. Si piega in avanti, spara alla sua vittima alla testa, si rialza e se ne va. Molto tranquillo, pacifico. Come un soldato. Questa è una guerra. Napoli è in guerra da trent’anni. I clan hanno i loro eserciti, soldato contro soldato.
I camorristi provano azioni di questo genere per restare calmi e tranquilli?
Non sono formati militarmente, non vanno sul campo e imparano là a sparare. Non imparano nemmeno a essere freddi. La loro vita è semplicemente così. Si dice loro solamente: “Vai lì e sparagli alla testa!”. E loro vanno e gli sparano alla testa. Recentemente mi è stata descritta una telefonata intercettata in cui si sente un killer del clan Licciardi di Scampìa (un noto quartiere di Napoli, N.d.R.). L’uomo si lamenta, dopo un omicidio del fatto che le sue scarpe nuove, appena comprate, sono piene di sangue. Deve buttarle via a causa delle macchie, si lagna. I camorristi non provano emozioni quando uccidono – zero emozioni.
E uccidono molto.
Sì, la camorra è quell’organizzazione in Europa che uccide di più – più dell’IRA, dell’ETA o della RAF di un tempo e delle Brigate Rosse. Nel mondo soltanto i narcotrafficanti messicani e colombiani, le bande di trafficanti uccidono più di frequente.
Nella seconda parte della sequenza di cinque minuti si vedono passanti che scavalcano il cadavere apparentemente indifferenti. Un padre con la sua bambina in braccio, che non copre nemeno gli occhi a sua figlia. Altri inciampano sulla vittima, la cui testa giace nel sangue e proseguono.
Questo è forse anche più degno di riflessione, più scioccante della stessa esecuzione. Io la definirei una tragica calma. L’inferno e’ diventato banale, la morte anche. La vita non ha piu’ valore. I passanti non si preoccupano dell’ingiustizia. Ciò che li preoccupa invece è la paura di fare un movimento sbagliato, un gesto sbagliato, con il quale potrebbero esporsi a un rischio e assumere una posizione. Se uno corre via, si identifica lui stesso come testimone. La calma è invece semplice autoprotezione. Per questo tutti fanno come se niente fosse successo, come se tutto fosse normale.
Perplessita’ soffocata.
Sì, istintivamente si chiamerebbe la polizia, si urlerebbe, si correrebbe. Qui niente. Qui si ha paura di esporsi. La sintassi della paura a Napoli è altra da quella di grandi città come Madrid o Londra. Questa non è una criminalità normale. La guerra ha un altro meccanismo, un’altra dialettica e un’altra dinamica. Se ci fosse stato lo stesso omicidio in centro Londra sono sicurissimo che lì la gente intorno avrebbe gridato, alcuni avrebbero forse ripreso la scena con il telefonino, la maggioranza sarebbe fuggita. A Napoli ogni gesto agitato è un segnale. Se testimoni casuali vengono interrogati su un omicidio per regolamento di conti tagliono sempre corto. Di recente un passante dopo un omicidio ha detto di aver perso la memoria, un altro di aver cercato assorto nei suoi pensieri la strada per la chiesa e di non aver visto e sentito niente.
Tutte le emittenti televisive italiane hanno mostrato le riprese. E nelle fasce di maggiore ascolto. Questo cambia qualcosa?
Sì, questo cambia la percezione generale della camorra. Trovo che la Procura della Repubblica abbia agito correttamente. Molti l’hanno criticata e hanno detto che le immagini sono brutali, specie per i bambini che guardano il notiziario. Io sono convinto del contrario. Le immagini sono importanti. E non sono brutali in senso classico, il sangue si vede appena. La cosa importante è che gli italiani abbiano visto per la prima volta come la camorra uccide, come questo sia quotidiano a Napoli, in una città in questo paese, come sia enormemente banale. Come se si trattasse di un incidente automobilistico di poco conto, di un danno alla carrozzeria.
L’omicidio aveva occupato titoli di giornale a maggio?
No, la maggior parte dei giornali italiani non hanno proprio riferito niente e i giornali regionali “Il Mattino” e “lI Corriere del Mezzogiorno” avevano comunicato la morte di Mariano Bacio Terracino solo brevemente, un paio di righe. Non è un fatto che crea stupore, ci sono molte morti. Adesso però mezzo mondo ha visto le immagini dell’esecuzione. Queste immagini sono più potenti di qualsiasi reality show.
Cosa porta questo al suo lavoro?
Mi aiuta molto. Forse per un po’ non mi si dirà più: “esageri”.
E’ accaduto spesso?
Continuamente. Lo sento dire quasi sempre. L’argomento va così: “Se è tutto così brutto, come tu lo descrivi, perchè allora a nessuno prima di te è venuto in mente di scrivere sull’argomento?”. Io non sono stato il primo. Ma la maggior parte delle opere è stata scritta da specialisti per altri esperti, per giudici e e sociologi. Il mio libro ha raggiunto moltissime persone, questa è la sola differenza. E questo a molti non va.
Com’è stato accolto il suo libro “Gomorra” a Napoli?
Da Napoli ricevo soprattutto rimproveri. Mi si offende come quello che sputa nel piatto in cui mangia. Mi si critica di fare soldi alle spalle della camorra. Sulle prime ci sono rimasto male. Ora ci rido su.
[ traduzione di ItaliaDallEstero.info ]
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