mercoledì 18 novembre 2009
venerdì 13 novembre 2009
Le tre vite di Margherita ...un pizzico di Storia contemporanea.....
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Masaghepensu
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martedì 10 novembre 2009
Nuovo ordine mondiale......il nome mi ricorda....qualcosa di circa 60 anni fa, "nuovo" come "ordine......".
09/11/2009
FRANCO FRATTINI*, SERGHEI LAVROV**
All’indomani della caduta del muro di Berlino, vent’anni fa. Due nuovi concetti si affacciarono nell’agenda euro-atlantica e internazionale: la «casa comune europea» ed il «nuovo ordine mondiale». Due concetti, ancora incompiuti, e comunque tra loro complementari. Un nuovo ordine mondiale, basato sull’interdipendenza e la cooperazione per la soluzione dei problemi comuni, non può fare a meno di una «Grande Europa» dall’Atlantico a Vladivostok. Soltanto una tale Europa, con una visione globale ed obiettivi condivisi da tutti, può essere in grado di garantire stabilità sul nostro continente. Quanto lontani siamo oggi dalla realizzazione di questo progetto, che era stata già annunciato nel pieno della guerra fredda da Charles de Gaulle?
Negli ultimi due decenni ha iniziato ad affermarsi in Europa - anche se ancora fragile - la consapevolezza che il mantenimento delle linee di divisione sul continente europeo compromette la sicurezza di tutti; è stato allontanato il pericolo di una guerra nucleare e di qualsiasi «grande» guerra; è stato chiuso il triste capitolo delle guerre balcaniche ed stato superato, pur restando alcune differenze, l’effetto negativo sulla situazione europea della crisi caucasica dell’estate dell’anno scorso. Molto è stato fatto anche per rafforzare il carattere strategico dei rapporti tra la Russia e l’Unione Europea, anche sul piano istituzionale. Nel 1996 la Russia ha concluso l’Accordo di Partenariato e collaborazione con l’Ue; nel 2004 Russia ed Unione Europea hanno raggiunto un’intesa per dar vita a quattro «spazi comuni». L’Ue è oggi il principale partner economico della Russia. Ciò vale anche per il settore, strategico, dell’energia, sebbene resti da completare la creazione di un sistema moderno di sicurezza energetica che garantisca l’equilibrio degli interessi dei Paesi produttori, degli Stati di transito e dei Paesi consumatori di risorse energetiche, come fu concordato dai leader del G8 al vertice di San Pietroburgo. È stata strutturata la collaborazione tra la Russia e l’Alleanza Atlantica grazie al Consiglio Nato-Russia, creato a Pratica di Mare nel 2002.
È molto, oppure poco? Non è poco, ma non è neppure sufficiente. La caduta del muro di Berlino ha dato il via al processo di emancipazione dei rapporti internazionali dai precedenti schemi di confrontazione ideologica. Bisogna tuttavia riconoscere che non vi è stata una risposta adeguata a livello politico. La collaborazione paneuropea nella sfera politica non ha ancora compiuto quel salto di qualità, adeguato alle nuove sfide e minacce. Eppure oggi, di fronte alle «nuove minacce» del nostro secolo - dal terrorismo alla proliferazione nucleare, al crimine internazionale, al degrado ambientale, all’energia, fino ai problemi della stabilità economico-finanziaria - c’è sempre più bisogno di una forte e coesa partnership politica nello spazio paneuropeo. In altre parole, il «nuovo ordine mondiale» ha bisogno della «casa comune europea».
Crediamo che per costruire questa «casa comune» occorra porsi le seguenti priorità.
In primo luogo, il rilancio politico del rapporto tra la Nato e la Russia sulla base di una partnership reale e tenendo conto degli interessi di sicurezza reciproca. In secondo luogo, la definizione, nel quadro del negoziato in corso, di un nuovo accordo tra Unione Europea e Russia, per dar luogo a un partenariato strategico non solo economico, ma anche politico. Infine, la creazione di una nuova architettura di sicurezza europea che stiamo già discutendo in varie sedi europee. Una tale architettura potrebbe avvalersi delle sinergie tra le diverse istituzioni e organizzazioni esistenti nello spazio paneuropeo (l’Osce, la Nato, l’Ue, la Csi, l’Oasc), ispirandosi alla comunanza di interessi e alla necessità di una sempre più stretta cooperazione tra l’Unione Europea, Stati Uniti e Russia. C’è insomma bisogno di rafforzare e tradurre in pratica quei principi contenuti nell’Atto di Helsinki, nell’acquis dell’Osce e nella Dichiarazione di Pratica di Mare sul Consiglio Nato-Russia. Ciò consentirebbe di creare uno spazio comune di sicurezza nell’intera regione euro-atlantica sulla base di una nuova visione condivisa della realtà odierna. Apprezziamo i contributi finora dati o che saranno dati dai protagonisti del processo paneuropeo per raggiungere questo obiettivo. Oggi tutti noi dobbiamo assumerci una responsabilità comune per garantire la sicurezza globale nella sua moderna declinazione.
La prossima entrata in vigore del Trattato di Lisbona, come pure il raggiungimento di una nuova qualità delle relazioni russo-americane, aprono nuove opportunità per i rapporti euro-atlantici che non devono essere perse. La posta in gioco è il futuro dell’intera nostra regione e il suo ruolo nel sistema internazionale del XXI secolo, sempre più complesso e plurale, e dove vogliamo che la diversità diventi un valore aggiunto e fattore di stabilità e di sviluppo anziché di scontro.
*Ministro degli Esteri italiano
**Ministro degli Esteri russo
(La Stampa-Torino)
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Ecco le mire del puttin e del suo compagnon berlusconnì. Alla caduta del Muro di Berlino, Stati che si trovavano sotto il giogo comunista, diventarono liberi. Ora, il berlusconnì, nano mafioso puttaniere corruttore e utilizzatore finale vuol portare l'Europa intera nel nuovo comunismo che comunismo non è....dice " lui" .
Masaghepensu
(Ma se ci penso)
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Masaghepensu
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12:25:00 AM
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Labels: Storia quasi recente, stupidità macroscopica, Tirannia
domenica 8 novembre 2009
Il Muro. Quel giorno che cambiò la storia.....
di Paolo Soldini
Lo stillicidio dei passaggi attraverso la cortina di ferro diventata cortina di burro per volontà dei riformisti ungheresi è durato tutta l’estate. Ma adesso arriva il colpo grosso, e Kohl lo sa. Mentre parla dal palco, le tv iniziano a trasmettere in diretta il Grande Esodo notturno: migliaia di Trabant che entrano in Austria, birra che scorre, gente che grida, applaude, si abbraccia.
E allora, al diavolo la Cdu, si parte. Brema, Colonia, Francoforte, Norimberga, Ratisbona, Linz. A Neusiedl si incrociano i primi convogli di Trabant strombazzanti e di pullman. In quell’alba ebbra di sogni e di sonno perduto, dev’esserci anche Gero R., che anni dopo mi racconterà la sua, di fuga, dal quartiere di Pankow (Berlino est) a Wedding (Berlino ovest), da dove potrà vedere la sua vecchia casa nell’altro mondo semplicemente affacciandosi dalla terrazza della zia. Fuga da Berlino a Berlino, aggirando il confine di cemento più duro che la Storia e la politica hanno alzato separando quartiere da quartiere, strada da strada, e sentimenti, e affetti, e memorie. Vite.
La seconda immagine è la sera del 30 settembre a Praga. Nel giardino dell’ambasciata della Repubblica federale sono accalcati 6-7 mila mila tedeschi orientali che sperano in una soluzione «all’ungherese». Altre migliaia sono fuori, nei prati, guardati da poliziotti incerti. Ma Praga non è Budapest. Il confine, qui, è ancora di ferro. Per giorni ha piovuto e il fango tira via le scarpe dai piedi. C’è il rischio di epidemie, un bambino è morto per il freddo. Può succedere qualsiasi cosa. A un certo punto, sul balcone compare Hans-Dietrich Genscher, il ministro degli Esteri di Bonn. Barcolla. Riesce a dire: «Compatrioti, per ciò che riguarda il vostro espatrio...», poi è un’esplosione di gioia e ogni altra parola diventa inutile.
In una complicatissima partita diplomatica Genscher ha strappato l’espatrio per 17 mila cittadini dell’est. Berlino vuole però che i treni dei profughi transitino sul loro territorio. Errore fatale: il passaggio dei convogli diventa una specie di enorme corteo politico. A ogni stazione, manifestazioni di dissenso, tentativi di salire in massa sui vagoni, scontri.
Terzo fotogramma. Berlino, 7 ottobre. La capitale vive giorni intensi. In città c’è Gorbaciov. L’hanno invitato per il 40° anniversario della Ddr. Ma per i tedeschi stanchi del regime il leader del Pcus è un portatore di speranze, un simbolo. Verso sera la polizia chiude la Unter der Linden all’altezza del Palast der Republik, l’orribile manufatto voluto da Honecker, dove la nomenklatura è radunata per la cerimonia. Un uomo anziano non ci sta. Agita il bastone. «Sono malato, debbo tornare a casa. Che diritto avete di chiudere le strade?». Gli agenti sono perplessi: mai vista una tale insubordinazione. Si apre un varco e il vecchietto passa, guidando col suo bastone una specie di un piccolo corteo.
La polizia, in nottata, picchierà duro alla Getsemanikirche, lontano dagli occhi dei giornalisti occidentali. Ma qui, davanti al Tempio del Potere, hanno ceduto: la Ddr è alla fine. Gorbaciov, il giorno prima, l’aveva detto: «Chi arriva tardi viene punito dalla vita», ma i leader della Ddr sono sordi. La sera, i giovani della Fdj, l’organizzazione della Sed, sfilano in un corteo un po’ sinistro fino alla Porta di Brandeburgo. Ma quando la manifestazione si scioglie, le «camicie blu» sciamano per il centro, gridando «Gorby, Gorby». Tra dieci giorni Honecker sarà esautorato, tra meno di un mese crollerà il governo: la Storia sta prendendo la rincorsa.
Quarto fermo immagine. L’espressione di Günter Schabowski mentre legge le «nuove disposizioni» che sanciscono la transitabilità del Muro. Quella sera del 9 novembre è stata raccontata mille volte, come prologo alla wahnsinnige Nacht, la notte folle che la seguì. C’è chi sostiene che l’annuncio sia stato un gigantesco fraintendimento, una sopraffina astuzia della Storia contro il Potere, e chi invece ritiene che si sia trattato di una commedia per recuperare in extremis un po’ di consenso. In una recente intervista, Riccardo Ehrman, il giornalista dell’Ansa che rivolse al portavoce del politburo la fatidica domanda sulla «transitabilità», ha ammesso di essere stato «imbeccato»: ma chi ricorda gli occhi spaesati di Schabowski ha buoni motivi per dubitare del «complotto riformatore».
Schabowski tira fuori dalla tasca un foglietto che qualcuno gli ha dato, legge le «nuove disposizioni» con l’aria di uno studente insicuro. Quando arriva la seconda domanda («la possibilità per i cittadini della Ddr di attraversare il confine riguarda anche il Muro?»), appare disperato. «Beh, il confine dentro Berlino è parte del confine della Repubblica, quindi...». Quindi il Muro diventa un confine normale, transitabile, come tutti i confini del mondo. «E quando entreranno in vigore le nuove disposizioni?» «Ab sofort»: da subito. Il Muro c’è ancora, ma è come se fosse già caduto. Da questo momento in poi le immagini si accavallano.
Verso le 22.30 gruppi sempre più numerosi si muovono verso i sette varchi di confine sul Muro. Un’ora dopo, sulla Bornholmerstrasse, la folla è già tanta che non c’è modo di avvicinarsi e allora funziona solo il passaparola. «Hanno aperto, hanno aperto». «Fanno uscire solo chi ha il passaporto». «No, ora si passa tutti». Arrivano birre e bottiglie di Rotkäppchen, l’orrido champagne made in Ddr. Ci si abbraccia fra sconosciuti, si ride e si piange. Ora sì, è certo: dopo 28 anni, 2 mesi e 26 giorni, il Muro di Berlino è stato aperto. Cambia per sempre la vita dei berlinesi e dell’Europa. Davanti alla sbarra alzata a Borholmerstrasse, un Volkspolizist partecipa nel suo piccolo al Grande Disordine che lo sta travolgendo: accetta un fiore e accende una sigaretta.
La Ddr c’è ancora e già non c’è più. Alla Porta di Brandeburgo i più giovani si stanno già issando sul Muro e sta arrivando Rostropovic, bandito da tutti i paesi dell’est. Trarrà dal suo violoncello note gioiose e poi tristi, «perché ora siamo felici, ma dobbiamo ricordarci che il Muro è stato dolore, separazione, morte». All’alba, i 75 mila berlinesi dell’est che hanno fatto almeno una scappata «drüben», dall’altra parte, tornano a casa e si mettono a letto. È venerdì: si lavora.
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Masaghepensu
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