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mercoledì 9 dicembre 2009

TRASMISSIONI ITALIANE - LA MAFIA E BERLUSCONI: 25 ANNI DOPO DICONO LE STESSE COSE....

  di Loris Mazzetti
  È il momento del senatore Marcello Dell’Utri, non solo per la sua presenza nelle aule dei tribunali, ma soprattutto per le apparizioni in tv, dove difendersi è un po’ più facile soprattutto quando il salotto è accogliente e amico come quello di “Porta a porta”. Sono rimasto attratto dal titolo della trasmissione: “Appesi ad un killer pentito” e dalla presentazione fatta da BrunoVespa che, dopo aver raccontato l’onorata carriera di Gaspare Spatuzza (40 omicidi e 7 stragi), si è chiesto: “…ci si può ricordare, 16 anni dopo, di aver sentito, 16 anni prima, da un’altra   persona che il senatore Dell’Utri insieme a quello di Canale 5, Silvio Berlusconi, che stavano per fondare un partito, che erano già i nuovi referenti della mafia?”. Se questo è l’inizio, mi sono detto, “il vestitino su misura”, va visto. Chi erano i giornalisti ospiti della trasmissione? Travaglio, Bolzoni, Gomez, Lodato, La Licata, Abbate? No, loro se ne occupano quotidianamente e qualche domanda inopportuna avrebbero potuto farla, meglio l’onnipresente Belpietro e il garantista Sansonetti. Poi, in difesa Fabrizio Cicchitto, in attacco Andrea Orlando (responsabile Giustizia del Pd), troppo perbene, non in grado di praticare il gioco duro . Tutti gli argomenti sono stati toccati: l’attendibilità dei pentiti; la necessità di modificare la legge   che li gestisce; la testimonianza di Spatuzza (devastante per la politica interna e per l’opinione pubblica internazionale); il comportamento anomalo della stampa che interferisce e condiziona il lavoro della magistratura, ecc. Premesso che alle parole dei pentiti devono sempre corrispondere fatti, a “Porta a porta” si è capito che, quando questi smettono di parlare della mafia di strada e fanno nomi eccellenti, immediatamente scattano i pregiudizi: Spatuzza è attendibile quando racconta dell’attentato di via D’Amelio, invece, quando parla di Dell’Utri e Berlusconi, no. Lo fa per uscire dal carcere, per avere una nuova vita, un lavoro per sé e la famiglia e anche un volto nuovo. Vespa si è ben guardato dal citare le frasi che recentemente il Cavaliere ha detto contro certi giornalisti e scrittori che scrivono di criminalità organizzata, in particolare gli autori della “Piovra”, che “dovrebbero essere strozzati perché hanno fatto conoscere nel mondo la mafia”. Il conduttore ha fatto rimpiangere la Rai del lontano 1984, purtroppo scomparsa, che faceva discutere tutta l’Italia, in famiglia, dentro i bar, nelle piazze. La “Piovra”, una fiction che ebbe la forza di mettere sotto accusa l’alta società siciliana, avvocati, banchieri e politici, parlò del riciclaggio di denaro sporco fatto dalle banche, di traffici di droga che solo con la trasformazione dell’eroina portava nelle casse della mafia circa 800 miliardi di lire. La criminalità organizzata venne raccontata non più come un fenomeno solo locale ma nazionale   , se non addirittura internazionale. In occasione dell’ultima puntata, il 19 marzo 1984 (15 milioni di telespettatori), Alberto La Volpe, giornalista del Tg1, realizzò uno speciale dal titolo “La mafia dal film alla realtà”. In studio con lui, oltre al regista Damiani, rappresentanti delle forze dell’ordine, del Csm, della politica, più vari collegamenti. Il momento più interessante fu quando le telecamere entrarono, per la prima volta, in uno dei luoghi della Palermo bene: il circolo sportivo “Lauria”, pieno di imprenditori, professionisti, rappresentanti della vecchia nobiltà, dell’economia e della finanza. Nel circolo “Lauria”, nel 1982, avvenne il debutto in società del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, da poco nominato prefetto di Palermo.      I soci in diretta tv, 25 anni prima, pronunciarono le stesse parole di Berlusconi. Fatto sconvolgente e significativo allo stesso tempo. Questo fatto è la dimostrazione che da allora nulla è cambiato. In particolare l’avvocato Paolo Seminara, presidente dei penalisti di Palermo e difensore di mafiosi, disse: “La letteratura ha creato un’atmosfera di sospetto nel rapporto tra il processo e il difensore”. E a proposito dell’esistenza del terzo livello della mafia, composto da insospettabili, aggiunse: “Il terzo livello si legge in una letteratura giornalistica che produce riflessi nell’ambito giudiziario. Una tesi che per me è soltanto il frutto di scelte politiche ideologiche che non hanno corrispettivo nella nostra società. L’illecito esiste dappertutto, se verrà scoperto sarà un caso isolato e non può essere generalizzato e teorizzato”. I giudici Falcone e Borsellino, come ha ricordato recentemente il procuratore Gian Carlo Caselli, che oggi sono ricordati come eroi, qualche anno prima della loro morte stavano per sconfiggere la mafia, nel momento in cui cominciarono ad occuparsi del sindaco di Palermo Vito Ciancimino, di Salvo Lima, dei fratelli Costanzo (i costruttori di Catania), dei cugini Salvo, cioè di mafia e politica, mafia e affari,   mafia e istituzioni, iniziarono i guai perché furono lasciati soli. “Nessuno come me ha fatto tanto contro la mafia”, ha detto Berlusconi. Nel frattempo, in Procura a Palermo, non c’è la carta per le fotocopie e si ricicla quella usata da Falcone per gli ordini di servizio. Gli arresti di questi giorni dimostrano l’impegno delle forze dell’ordine e della magistratura, il governo, invece, cosa fa? (Il Fatto Quotidiano del 09 Dic. 2009)

mercoledì 2 dicembre 2009

COMPROMESSO MONDADORI...


  Per ora Fininvest non pagherà, ma Cir ottiene una fideiussione che la soddisfa. Ecco le strategie

  di Antonella Mascali
  Tregua giudiziaria tra la Fininvest e la Cir: l’azienda di Berlusconi può continuare a non pagare i 750 milioni che deve alla società di Carlo De Ben-detti, per lo scippo della Mondadori. Il maxi risarcimento è stato stabilito dalla sentenza di condanna, emessa in primo grado, dal giudice del Tribunale civile di Milano, Raimondo Mesiano. Ieri, davanti alla Seconda Corte d’appello, la corazzata di avvocati e consulenti Fininvest, capitanata dall’ex giudice della Consulta, Romano Vaccarella, ha tirato fuori una proposta per non sborsare quei soldi, che non sono bruscolini neppure per Berlusconi. All’inizio dell’udienza, a porte chiuse, il presidente Luigi De Ruggiero ha chiesto alle parti di verificare se ci fossero le condizioni per un accordo sulla sospensiva dell’esecutività della pena e   la difesa Fininvest ha proposto la concessione di una fideiussione bancaria per l’intera somma, cioè di una garanzia per la Cir di riscuotere (in caso di conferma di condanna del Biscione) i soldi dovuti, compresi gli interessi. Pausa dell’udienza. L’altra corazzata di legali e periti, quella della Cir, con in testa gli avvocati Elisa Rubini e Vincenzo Roppo, sono usciti dall’aula senza dire una parola ai giornalisti che li assediavano, si sono infilati in un corridoio, hanno confabulato per una decina di minuti e sono rientrati. Hanno fatto sapere che in linea generale sono disposti a non avviare la procedura, laboriosa, per incassare il risarcimento, ma in cambio hanno chiesto certezza sulla brevità dei tempi di una sentenza nel merito della causa civile, cosa che ha detto di volere anche la difesa Fininvest. I giudici De Ruggiero, Walter Saresella e Cristina Pozzetti si   sono impegnati a pronunciarsi sulla conferma o meno della sentenza Mesiano, entro il 2010 e hanno già fissato per il 23 febbraio la prima udienza di merito. Se avessero dovuto seguire il calendario naturale delle cause assegnate alla Seconda Corte d’appello civile, quella Fininvest contro Cir sarebbe stata fissata nei primi mesi del 2012, cioè due anni dopo. Ma il 22 dicembre prossimo le parti torneranno davanti ai      giudici perché la Cir si è riservata di accettare questa intesa temporanea (come ha specificato in un comunicato), solo dopo aver letto il deposito e le modalità di fideiussione. Per la Fininvest, una sospensiva temporanea del risarcimento era stata decisa   il 27 ottobre scorso, dall’altro presidente di sezione, Giacomo Deodato, in vista dell’udienza di ieri. La soluzione tampone della fideiussione, però, non è piaciuta per nulla a Fedele Confalonieri. Il presidente di Mediaset   si è lamentato dopo un incontro all’Università Cattolica di Milano: “È una cosa che comunque sia danneggia la Fininvest, che non ha più la libertà che aveva prima sotto il profilo finanziario. La fideiussione è una garanzia e la garanzia costa, blocca la capacità di credito per quella cifra”. Per quanto riguarda le ripercussioni su Mediaset, Confalonieri ha detto che la questione è un po’ diversa “perché Fininvest possiede meno del 40 per cento. Comunque danneggia”. Ma il professor Vaccarella, al termine dell’udienza aveva spiegato, con toni forti, che la concessione della fideiussione è l’unico modo per “evitare uno spargimento di sangue, che non è utile in questo momento. A noi – ha concluso – interessa una decisione sollecita e questo interesse ce l’ha anche la Cir. La Corte è disponibile e preferiamo giocare a bocce ferme”.  

  Il presidente della III sezione della Corte d’Appello di Milano Silocchi legge la sentenza Mondadori: un anno e 6 mesi per Previti, Acampora e Pacifico e due anni e 8 mesi per l’ex giudice Metta (FOTO ANSA)



martedì 1 dicembre 2009

SCENDILETTA di Marco Travaglio....

L’elettore del Pd, si sa, è nato per soffrire. Ma non è dato sapere quale peccato mortale, o addirittura originale, debba espiare per meritarsi questo martirio quotidiano. Martedì scorso è costretto a sorbirsi a Ballarò le elucubrazioni di Luciano Violante, responsabile Istituzioni del Pd: i processi a Berlusconi creano un conflitto insanabile fra “democrazia e legalità”, ergo bisogna regalargli uno scudo costituzionale in cambio del ritiro del “processo breve” (così il Cavaliere eviterà di andare a sbattere con l’ennesima legge incostituzionale e godrà di un’impunità a prova di bomba, prevista addirittura in Costituzione). I cinque giorni di silenzio di Bersani fanno ben sperare il povero elettore. Invece domenica, intervistato da Repubblica, Bersani sposa la linea Violante: “Il governo ritiri il provvedimento che cancella i processi e si apra un confronto parlamentare a partire dalla bozza Violante… In quel contesto si possono affrontare anche le questioni del rapporto sistemico tra esecutivo, Parlamento e magistratura. Il problema della magistratura c’è e non ha trovato un punto di equilibrio in tutti questi anni”. La legge è uguale per tutti, un bel guaio, occorre rimediare.   Quanto al NoBDay di sabato, bontà sua, Bersani autorizza “militanti e dirigenti” a partecipare. Magari mascherati da Arlecchino, Brighella e Colombina. Intanto il premier accusa i magistrati di volere la “guerra civile” e Napolitano zittisce i magistrati. Violante, demolito da Barbara Spinelli sulla Stampa, risponde che, “mentre tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”, qualcuno è più uguale degli altri: “Gli eletti alle massime cariche dello Stato possono essere esentati dalla responsabilità penale o, in modo assoluto, per determinati reati, o, a tempo, sino a quando rivestono una carica politica. E’ la prevalenza del principio democratico sul principio di legalità”. Siccome nessuno chiama l’ambulanza per portarlo via, l’elettore comincia a domandarsi che differenza passi fra Pdl e Pd, a parte la elle. La risposta la dà ieri il vicesegretario Pd Enrico Letta al Corriere della Sera. L’organo dell’inciucio, che spende un capitale per reclamizzare la propria indipendenza mentre pubblica editoriali degni del Giornale e del Predellino, chiede per la penna di Sergio Romano una nuova “forma di immunità” per Berlusconi. Le accuse di mafia sembrano (a Sergio e a Silvio) “poco plausibili” e tanto basta: chissenefrega se sono vere o false. Mettiamoci una pietra sopra e lasciamoci governare da un possibile amico della mafia visto che “ha una consistente maggioranza”. Anziché domandare a Romano se gli capiti mai di arrossire mentre scrive certe scempiaggini, il piccolo Letta dice che “il grido d’allarme di Romano è condivisibile” e che “mai le forze politiche sono state tanto vicine a un’intesa sul merito delle riforme” con il noto statista che accusa i giudici di “guerra civile”. Dopodiché il Lettino giura che il Pd si guarda bene dal “cercare scorciatoie per far cadere il governo e liberarsi di un Berlusconi che non è un ‘ingombro’”. Quella è roba da oppositori e lui, modestamente, non lo nacque. Poi spiega che, dopo un colloquio al Quirinale con Bersani e Napolitano, “il Pd non opporrà obiezioni al ricorso al legittimo impedimento”. Anzi, dice Enrico scavalcando lo zio Gianni, “consideriamo legittimo che, come ogni imputato, Berlusconi si difenda nel processo e dal processo”. Insomma “l’opposizione si attiene a quanto detto dal capo dello Stato”. Notiziona: il Pd delega a Napolitano la guida dell’opposizione e, dopo averlo incontrato, autorizza il premier a fuggire illegalmente dai processi “come ogni imputato” (è noto infatti che ogni imputato, tipo i marocchini imputati di spaccio di hashish, possono sottrarsi alle udienze, impegnati come sono a Dubai o al Consiglio dei ministri). A questo punto ben si comprende la riluttanza dei vertici Pd a partecipare al NoBDay. Gli elettori potrebbero riconoscerli.  

giovedì 26 novembre 2009

IL FATTO POLITICO Le rese dei conti....



  di Stefano Feltri
 
L’ipotesi di elezioni anticipate è scomparsa da ogni orizzonte, ma le tensioni dentro la maggioranza sembrano molto maggiori rispetto a qualche giorno fa, quando Silvio Berlusconi sembrava così tentato dal voto da suggerire a Renato Schifani di invocare le elezioni in caso di uno sfaldamento della maggioranza. Ricapitolando le ultime: lo scontro tra le due anime del Pdl in economia è sempre più forte. Ieri la guerra tra Giulio Tremonti e Renato Brunetta, ormai anche su un piano personale, ha assunto nuovi toni, con il ministro della Funzione pubblica che ricorda a tutti che il collega dell’Economia non è un economista (poi cerca di ridimensionare, spigando che non c’era polemica). E alla fine del percorso parlamentare   della Finanziaria sarà chiaro chi ha vinto: il rigore di Tremonti o la voglia di misure che sostengano la ripresa di Brunetta e del senatore Mario Baldassarri.    Poi c’è Gianfranco Fini. Il presidente della Camera è già impegnato su un test delicato, quello della candidatura di Nicola Cosentino alla guida della Campania a cui si è opposto. C’è la vicenda – secondaria ma non troppo – della contrarietà alla norma che permette di mettere all’asta i beni confiscati ai mafiosi (battaglia affidata al deputato finiano Fabio Granata) e la nuova tensione con la Lega di Umberto Bossi seguita al discorso sull’insulto (“stronzi”) da rivolgere a chi tiene comportamenti razzisti con gli immigrati. E da ieri un altro impegno: no   a una Finanziaria blindata in cui tutte le modifiche sono in un maxiemendamento impossibile da discutere in parlamento perché protetto da un voto di fiducia.    Tutti questi nodi verranno sciolti entro poche settimane. E visto che gli impegni presi dai diversi soggetti in campo sono espliciti e verificabili, comincia a circolare l’impressione che presto si arriverà a una verifica. Tremonti può accettare una Finanziaria diversa da quella che ha progettato da ministro delle Finanze? E Fini, come reagirebbe se alla fine il maxiemendamento blindato ci fosse? E se Cosentino alla fine si   candidasse, visto che ieri la giunta della Camera ha respinto la richiesta di arresto per le presunte continguità con la Camorra? Lo si capirà in tempi molto brevi.

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Ma guarda che bel casino..madama Dorè...ma guarda che bel casinoooo....E che altro si può dire...!?   
  Masaghepensu  
(Ma se ci penso)


Se questo è uno Stato...


Il Fatto Quotidiano | Antonio Padellaro  
26 novembre 2009

È vero, Renato Schifani è stato l’avvocato di mafiosi patentati (o non ancora definiti tali) ma era la sua professione. E poi, i mafiosi qualcuno dovrà pure difenderli nelle aule di giustizia o no? E’ vero, Renato Schifani è stato l’avvocato di un costruttore palermitano poi risultato legato a Cosa Nostra, proprietario di un palazzone dove, forse non casualmente, andarono ad abitare alcuni tra i boss più sanguinari. Ma lui che c’entra con le questioni di condominio? Adesso esce fuori l’informativa Dia nella quale il pentito Gaspare Spatuzza sostiene di aver visto, nei primissimi anni Novanta, Renato Schifani, incontrare il boss Filippo Graviano. Sì, quello successivamente condannato all’ergastolo per le stragi mafiose del ’92-‘93 e per l’omicidio di don Puglisi. Legittimo che Renato Schifani difenda la sua onorabilità. Altrettanto legittimo domandarsi, serenamente, se questi suoi, diciamo così, agitati trascorsi professionali lo mettano nella condizione più adatta a esercitare le funzioni di presidente del Senato, che è poi la seconda carica dello Stato. Sappiamo che Schifani resterà tranquillamente al suo posto, circondato dalla calorosa solidarietà della maggioranza e forse anche di una parte dell’opposizione. Noi però quella domanda continueremo a farla, immaginando di vivere in un paese normale.

Ma è un paese normale quello nel quale la casta dei parlamentari si autoassolve regolarmente anche di fronte alle accuse più gravi e infamanti? Sempre ieri quello straordinario lavacro di ogni nequizia che è la Giunta per le autorizzazioni della Camera si è pronunciata contro la richiesta d’arresto dell’onorevole Cosentino indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il Pdl si è stretto attorno al sottosegretario mentre dall’opposizione si è levato alto il grido: che messaggio stiamo dando al paese? Ce lo chiediamo anche noi mentre giungono notizie sulla richiesta di rinvio a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa di Totò Cuffaro, già presidente della regione Sicilia e serbatoio di voti dell’Udc. Il partito alfiere del nuovo centro ispirato ai valori della legalità e della famiglia. 


Ho già scritto ieri, sull'argomento un mio pensiero, sul momento non ricordo brnr su quale Blog, su questo o sull'altro di Splinder. Sono tutti mafiosi in questo governo e, è logico, si proteggano l'uno con l'altro. Tutt'altro che giusto, ma comprensibile, se cade il primo "birillo" è assai facile che tutti gli altri lo seguino. Un cordiale saluto a chi, per caso, leggerà questi Post.
Ma se ci penso

mercoledì 25 novembre 2009

STORIE SICILIANE E DI DENARO...

  

ANTONIO D’ALÌ
  DA BANCA SICULA AL GOVERNO
     Antonio D’Alì Solina, nato a Trapani nel 1952, laureato in Giurisprudenza a Roma, proprietario delle saline, della Banca Sicula (primo istituto bancario privato presieduta dallo zio che faceva parte della P2 di Gelli), poi ceduta alla Comit, su cui indagò il vicequestore di Mazzara del Vallo, Calogero Germanà, scampato nel 1992 ai kalashnikov di Bagarella, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano. Banca in cui era funzionario Salvatore Messina Denaro, arrestato nel 1998, fratello del capo di Cosa Nostra Matteo. Dalle indagini risulterebbe che i 7 miliardi provenienti dalla vendita della Banca siano finiti in una finanziaria con sede nel Lichtenstein. Senatore dal 1994, è stato sottosegretario all’Interno: “Berlusconi mi ha affidato l’incarico e non ho potuto rifiutare”. Incarico non riconfermatogli, come sono in molti a sostenere, a causa delle innumerevoli informative di polizia sul suo conto pervenute al vaglio del ministro dell’Interno Maroni. Ex presidente della provincia di Trapani. Ideatore della Vuitton Cup, preliminari della America’s Cup, oggi presiede la Commissione Ambiente del Senato ed è membro del comitato per la politica economica del Pdl. Da sottosegretario all’Interno, nel 2004, si sarebbe personalmente attivato per ottenere, invano, il trasferimento del capo della Squadra Mobile di Trapani. Oltre ad essere indagato per il trasferimento da Trapani del Prefetto Sodano, oppostosi alla vendita della Calcestruzzi Ericina del boss Virga all’imprenditore di cemento Vincenzo Mannina (arrestato, condannato a 6 anni per mafia, indagini sulla America’s Cup), che a verbale dice: “Sono certo che il mio allontanamento da Trapani è stato voluto da D’Alì che in prefettura mi prese in disparte e, con tono di rimprovero, mi disse: ‘Ma che mi combina? Mi dicono che con la sua attività sta alterando il libero mercato!’ Quando fu nominato sottosegretario mi invitò a pranzo e mi disse che da lui dipendeva la nomina e il trasferimento del prefetto e del questore della città”. Inoltre il boss Francesco Pace, (condannato per questo a 20 anni per associazione mafiosa) ha riferito che per il trasferimento del prefetto Sodano si era rivolto a un politico, tacendone il nome.  (da Il Fatto Quotidiano)


Parla Maria Antonietta Aula, ex moglie di Antonio D’Alì La politica nella terra di Cosa nostra      Quella che vi stiamo raccontando è una storia siciliana. È la storia della signora Maria Antonietta Aula, ex moglie di un uomo di punta di Forza Italia, fin dalla sua nascita, il senatore del Pdl, Antonio D’Alì, ex sottosegretario all’Interno, oggi presidente della Commissione Ambiente. Una storia che narra come il senatore D’Alì, rappresentante di spicco del governo Berlusconi, non abbia mai sentito il dovere di spiegare legami, seppure antichi, con   boss di spicco, come il latitante Matteo Messina Denaro, condannato all’ergastolo per le stragi del 93, oggi a capo di Cosa Nostra. Ne emerge un racconto appassionato, lacerante, malinconico, libero dal giudizio che pure porta con sé. Un racconto che abbiamo scritto, che le abbiamo riletto al telefono, ottenendo la sua approvazione. Il giorno prima della pubblicazione, mentre aspettavamo, come da accordo preso, l’invio di una sua foto, riceviamo una e-mail in cui ci comunicava di aver cambiato idea e spiegava che il “rileggere una pagina ormai voltata della storia della mia vita mi ha fatto molto male e pertanto sono, oggi come mai, convinta di non volere più tornare su queste vicende”. Uno stato d’animo comprensibile ma non sufficiente per non pubblicare l’intervista, non per mancanza di sensibilità, o di rispetto, ma per un principio elementare di giornalismo.

  di Sandra Amurri
  
GIRA E RIGIRA tra le mani quei biglietti Maria Antonietta Aula. Una signora alta e bionda con gli occhi celesti e una cortesia d’altri tempi a delinearne i tratti. Famiglia della borghesia trapanese, è stata dall’età di 24 anni, per oltre vent’anni, la moglie del senatore del Pdl Antonio D’Alì, presidente della Commissione Ambiente, ex sottosegretario all’Interno, proprietario della Banca Sicula, poi ceduta alla Comit. La signora Aula è una donna che fatica ancora a rendersi conto di ciò che è scivolato davanti ai suoi occhi lasciando domande senza risposta. Risposte che non cessa di avere, visto che ci si dimentica solo di ciò che si chiede perché è poco importante, ma che, a tratti, vorrebbe smettere di cercare per liberarsi di un tempo ormai perduto. “Li ho ritrovati mettendo a posto le carte” dice mostrando i biglietti. “Congratulazioni. Francesco Messina Denaro e famiglia”.    Un cognome che fa sobbalzare. Francesco Messina Denaro, capomafia di Castelvetrano, trovato morto nel ‘98 nelle campagne durante la latitanza, cadavere che la moglie, davanti   allo sguardo attonito dei poliziotti, coprì con la sua pelliccia di Astrakan. Francesco era il padre di Matteo, attuale capo di Cosa Nostra, latitante da 16 anni, condannato all’ergastolo per le stragi del ‘93. I Messina Denaro erano i campieri della famiglia D’Alì, nella tenuta di contrada Zangara. Terreno venduto da Antonio D’Alì al gioielliere di Castelvetrano, Francesco Geraci, prestanome di Totò Riina, che andò a riprendere i soldi nella Banca Sicula dei D’Alì per restituirli a Matteo Messina Denaro, come lui stesso raccontò una volta diventato collaboratore di giustizia, dopo essere stato condannato per mafia. Oggi su quel terreno, confiscato, Libera produce olio.    

IL REGALO DI NOZZE    DI MESSINA DENARO    

“Non lo avevo mai visto, non c’era accanto al vassoio d’argento massiccio, costato sicuramente oltre un milione, che Tonino portò a casa mia per esporlo accanto agli altri regali di matrimonio”, racconta. Divorziata da sei anni. A 55anni,MariaAntoniettaAula, Picci per gli amici, è una donna che non ha conti in sospeso con l’ex marito, né vendette da consumare. Solo ora quel luogo della memoria, sospeso tra passato e presente che l’ha avvolta per molti anni, è divenuto il tempo della parola che non ha mai voluto affidare ai tanti giornalisti che le hanno chiesto un’intervista, anche per timore di finire nel solito clichè della moglie tradita, abbandonata, assetata di vendetta.    “Gliel’ho restituito il vassoio dei Messina Denaro quando se n’è andato via. Non lo voleva, l’ha preso dopo aver insistito, in fondo era roba sua; perché  sarebbe dovuto restare a casa mia?”spiega davanti ad una tazza di caffè caldo, marmellata di arance fatta da lei, sedute nel parco di Villa Pilati.   Un’antica dimora seicentesca, trasformata in bed and breakfast, immersa nella natura, tra palme secolari, agrumeti, cascate di bougainvillea in fiore, che si affaccia sul mare di Bonagia, a pochi chilometri da Trapani. “La mia forza è mio figlio che vive e lavora a Londra, un ragazzo sensibile che si è fatto da solo senza mai chiedere nulla a nessuno. Ne sono molto fiera”. Il senatore D’Alì, non è un mistero, è un uomo che usa il potere di cui dispone con la scioltezza con cui una vecchina snocciola tra le dita il rosario. La signora Aula, che il potere “fa sorridere” ma la infastidisce quando diventa ostentazione, snocciola, invece, una litania di fatti, tutti documentati, che      raccontano come la politica e gli uomini delle istituzioni, non solo in Sicilia, convivano, con grande disinvoltura, senza suscitare alcuno scandalo, con la cosiddetta normalità mafiosa, che contribuisce a rendere la mafia “eterna”, restando sempre dentro quel circuito vizioso che confonde vittime e carnefici.    Quando D’Alì era sottosegretario all’Interno, il PM AndreaTarondo, che indagava su di lui, da una conversazione intercettata apprese che un poliziotto che aveva fatto parte della sua scorta, poi, affidato a quella di D’Alì, aveva inviato un fax, dalla questura di Trapani, all’insaputa del questore Pinzello, al ministero della Giustizia, su richiesta del sottosegretario del Pdl, in cui affermava che il pm “sparlava” di D’Alì. Il ministro Castelli aprì un’indagine. Il pm, convocato dal procuratore generale, dimostrò l’infondatezza dell’accusa ma al poliziotto non successe nulla.In seguito il poliziotto tornò a far parte della scorta del pm che informò di quanto accaduto il nuovo questore Gualtieri e il poliziotto venne destinato ad altro incarico. In seguito, si scoprì che la moglie del poliziotto gestisce il bed and breakfast “Le Vele” nel palazzo di proprietà di D’Alì, dove il poliziotto si recava con l’auto di servizio, durante   l’orario di lavoro.    “Questo, invece, è firmato Filippo e Rosalia Guttadauro, ma il loro regalo non ce l’ho presente; forse Tonino non l’ha esposto, oppure l’ha fatto senza dirmi di chi fosse”, continua a raccontare la signora Picci mentre sfoglia la rubrica dove il marito registrava tutti i regali ricevuti. Alla lettera G esclama: “Non c’è! Che strano, eppure il biglietto è qui! Ricordo molto bene il matrimonio di Rosalia e Filippo Guttadauro alla Favorita di Marsala, più di 700 gli invitati.La mamma della sposa,la signora Lorenza Messina Denaro in cappello, una sfilza di doppiopetti rigati, musica e fiumi di champagne Cristall. C’erano Cuffaro, Dell’Utri, Mannino”. Rosalia è la sorella maggiore di Matteo Messina Denaro. Suo marito, Filippo Guttadauro, medico di Bagheria, è il referente di Matteo Messina Denaro per la provincia di Palermo, si interessava alle sorti politiche di Cuffaro. Ora è in carcere, condannato a 16 anni. “Con me a fare la spesa veniva sempre Patrizia, la sorella più piccola. Matteo da bambino l’ho tenuto sulle ginocchia, erano i figli di don Ciccio, che abitava nella casa a fianco alla nostra a Zangara, dove ci trasferivamo per la vendemmia” dice mentre continua a sfogliare la rubrica.“Ma questa è la mia scrittura!”, esclama indicando il foglio alla lettera M. Legge ad   alta voce: “Francesco Messina Denaro, grande centro argento consegnato 12-11-2000. Non lo ricordavo, l’ho scritto io quando gliel’ho restituito.    Si alza seguita dai due inseparabili Shih-Tzu, Trillo e Gelsomina. Va in ufficio. Torna poco dopo tenendo in mano due fogli. Una riga di inchiostro nero li divide verticalmente: Aula e D’Alì, carta intestata Antonio D’Alì Solina, Trapani. Scritto a penna: “Nota per l’assegnazione dei regali di nozze in base alla provenienza degli stessi; a seguire i rispettivi regali ricevuti per ordine alfabetico”. “Anche qui mancano quelli di Guttadauro e Messina Denaro, mah!”, sospira. “Difficilmente rispondeva alle mie domande”. Le parole, come scrive Simone de Beauvoir, smuovono le coscienze, agitano gli animi, fissano il pensiero, insomma restano, è meglio non rischiare.    

TELEGRAMMA    DAL CARCERE    

“Restava zitto come quella volta, quando gli consegnò il telegramma inviatogli da Franco Virga: ‘Auguri, tu ti diverti e io sto qua rinchiuso’.   Era dicembre del 1998, stavamo partendo per andare a trascorrere il Capodanno a Sharm el Sheik con il senatore del Pdl Domenico Contestabile e la sua fidanzata. Restai fulminata. Ma chi è questo, perché manda gli auguri a te, gli chiesi”. Franco Virga, figlio di Vincenzo Virga, capomafia di Trapani, arrestato dopo anni di latitanza, quando inviò quel telegramma era in carcere da due anni con una condanna a 9 anni per associazione mafiosa. Virga è il boss a cui Dell’Utri, presidente di Publitalia, si rivolse affinché chiedesse il pizzo per una sponsorizzazione a Vincenzo Garaffa, presidente della Pallacanestro. Come da sentenza di primo grado del tribunale di Milano, che condanna Dell’Utri per estorsione, reato derubricato in   appello in minacce: “Abbiamo uomini e mezzi che la possono convincere a cambiare opinione”, disse Dell’Utri a Garaffa che si rifiutava di pagare la mazzetta.    “A volte, invece, mi diceva: ‘Antonietta, cara, tu vedi troppi film di mafia’. Non sbagliava, in effetti a ripensarci ora, quando vidi “la Piovra”, forse esagero ma era come se  sul video vedessi scorrere la mia vita. Ricordo che durante la campagna elettorale nel 1994, occasione in cui conobbi l’avvocato Dotti e la Ariosto, non feci altro che girare in macchina   per la città con l’imbianchino per coprire le scritte sui muri:D’Alì mafioso,D’Alì e i 40 ladroni. Gli dicevo: ma perché non reagisci sui giornali? Faceva spallucce, come diciamo noi”. Risultato: D’Alì ottenne 54 mila preferenze. Ma non la sua: “Io non ho mai votato Forza Italia e lui lo sapeva, forse per questo sentiva di non potersi completamente fidare di me. In effetti non condividevamo molto, cominciando dalla scelta, del tutto inaspettata, 
comunicatami quando era già avvenuta, di candidarsi nel ‘94 con Forza Italia su richiesta di Micciché. Ma la venuta di Berlusconi, quella proprio non me la posso scordare.    Regionali del ‘96. Fu nostro ospite. Arrivò preceduto da 7 bauli su ruote pieni di abiti e camicie e dalla fedele Marinella Brambilla, che al mattino lo truccava con tanto di quel cerone che dovetti buttare le federe e la sera lo struccava usando quintali di clinex. La sede dei Ds di fronte casa era tappezzata di bandiere rosse in segno di sfida. Tonino era in ansia, continuava a ripetermi di andare a dirgli di toglierle, mentre Berlusconi, quando le vide, andò a suonare il campanello e disse: ‘Grazie per l’accoglienza, siete davvero gentili’. Capii che era un grande comunicatore,   capace di ribaltare situazioni a lui sfavorevoli. Ricevetti in anticipo la lista delle cose proibite e di quelle indispensabili: pesce senza spine, perché il presidente temeva di soffocare, bagnoschiuma esclusivamente al limone, teli da bagno bianchi da avvolgere attorno alla vita, latte di mandorle   fatto in casa da bere al mattino ecc. Organizzai una cena per circa 150 persone, c’erano tutti: La Loggia, Schifani, Micciché. Prima di ripartire mi chiese come avrebbe potuto ricambiare a tanta gentilezza e io gli risposi: doni all’Unitalsi, di cui allora ero presidente, un pulmino per il trasporto dei malati. ‘Per tanto poco, signora, sarà fatto’. Del pulmino neppure l’ombra. Una sera di   dicembre del ‘96 squilla il telefono di casa: era Berlusconi. Chiamava per invitarci nel suo palco con Veronica alla Prima della Scala. Gli risposi: ‘Presidente, cosa farà mio marito non lo so, io non verrò’. ‘E perché mai signora?’. ‘Perché attendevo da lei una risposta dovuta perché promessa’. Senza neppure chiedermi a cosa mi   riferissi, rispose: ‘Va bene buonasera e riattaccò’. Quando lo raccontai a Tonino, mi rimproverò duramente. A Trapani, Tonino lo chiamavano il piccolo Berlusconi perché anche lui aveva una tv, Telesud”. Dove, ogni volta  che veniva attaccato dalla stampa o sentiva aria di qualche indagine in corso si presentava in video e cominciava così: “Cari amici, volevo informarvi che ho ottenuto il contributo per la Chiesa, che arriveranno i soldi per il porto, ecc. Abitudine che D’Alì mantiene su facebook dove alcuni giorni fa ha postato una notizia importante per i suoi elettori: “Cari amici, vi comunico che farò sentire ancora di più la voce della Sicilia, dato che sono stato chiamato a far parte del comitato per la politica economica con Bondi, La Russa, Verdini, il ministro Tremonti, Cicchitto, Quagliariello, Gasparri, Bocchino”.    

LE CONDOGLIANZE    DI GUTTADAURO    

Picci accende la macchina del caffè. Nell’attesa estrae dalla borsa una busta trasparente.   Appoggia sul tavolo due telegrammi, li apre e con l’indice mostra il timbro di provenienza e la data: ufficio postale di Castelvetrano, 2 novembre 1983, intestati a dottor Antonio D’Alì Solina, corso Italia 108 Trapani: ‘Sentite condoglianze, Fam. Guttadauro Filippo’ e ‘Sentite condoglianze, famiglia Messina Denaro Francesco’. “Curioso eh?”.    Hanno inviato al marito le condoglianze per la morte di suo padre, poi Picci aggiunge con un sorriso ironico: “Spero che li abbia anche ringraziati”. Riprende a parlare dei Messina Denaro. Ricordi che inevitabilmente pesano, ma che si sfilano dalla memoria con la leggerezza di fatti che appartengono alla propria storia. “Nel 1988, sì, cinque anni dopo la vendita di Zangara, lessi sui giornali che Francesco Messina Denaro si era dato alla latitanza con l’accusa di essere il capomafia di Trapani. ‘Tonino, hai letto don Ciccio è un capomafia, ma tu lo sapevi?’, chiesi avvicinandomi a lui con il giornale in mano.      Risposta: ‘Antonietta cara, non lo sai i giornalisti come sono, devono pure scrivere qualcosa’. Don Ciccio era un uomo rispettato da tutti, anche dal prefetto di Milano, Amari, a cui faceva la raccolta delle olive”. Nonostante Francesco Messina Denaro fosse già stato sorvegliato speciale perché sospettato di numerosi fatti di mafia, che non potevano non essere noti, soprattutto a un prefetto della Repubblica, in aggiunta di Castelvetrano. “Era un uomo gentile, sua moglie Lorenza, un’ottima cuoca, faceva il pollo nel forno a legna come nessuno, una donna forte, i figli ne avevano soggezione. Matteo era un ragazzino vivace, occhi verdi trasparenti taglio orientale, molto bravo a scuola, che mi chiamava signora Antonietta. L’ultima volta che l’ho visto avrà avuto circa 20 anni, credo”. Cioè poco prima di diventare una delle più micidiali macchine da guerra di Cosa Nostra corleonese. A capo di una mafia che oggi ha dismesso la coppola, sostituito   la lupara con il kalashnikov, che sposta capitali da una parte all’altra del mondo, controlla i voti, indirizza il consenso grazie a politici conniventi, ma che continuaacomunicarecon i pizzini: “Tu sei migliore di me”, scrive Provenzano latitante e Matteo risponde: “Lei mi dice che io sono migliore di lei, io non sono migliore di lei  io sono come lei”.    “Siamo andati a Zangara finché Tonino, inaspettatamente, dopo aver appena impiantato una nuova vigna, decise di vendere il terreno”, continua riavvolgendo il nastro della memoria. “Finché c’è stato lui in campagna non è mai successo niente, poi da quando sono rimasta sola ho subito due attentati intimidatori che ho denunciato. Uno nel 2001, quando mi hanno rubato il gruppo elettrogeno dall’azienda agricola in contrada Fulgatore, facendo restare a secco il vigneto. Poi, dopo qualche   anno, le pecore dei mafiosi Agugliaro mi hanno mangiato tutto il frumento: ‘Cà cangiarono tutte cose da quando c’è lei e non c’è più u’ senature’, mi dissero. Ho saputo dai giornali che sono stati arrestati e condannati a 15 anni per tentato omicidio. Non è facile, lo so, anche gli investigatori mi consigliano di fare attenzione, ma che debbo fare, fino al 2015 devo pagare i debiti lasciatimi da mio marito per il vigneto che volle impiantare nell’azienda di papà. Adessol’ho estirpato e spero di poter affittare il terreno per il fotovoltaico. Forse non sembra, ma sono una donna forte, certe cose non le permetto”.    

MATRIMONIO CHE VA    MATRIMONIO CHE VIENE    

Tace. Il sorriso si spegne come se improvvisamente i ricordi fossero divenuti troppo dolorosi. Parla d’altro, degli ospiti che stanno per arrivare, dei fiori appena raccolti da sistemare nelle stanze. Si alza, entra in casa. Torna con il caffè. Racconta del pericolo sventato, almeno per ora, di vedersi annullare il matrimonio come richiesto dal marito, grazie   all’appoggio di Ninni Treppiedi, fratello del capo di gabinetto del senatore D’Alì quando era presidente della provincia di Trapani, segretario del vescovo Francesco Miccichè. “Inconsapevolezza dell’indissolubilità del matrimonio”, questa la motivazione. “Inconsapevolezza della indissolubilità del matrimonio!”, ripete con evidente dolore. Il senatore D’Alì, nel frattempo, si è sposato in un monastero sconsacrato. Testimoni di lui: l’ex ministro dell’Interno Pisanu e la moglie Annamaria. Testimoni di lei: Bruno Vespa e la moglie, il magistrato Augusta Iannini. Al fastoso ricevimento offerto dal sottosegretario all’Interno, a Palazzo Rospigliosi Pallavicini, con tanto di cassate e cannoli fatti arrivare dalla pasticceria Billè di Messina, come documentato da Il Tempo, c’erano proprio tutti: spiccavano Cuffaro, Dell’Utri, BoboCraxi, Schifani, Gasparri, La Loggia, Bonaiuti, Tassone, Bertolaso, Santanchè, Billè. “Era il 4 aprile del ‘99, eravamo andati alla Processione dei Misteri del Venerdì Santo, c’era anche Gianfranco Micciché. Io sono rientrata prima. Nel cuore della notte si accende la abatjour, sento la sua voce: “Me ne vado, amo un’altra donna”. Il giorno dopo era fuori casa, tre anni dopo eravamo già divorziati”. Divorzio conclusosi con una liquidazione per la moglie di 200 mila euro. “Poco importa se per vivere preparo marmellate e organizzo banchetti per   matrimoni, va bene così. Certo, avrei potuto chiedere un accertamento patrimoniale per sapere dove fossero finiti i 7 miliardi incassati dalla vendita della Banca Sicula, di cui possedevo azioni, avrei potuto chiedere spiegazioni sui conti a Montecarlo e se ricordo bene in Lichtenstein,ma non l’ho fatto anche per rispetto di mio figlio. Ma da quel giorno è come se fossi diventata trasparente. Il vescovo, che conoscevo bene essendo presidente dell’Unitalsi, andava a cena con lui e con quella che allora era la sua amante”. E la città guardava. “Ora che, invece, è la moglie–racconta la signora Picci–ci va a Lourdes con il cardinale Ruini a bordo dell’aereo del Vaticano”. La nuova signora D’Alì è Antonia Postorivo, 41 anni, calabrese di Roggiano Gravina, avvocato dello studio Previti, amica di JoleSantelli, sottosegretario alla Giustizia ai tempi di Castelli ministro. Habituè dei salotti romani, amica intima dell’avvocato Ghedini, ma anche di Micciché,che la presentò al senatore D’Alì. Per lei ha acquistato un prestigioso appartamento vicino a piazza Navona, che le ha intestato, oltre ad avere comperato una caserma della Guardia di finanza dismessa a Favignana, ristrutturata utilizzando per il trasporto dei materiali la motovedetta della polizia di Stato, come ci viene raccontato da più testimoni,anche chiamando gli agenti al termine del turno. Storie di ordinario potere in terra di Sicilia, ma non solo. 
(Il Fatto Quotidiano)  

  In alto a destra, un’immagine di Villa Pilati. In basso a destra, Maria Antonietta Aula (in piccolo); Antonio D’Alì e Marcello Dell’Utri. Qui sotto, Antonio D’Alì (FOTO ANSA)
 

 

  L’identikit di Matteo Messina Denaro, attuale capo di Cosa Nostra, latitante numero uno, il boss più spietato attualmente in circolazione (FOTO ANSA)
 

 

domenica 22 novembre 2009

Manine e manone....

    21/11/2009 

La questione è semplice. Se si mettono in vendita i beni sequestrati alla mafia, come questo governo vorrebbe per fare cassa e speriamo solo per questo, è davvero molto probabile che sia la mafia stessa a ricomprarseli. In qualche caso è certo, come racconta Maria Zegarelli nella lunga e documentata inchiesta a cui dedichiamo oggi la copertina e le prime pagine del giornale. Certo, è probabile che altri argomenti risultino più popolari: le sempre nuove rivelazioni di escort e di trans che vanno ormai in tv anche di domenica pomeriggio a rivelare i gusti sessuali degli potenti, ma a noi fin dal principio - lo ricorderete - ci è sembrato interessante chiederci chi e perché stesse lavorando nell'ombra dei ricatti: quali interessi, quali poteri, quali legami criminali ci fossero dietro l'ultima delle orrende storie italiane, quella che ora finisce con la morte (la seconda morte) di una delle comparse: il pusher, la trans. Anche stamani vi parliamo di questo: cosa nascondano quelle morti. Perché sono tante le mafie, non sono Cosa nostra. Emanuela Orlandi fu uccisa dalla banda della Magliana che rivoleva indietro i soldi prestati al Vaticano, sappiamo adesso. Sarà così? Quante altre manine e manone, quanti papelli, quanti pentiti servono ancora per avere a distanza di dieci e vent'anni uno spiraglio di luce su quel che è accaduto? E quanto tempo ci vorrà per capire qual che sta accadendo adesso, sotto i nostri occhi? Bisogna insistere, ogni giorno ripetere daccapo: la vita politica è sotto scacco, lo scriviamo da settimane e da mesi, in attesa delle rivelazioni di un pentito che potrebbe riannodare il filo delle indagini interrotte negli anni Novanta, le "vecchie storie" di cui parla il premier, i legami diretti tra la politica e la criminalità organizzata. Vedete che in grande scala o in scala ridotta sempre a questo si torna.

Dunque che segnale è, in un clima così, restituire a chi ha i denari e il potere per comprarli i beni sequestrati dopo anni di indagini e sentenze? Chiaro, no? Chiarissimo soprattutto per chi in quei luoghi vive e lavora, per chi prova a resistere. Don Ciotti batterà all'asta simbolicamente quei beni, su Libera è attiva una raccolta di firme. Ma si sa che gli appelli, ormai frequentissimi in questi disgraziato paese, da soli non bastano. Serve la politica, l'azione politica. Ecco che acquista un senso grande, dunque, l'interrogazione parlamentare firmata da politici di sinistra e di destra con l'eccezione della Lega (Walter Veltroni, il finiano Fabio Granata, Ferdinando Adornato dell'Udc, Leoluca Orlando dell'Idv, Angela Napoli, Pdl) che chiede conto di quel che stiamo dicendo: a chi giova? Così come rilevantissima è la raccolta di firme che in queste ore sta portando avanti Laura Garavini per far sottoscrivere anche ai deputati della maggioranza un emendamento soppressivo di quello votato al Senato: l'obiettivo è creare una convergenza per affossare l'emendamento-vergogna presentato da Saia. Non sarà facile ma è fondamentale averlo fatto, provare a farlo. Che si sappia che qualcuno lo sta facendo, che gli italiani siano informati. E che poi si tiri una riga e si dica chi sta con le mafie e chi contro: i nomi e i cognomi, adesso.
 Masaghepensu
(Ma se ci penso)

sabato 21 novembre 2009

L'ultimo giallo di Brenda I pm: «Si indaga per omicidio»....

ITAGLIA....

di Mariagrazia Gerina














Le valige pronte. Il borsone, con i panni, da cui si sono sprigionate le fiamme, proprio dietro la porta. E sul soppalco, che, nel minuscolo appartamento, faceva da zona letto, il corpo di Brenda, l’altra trans che Piero Marrazzo frequentava prima dello scandalo: interamente nuda e annerita dal fumo. Riversa in terra, vicina al materasso, con accanto una bottiglia di whisky. Nessuna traccia di bruciatura su di lei o di violenza. Nessuna presenza di liquido infiammabile. Le fiamme che hanno in parte bruciato il materasso non hanno avuto né il tempo né la forza di arrivare fino a lei. Un incendio modestissimo. Le finestre erano chiuse, sigillate, e nei sedici metri quadri seminterrati in cui Brenda è morta, l’ossigeno era troppo poco anche per alimentarlo. Chiusa anche la porta, a doppia mandata. Se qualcuno, appiccato il fuoco, ha lasciato l’appartamento, lo ha fatto chiudendosi dietro la porta con le chiavi.

Polizia e magistratura indagano per omicidio volontario. E il movente potrebbe essere nel computer che gli inquirenti hanno trovato gettato nel lavello, con il rubinetto aperto e l’acqua che continuava a scorrere. Lì dentro potrebbe esserci ancora traccia del secondo video, di cui lei stessa aveva confermato l’esistenza, dopo l’arresto da parte dei carabinieri della compagnia Trionfale. Ai magistrati che indagavano su blitz di via Gradoli, sul video e sul ricatto che gli uomini dell’Arma avrebbero ordito ai danni del governatore del Lazio, Brenda, al secolo Wendell Mendes Paes, aveva raccontato che quel video, con lei e Marrazzo, insieme a un’altra trans, Michelle, che nel frattempo era già andata via Parigi, esisteva davvero. «Certo, avevo quel video, lo custodivo nel mio computer», aveva fatto mettere a verbale. «Ma - aveva aggiunto poi - l'ho distrutto perché avevo paura». E dopo quelle parole nessuno era andato a perquisire la sua abitazione per trovarne le tracce. Aveva paura Brenda, che la prossima settimana avrebbe compiuto 32 anni. Ne aveva avuto ancora di più da quando, dieci giorni fa, era stata aggredita da una banda di romeni. «Diceva che quella non era stata una rapina, ripeteva che le avevano portato via il telefonino e questa cosa la riempiva di angoscia», racconta una sua amica trans, Alessia, che non riesce a darsi pace e continua a ripetere «È una tragedia» mentre fa su e giù da via Stasi a via Due Ponti. Un labirinto di scale e cunicoli, accessi segreti e case minuscole, arroccate e sepolte nella collina con vista sulla Roma-bene.

L’isola dei trans, la chiamano. Un’isola lambita dalla ricchezza. I carabinieri che hanno sorpreso Marrazzo nell’appartamento di via Gradoli la conoscevano bene. «Stavano sempre qui a cercare qualcuno da incastrare, erano terribili», raccontano due ragazzi di colore affacciati al 180 di via Due Ponti. L’appartamento di Brenda è l’ultimo in fondo a destra, palazzina F. Quello di Alessia è sul retro. «Una volta avevano rapinato uno dei miei clienti, l’ho raccontato agli inquirenti, quando me l’hanno chiesto», racconta Barbara, uno dei trans di via Due Ponti. Una delle ultime a vedere Brenda: «L’avevo incontrata la sera stessa, alle 21.30, era tranquilla, ci siamo parlate e poi lei è andata a lavorare». Alessia invece l’aveva vista la sera prima. «Brenda era una persona generosa, ma era molto depressa, negli ultimi tempi non mangiava più e beveva tanto, voleva uscire in qualunque modo da questa storia», racconta Alessia. «Eravamo amiche, stavamo sempre insieme, io, lei e China», una delle testimoni ascoltate in questura. Insieme erano andate in procura. «A me avevano chiesto di un campione di Formula uno, a Brenda di Marrazzo e del video». «Non capisco perché con me non ne avesse parlato, ma certo se l’hanno ammazzata deve essere per quello». «Brenda aveva paura, ma ora ho paura anche io, abbiamo paura tutte».

21 novembre 2009 (L'Unità)
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Ed ora sono tutti avvisati, chi è a conoscenza di qualche cosa, stia ben attento...non vi è due senza tre...La mafia che avanza e tutto travolge...Capit o non capit..!?
 Masaghepensu
(Ma se ci penso)

STRANE ANALOGIE QUELLE MINACCE ALLA D’ADDARIO.....

  diAntonio Massari
     
Finti carabinieri dietro la porta di casa, furti sospetti, auto incendiate. Anche la storia di Patrizia D’Addario, l’escort che registrò su cassetta l’intimità vissuta con Silvio Berlusconi, è ricca di retroscena oscuri. “Avevo confidato a un amico che ero in possesso delle registrazioni”, ha detto la D’Addario in più interviste, “e pochi giorni dopo avvenne uno stranissimo furto”. Un mese dopo, a scandalo ormai pubblico, qualcuno incendia l’auto di Barbara Montereale, che aveva trascorso una serata a Palazzo Grazioli con Patrizia e il premier. “Non sono una escort” ha sempre dichiarato, e la sua auto, pochi giorni dopo un interrogatorio in procura, fu data alle fiamme. Infine, un episodio sul quale si vocifera da mesi, ma del quale non abbiamo conferme investigative: qualcuno bussò alla porta della D’Addario spacciandosi per carabiniere. E carabiniere non era.

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Analogie, è vero, perchè la tattica è sempre la stessa e inizia un 'pò a stancare. Delle vere fotocopie. Tutti coloro che, in un modo o in un altro, erano coinvolti, sono passati o passeranno a miglior vita. Il manovratore ha paura che parlino o dicano troppo. Un sistema classico mafioso. Non penso si debba aggiungere altro. Buon fine settimana da.....
 Masaghepensu
(Ma se ci penso)   

martedì 17 novembre 2009

Lo Stato pappone di Berlusconi e Gheddafi...


17 novembre 2009 
Lo Stato pappone di Berlusconi e Gheddafi

Lo Stato pappone di Berlusconi e Gheddafi


Ieri sera, a Roma, Gheddafi si è fatto portare da Berlusconi 200 ragazze, tutte rigorosamente sopra il metro e 70. Per non sbagliare, ha chiesto a uno che, modestamente, di ragazze se ne intende. Anzi trattandosi di Gheddafi, passatemi il gioco di parole, se ne intenda. Si vede che, a forza di parlare di fame nel mondo al vertice FAO, gli è venuta fame davvero...
 Il Colonnello doveva dare lezioni di islam: forse voleva portarsi avanti istruendo le vergini che troverà in paradiso da morto, chi lo sa? Sta di fatto che nessuno trova strano che nella democraticissima repubblica italiana, patria delle quote rosa, si consegnino 200 corpi femminili su misura al sultano del petrolio e del gas, recapitati come un fattorino di SpeedyPizza ti porta due margherite e un paio di coca-cole.
 Da Noemi, Villa Certosa e Palazzo Grazioli in poi, nessuno ha più il coraggio di nominare il termine etica accostato alla parola governo, ma l’opinione pubblica dov’è? Per la Chiesa tutto bene? Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana non ha niente da dire? Ha paura di fare la fine di Boffo? Come si giustificano 200 ragazze sopra il metro e 70? Con un’ora di religione?
 Se vi beccano mentre andate a puttane, d’ora in poi, mi raccomando: portatevi una copia del vangelo e dite alla pattuglia della polizia che stavate facendo un po’ di catechesi.

P.s. La ricompensa per le zelanti aspiranti vergini era di 50€ al paio di gambe. Senza contare le spese per le vettovaglie e per il servizio, avere 200 bambole a cena è costato 10.000€. Diecimila euro buttati nel giorno del convegno mondiale della FAO sulla fame del mondo.
Chi li ha pagati? Su quale conto sono stati addebitati?




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Categorie: Politica, Religione 
Commenti (12)

venerdì 13 novembre 2009

LIBERO ANZI OCCUPATO ....

EDITORI IMPURI
  di Marco Lillo
      
Maurizio Belpietro ieri ha rivendicato l’indipendenza di Libero dall’editore, Angelucci, proprietario di cliniche pagate dalle regioni. “Nessun conflitto di interessi dietro il nostro comportamento nel caso Marrazzo e nel caso Vendola”, giura il direttore. Sarà. Nessuno però ha ancora spiegato perché il video di Marrazzo, rifiutato a luglio da Libero, diretto allora da Feltri, sia stato rivisto a ottobre non solo dal nuovo direttore Belpietro ma anche dall’editore Angelucci (che nega nonostante i testimoni lo dicano ai pm). Non sarà perché “proprio pochi giorni prima dello scoppio dello scandalo dei trans il gruppo   Angelucci”, come ha scritto Belpietro ieri, “stava per raggiungere un accordo con la Regione”?. Chissà se c’è un legame. Una cosa è certa: il patriarca Tonino Angelucci, così liberale con Belpietro, in un’altra indagine, è stato intercettato mentre interviene nel 2005 sul vicedirettore di Libero dopo che l’assessore alla sanità della giunta Marrazzo si era lamentato per un articolo. L’autrice del pezzo riceve un cazziatone e l’assessore ottiene un’intervista riparatoria. Non basta: in una terza indagine, a Bari, i pm accusano Giampaolo Angelucci di usare addirittura la società di Libero per pagare le mazzette: 50 mila euro all’ex presidente Raffaele Fitto. (Il Fatto Quotidiano del 13 Novembre 2009)
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Sempre... cacca e solo cacca..! Siamo un Bel Paese di merda e di mafiosi....!!
 Maseghepensu
(Ma se ci penso) 

TUTTI GLI UOMINI DI B.: SETTE AVVOCATI UN MAGISTRATO E DIECI SENATORI

I FIRMATARI
   
  di Peter Gomez
   
La grande truffa ai danni dei cittadini è riassunta tutta in questa frase: “Non abbiamo intenzione di fare un processo in attesa che si prescriva. Non facciamo iniziative dilatorie e vorremmo che il processo si risolvesse nel merito”. A pronunciarla, il 13 marzo 2007 durante una pausa della prima udienza del dibattimento per fondi neri Mediaset, era stato l’avvocato Piero Longo, principe del foro padovano, gran maestro (di diritto) di Niccolò Ghedini e difensore di Silvio Berlusconi. Due anni e mezzo dopo Longo assiste ancora il Cavaliere, ma nel frattempo è stato nominato senatore. E forse per dimostrare che lui è davvero un uomo di parola, non tenta di rallentare il corso delle udienze contro il premier. Le elimina. Longo è infatti uno dei sette avvocati (più un ex magistrato) che hanno firmato, assieme ad altri dieci senatori Pdl-Lega, il disegno di legge sul processo breve presentato   ieri a Palazzo Madama. Sia lui che i suoi colleghi sono dei tecnici del diritto. Nell’elenco dei firmatari figurano nomi di celebri professionisti: da Giuseppe Valentino, in passato legale del furbetto del quartierino Stefano Ricucci e del produttore Vittorio Cecchi Gori, fino a quello di Alberto Balboni che a Ferrara assiste anche indagati per tangenti.    Tutti loro, insomma, sanno benissimo quali saranno le conseguenze del provvedimento che vogliono approvare: condanne solo per i poveracci e prescrizioni a ripetizione per tutti gli altri; crollo delle richieste di patteggiamento o di rito abbreviato e parallelo aumento del numero di dibattimenti celebrati in tribunale. Insomma l’ingorgo totale.    Già oggi, del resto, la legge funziona a due velocità: quella per i nullatenenti (sempre rapidissima) e quella per i ricchi, lenta sino allo sfinimento. Così i giudici sfornano (doverose) condanne a ripetizione nei confronti degli imputati -in   genere extracomunitari, tossicodipendenti o emarginati -pizzicati in flagranza di reato ; riescono ad arrivare in tempi brevi a sentenza quando i processi sono semplici e riguardano poche persone. Ma non possono fare niente se gli imputati sono molti e soprattutto se sono assistiti da validi e costosi avvocati.    In questo caso si va avanti a passo di lumaca con continui e dotti interventi delle difese animate da un solo apparente obbiettivo: arrivare alle due del pomeriggio, l’ora in cui, a causa della mancanza di fondi per gli straordinari del personale, buona parte dei dibattimenti vengono sospesi. Domani comunque sarà peggio. Visto che in due anni a partire dalla richiesta di rinvio a giudizio tutto si prescrive, chiunque se lo potrà permettere andrà in aula a testa alta rinunciando a patteggiamenti e riti abbreviati. E ogni indagato facoltoso avrà un motto solo: resistere, resistere, resistere. Ovviamente al fianco del suo celebre legale. 

Da..Il Fatto Quotidiano del 13 Novembre 2009 

SALVI I “FURBETTI DEL QUARTIERINO” .....

Scalata Bnl
   
  Sono 28 gli imputati nel processo che si aprirà a Milano per l’assalto del 2005 alla Bnl. Tra questi, l’ex presidente di Unipol Giovanni Consorte, “motore della scalata”, i suoi collaboratori Ivano Sacchetti, Carlo Cimbri e Pierluigi Stefanini, l’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio e il suo capo della Vigilanza Francesco Frasca. E poi gli immobiliaristi Stefano Ricucci, Giuseppe Statuto, Danilo Coppola e Vito Bonsignore, il finanziere Emilio Gnutti, i banchieri Giovanni Zonin e Divo Gronchi (Bpv), Guido Leoni (Bper) e Giovanni Berneschi (Carige), oltre ai responsabili della Deutsche Bank. Ma saranno tutti miracolati dalla legge sulla prescrizione breve per gli incensurati. Era l’estate del 2005 quando i “furbetti del quartierino” si lanciarono all’assalto della banca, mentre negli stessi mesi erano sotto attacco   anche Antonveneta e Corriere della Sera. Il reato contestato nel processo è aggiotaggio, cioè divulgazione di notizie false per alterare il corso di un titolo in Borsa. L’obiettivo: scalare la banca, con la benedizione della Banca d’Italia, mettendo fuori gioco il Banco di Bilbao che aveva avviato sul mercato l’iter previsto per acquisire le azioni. Il giudice per le indagini preliminari ha firmato i 28 rinvii a giudizio il 18 settembre scorso. La prima udienza è fissata per il 1° febbraio 2010. Ma la “mannaia” calerà allo scadere dei due anni dalla richiesta di rinvio a giudizio, avvenuta il 3 giugno 2008: dunque il 3 giugno 2010. g.b. 
(Da: il Fatto Quotidiano) 
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Per porre fine alla vicenda...?Una soluzione ci sarebbe...solo che...

 Maseghepensu
(Ma se ci penso) 

Benvenuti sul mio Blog

Non criticatemi, cerco soltanto di passare il tempo e, mostrare il mio "indirizzo" politico (politica, la cosa più sporca che esista al Mondo).
Masaghepensu (Ma se ci penso)

appello fini travaglio


Lino Giusti,Luigi Morsello,Daniela,Botolo,Ramona,Andrea Camporese,Tapelon,Farfallaleggera,

Masaghepensu

Masaghepensu
Non più giovane ma non (ancora)decrepito, sono soddisfatto della mia Vita e non domando altro

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